lunedì 25 marzo 2013

Toujours prêt



 Quest’anno i differenti gruppi Scout della nostra zona nell’occasione del giorno di ricordo dell’iniziatore del movimento (Baden Powell) che cade il 22 febbraio, si sono dati appuntamento a Babonde per un fine settimana. E’ così che abbiamo potuto vedere “uvumbi na jasho” la cui traduzione letterale è “polvere e sudore” e sta per significare entusiasmo, movimento, danze, canti e giochi a volontà senza stancarsi.




 Alcuni gruppi erano ben rappresentati, altri assenti a causa dell’insicurezza dovuta alla presenza di ribelli lungo il tragitto i quali nascosti in foresta possono apparire da un momento all’altro per poi rifugiarsi nuovamente nel fitto della vegetazione. In tutto eravamo un pò meno di duecento persone.
Sono ripetutamente risuonate le parole d’ordine classiche al movimento, secondo le fasce d’età e in francese naturalmente: De notre mieux! Toujours prêt! Ainé pour servir! Anche se la lingua base rimane lo swahili un pò di francese non guasta.
 Molte sbavature nell’organizzare le attività, la cucina, la formazione, ma quasi nessuno se n’è accorto, i parametri per misurare i diversi elementi in gioco ed il concetto locale di “perfezione”, sono da tempo rivisti al ribasso e per la maggior parte non sono dovuti a colpe personali ma a deficienze strutturali: vedi l’isolamento dei gruppi, la mancanza di responsabili sufficientemente formati, di testi di supporto e molto altro. In ogni caso, a detta di tutti l’esperienza è ben riuscita e da ripetere quanto prima... in ricordo qualche bella foto.

martedì 5 marzo 2013

Belle soddisfazioni


 E’ un pò raro dalle nostre parti poter festeggiare un laureato dottore in medicina, pochissimi possono sostenere la lungezza degli studi, i costi accademici, le distanze da percorrere poichè non ci sono università a “portata di mano”. Ma quest’anno questa soddisfazione l’abbiamo avuta grazie a Jean Pierre. E’ giusto la settimana scorsa che ha ottenuto i gradi accademici. In questa settimana presterà il giuramento d’Ippocrate, poi il tirocinio ed infine il lavoro. I malati, come dappertutto, non mancheranno. Soffrirà insieme a tanti colleghi le lentezze e le inadempienze del sistema sanitario della Repubblica, ma potrà rendere un sacrosanto servizio visti gli innumerevoli ciarlatani che frequentano le nostre contrade in cerca di ingenui e sfortunati da spogliare.
Fa parte della “prima promozione” di laureati in medicina dell’università dell’Haut Uele d’Isiro, ma ha dovuto segurie gli ultimi quattro anni del percorso di formazione nella capitale Kinshasa. E’ stato grazie al concorso di molti e alla sua tenacia che ha potuto tagliare il traguardo senza perdersi per strada: la famiglia, la missione di Babonde grazie all’associazione italiana “La Rete”, un conosciuto deputato nazionale originario di queste zone... stavolta la dinamica della “famiglia africana” ha funzionato, nel senso che molti hanno messo mano all’obbiettivo comune e alla fine è stato raggiunto.
Quando quattro anni fa ci si domandava come avrebbe potuto riuscire a viaggiare fino a Kinshasa e lì vivere e studiare, ebbene in molti abbiamo titubato, ma alla fine ha prevalso il pensiero che nel fare un passo alla volta, senza rompersi prematuramente la testa con delle preoccupazioni inutili, qualcosa di buono sarebbe comunque uscito. Il vangelo di oggi dice che “uno semina ed un altro raccoglie”, nel senso che coloro che arrivano dopo, in un secondo momento possono beneficiare e gioire del lavoro duro che precedentemente è stato fatto. Questo apre ad uno spirito di riconoscenza per tutti coloro che hanno preceduto e per quanto è già stato fatto, come anche apre ad uno spirito di fiducia che incoraggia ogni giorno a dare inizio a cose nuove anche a lungo termine, affinchè altri possano ugualmente gioire.
Buon lavoro doc Jean Pierre, che molti possano beneficiare di quanto hai potuto apprendere e che ti accompagni sempre  un animo aperto e generoso.

martedì 5 febbraio 2013

A ciascuno la sua!


Sono molte le strade che l’uomo può percorrere nella sua vita, alcune sono di sua scelta altre semplicemente accadono per coincidenza o per provvidenza, per accidente o per concomitanza di eventi. Qualcuno ancora si lascia scegliere o lascia che altri scelgano per lui...
Ci sono le mille piccole scelte di tutti i giorni, il vestire e il mangiare, ma anche come rispondere alle provocazioni, ai saluti, agli imprevisti o alle domande di aiuto. Ci sono le grandi scelte quelle che dirigono e condizionano fortemente il futuro e che impostano le linee fondamentali del nostro essere: gli studi, la professione, la famiglia... In questo senso si parla talvolta di vocazione, la vocazione della propria vita. In questa espressione c’è il senso di un misto di scelta interiore e di chiamata dall’esterno, un misto di azione personale assieme all’azione degli altri che consigliano e suggeriscono o influenzano ed infine un insieme di realtà umane e divine poichè quando si dice vocazione si dice qualcosa che è inscritto fin dalle nostre origini nel nostro essere, nel nostro profondo e nello stesso tempo proviene dall’alto e lo si scopre nella fede, nella Parola di Dio, nella vita della Chiesa.A Babone in quest’anno della fede abbiamo pensato necessario tradurre questa attitudine dell’uomo rivolto verso Dio, dell’uomo che sa scegliere e che ascolta, con un’attenzione tutta particolare al Sacramento del Matrimonio. Moltissimi giovani e ragazze, uomini e donne, stabiliscono una nuova unione, si mettono insieme talvolta precocemente, hanno figli e figlie, costituiscono famiglia, ma quest’elemento fondamentale della vita è solo raramente illuminato dalla luce della vita cristiana, ossia dalla vita di Cristo che è Amore. E’ una scelta certamente, senza tuttavia essere ancora vocazione, scoperta e risposta all’appello che sta nel profondo e che ha origine da qualcun altro che ci precede. Ecco allora che possiamo constatare numerose unioni, le quali talvolta hanno delle connotazioni non troppo felici, sono unioni di “contratto” tra le famiglie, unioni combinate dai geniori; sono unioni di “interesse”, spesso perchè una donna o una donna in più (poligamia) può essere molto utile nel lavoro dei campi o per un buon menage familiare soprattutto se il marito ha differenti interessi commerciali. La donna a sua volta può cercare le risorse economiche del marito o mirare ad essere la “prima” tra molte. 

Tra i giovani abbiamo ancora le unioni per “curiosità” del nuovo o di quel “desiderio” che brucia le tappe senza le premesse sufficienti, spesso di breve durata, o quelle costruite al mercato in qualche momento di libertà rispetto alle occupazioni familiari che sono anche di “contestazione” ai genitori e alle loro esigenze divenute oramai troppo strette per un o una adolescente... Assistiamo anche alle unioni di “prova”, per verificare se una relazione tiene, se l’intesa tra i rispettivi clan si consolida, e verificare soprattutto se ci sono dei figli, poichè una coppia senza figli non può sopravvivere a se stessa e alla pressione della famiglia che reclama ed esige una discendenza abbondante. La malattia, la morte precoce, le difficoltà economiche o di relazione tra gli sposi o con i familiari sono altrettanti motivi che fragilizzano le numerose libere unioni.


 La prassi della chiesa stabilisce che chi, cristiano, vive in una unione libera non possa comunicare all’Eucaristia fino a quando non abbia celebrato il proprio matrimonio nel Sacramento. E’ una misura che priva di un bene, l’Eucaristia, per far scoprire un altro bene quello del Sacramento del Matrimonio. 

E’ una misura disciplinare ma a Babonde abbiamo voluto privilegiare l’aspetto educativo e preparare una catechesi, una formazione o sensibilizzazione al matrimonio che possa arrivare a tutti. Il primo passo è stata la formazione dei catechisti, che in molti villaggi svolgono la funzione del prete, per quanto è loro possibile, nelle celebrazioni e nella guida della comunità. Assieme ad essi abbiamo in seguito cercato la formazione dei responsabili delle CEVB ossia delle comunità ecclesiali di Base, piccoli gruppi di cristiani ragruppati secondo i quartieri o piccoli insiemi di famiglie vicine.
Molto positiva quasi entusiastica è stata l’accoglienza, e qualche frutto abbiamo iniziato già a raccoglierlo: il 25 novembre scorso 8 coppie si sono sposate; il 27 gennaio tre coppie, tra le quali una coppia di giovani, cosa abbastanza rara, ed altri appuntamenti sono all’orizzonte. Scoprire la bellezza e l’importanza del matrimonio cristiano, senza confinarlo a qualche cosa di onorifico da riservare all’età adulta o senza essere impediti a farlo semplicemente perchè non si possiedono i mezzi economici necessari per “dotare” a sufficienza la famiglia della sposa (aspetto dolente che blocca un gran numero di “candidati”). “Se uno è in Cristo è una creatura nuova”, e ogni cosa che un credente compie sia realizzata nella fede, copreso il vivere da uomini e donne come famiglia. La stessa formazione tenteremo di portarla dappertutto e presso il più gran numero di persone.
Scrivo da Kisangani, dove ci siamo riuniti in Assemblea assieme ad altre comunità dehoniane e domenica è stata giornata di festa per la nostra famiglia religiosa poichè tre nostri confratelli hanno ricevuto la consacrazione sacerdotale, sono diventati preti. Le vocazioni sono molte e di ogni specie, si sceglie e si è scelti, si decide nella piena libertà e si risponde ad una chiamata in una concreta obbedienza. Questa è allo stesso tempo realizzazione di se stessi e servizio per gli altri. Un appello dal di fuori rivela qualcosa scritto da tempo e forse nascosto nel profondo del di dentro.  Bellezza della vita di fede e della fede vissuta all’interno della Chiesa.



domenica 3 febbraio 2013

Safari


Una volta all’anno le nostre comunità sono chiamate a Kisangani, capoluogo della provincia, per l’Assemblea annuale. Sono un pò più di 500 chilomentri, due giornate di viaggio. Non c’è l’asfalto, e questo provoca molti inconvenienti ma allo stesso tempo è all’origine di inaspettati incontri: “safari” significa “viaggio”, ed ecco alcune delle difficoltà e conoscenze lungo questi 500 chilometri.
Lasciamo Babonde verso le 10 del mattino, nella Land Rover i nostri bagagli essenziali ma anche molti “colis”, modesti pacchetti, mezzi sacchi di riso, un bidone d’olio di palma, due polli...: sono i piccoli “pensieri” delle famiglie per i loro studenti universitari a Kisangani, un paio di essi ne approfittano per rientrare dopo un periodo di vacanza; con loro papà Ngbane, direttore di scuola elementare, anche per lui gli stessi 500 chilometri alla ricerca del suo primo passaporto in vista di un futuro viaggio all’estero: dovrà battersi contro un’implacabile burocrazia e avrà bisogno di qualche soldino per oliare i meccanismi.   
Sui bordi del fiume Nepoko ci vorrà circa un’ora per preparare il battello alla traversata, occorre svuotare l’acqua che è all’interno poichè la tenuta stagna non è soddisfacente, nonostante la recente riparazione. I nostri confratelli della comunità d’Ibambi ci hanno preceduto e il lavoro di svuotamento è già cominciato, velocemente prende fine. La traversata è senza inconvenienti nonostante la precarietà dei mezzi a disposizione. Facciamo una piccola sosta a Wamba per prendere qualche altro pacchetto, salutiamo i preti diocesani, riuniti in assemblea e accogliamo un nuovo passeggero per NiaNia, è una insegnate della nuova scuola materna, dovrà adattarsi un pò, "insaccata" con altri, assieme ai bagagli, al caldo e alla polvere abbondante in piena stagione secca.
Verso le 18.00 siamo alla prima tappa del viaggio, assieme ad un gruppo di giovani contribuiamo per il carburante di un piccolo gruppo elettrogeno e assistiamo all’incontro di calcio della nazionale congolese, passiamo notte nella bella struttura della parrocchia di NiaNia anche se un pò tristi perchè il risultato del match è stato negativo è l’equipe è stata eliminata dalla competizione continentale.  
Alle sei del mattino riprende il viaggio per il tratto più lungo, verso Bafwasende la strada ripristinata da tre anni a questa parte si è già deteriorata, procediamo lentamente e dopo due ore e mezzo non abbiamo ancora percorso i 70 chilometri necessari; nel frattempo una prima foratura ci costringe ad una sostituzione di ruota e dopo qualche altro minuto una nuova foratura ci blocca in mezzo alla foresta a 18 chilometri da Bafwasende. Davanti a noi un camion con qualche piccolo problema, ci avviciniamo per chiedere aiuto. Un pneumatico lo carichiamo sul camion perchè sia trasportato fino a Bafwasende per la riparazione, il secondo lo gonfiamo con il compressore del camion e tentiamo di raggiungere un vicino centro abitato per l’altra riparazione. Dopo molte discussioni con i candidati riparatori alterati dall’alcool, constatiamo che mancano degli attrezzi necessari e con una moto inviamo anche il secondo pneumatico a Bafwasende; noi siamo costretti ad una lunga attesa di almeno tre ore. E’ allora che possiamo fare qualche conoscenza. 

Sono i giovani del posto, senza lavoro che sostano sulla piazza locale senza sapere bene come impiegare il proprio tempo, un vecchio oleificio già da decenni ha smesso di funzionare a causa di congiunture economiche e politiche. 
Altri sono diventati dei “sukumer” un termine misto di kiswahili e francese che significa “coloro che spingono”: utilizzano una bicicletta adattata, senza sella né pedali, che permette di entrare in foresta e di caricare delle assi di legno della lunghezza di 5 metri e del peso di 80 chili e di spingerle fino al bordo della strada dove possano infine essere caricate sui camions. Passa una bambina in cerca di acquirenti di un uccello di foresta chiamato comunemente “doppio becco”, ucciso con la fionda di cui molti sono armati mentre camminano in foresta o sono nei campi. Troviamo un ragazzo originario di Babonde, il padre è morto da tempo ed ora vive con uno zio, pastore protestante, in servizio nel vicino villaggio. 
Verso le 12 e trenta presi dalla fame avvistiamo un piccolo “restò”, che non si può tradurre con il termine “ristorante”, ma che in ogni caso ci permette molto modestamente di mangiare qualcosa. E’ facilmente individuabile poiché le sue insegne sono le pentole che espone sulla strada e che contengono il cibo già preparato. Se è di gradimento del cliente il gioco è fatto. Non abbiamo molta possibilità di scelta, non ne vediamo un secondo: nelle pentole riso e fagioli; in compenso con un solo dollaro mangiamo in due.
Sentiamo all’esterno un gruppo festante, danze e canti, percuotono dei bidoni vuoti, come tamburi e si sono dipinti il volto ed il corpo di bianco. Come tutti gli altri corriamo a vedere: l'agitazione e la gioia è all’occasione della nascita di due gemelli, la vita è stata benedetta, un solo lavoro con un doppio frutto, parenti ed amici fanno conoscere l’evento e raccolgono qualche piccola offerta per “innaffiare” l’evento. Il biblico “siate fecondi e moltiplicatevi” non ha perduto in nulla la sua forza.
Finalmente lo studente che abbiamo inviato rientra con il primo pneumatico riparato e possiamo riprendere la corsa. A Bafwasende mentre recuperiamo il secondo pneumatico i confratelli salutano vecchi compagni di classe ora al lavoro in posti di responsabilità. Saltiamo il penultimo posto di blocco che polizia stradale e funzionari delle tasse erigono qua e la lungo tutto il percorso, molte volte in modo puramente arbitrario, come espediente per guadagnare quel salario che il governo non eroga: verificano i documenti, cercano qualche infrazione allo scopo di ottenere qualche dollaro.
E’ oramai notte e mentre assaporiamo quasi l’arrivo in città... un ultimo ostacolo, un lungo camion che trasporta assi di legno ha tentato un’imprudente manovra ed ora si trava bloccato esattamente di traverso  la carreggiata. Anche stavolta la fortuna è con noi, una vettura della Caritas di Kisangani che ci precedeva ha già assoldato una ventina di giovani per sbancare il terreno su di un fianco ed in poco tempo un nuovo passaggio è aperto. Ora non ci resta che deporre i differenti passeggeri nelle loro rispettive abitazioni e goderci l’accoglienza dei nostri confratelli di Kisangani. Domenica prossima tre nostri diaconi saranno ordinati preti.


sabato 19 gennaio 2013

Contrasti


Appena dopo Natale e la festa di fine/inizio Anno nuovo, che ha carattere veramente universale in tutta la Repubblica Democratica del Congo, la nostra piccola comunità, io, p. Jean Pierre e p. Zéphirin ha deciso di prendere qualche giorno di “distrazione”, mettendosi in viaggio verso una delle diciannove che compongono la nostra diocesi, Maboma. 
Il contrasto di Natale, il Dio fattosi uomo, l’onnipotente fattosi bebé, l’abbiamo potuto riscontrare altrove sotto diverse forme. Maboma è una delle tante missioni che ha goduto di un grande splendore ai suoi inizi e che oggi rimane isolata “Cattedrale nella foresta” con pochissimi abitanti e fedeli che non possono più riempirla, immersa in un clima non metereologico ma umano che dice l’incertezza sull’avvenire, la delusione, forse lo scoraggiamento. Un tempo fiorivano le piantagioni di caffé e con i proventi di quella cultura i missionari avevano potuto costruire un centro dinamico di evangelizzazione, di vita, di lavoro, di istruzione, ma che oggi possiamo definire un monumento... di fede, di potenza, di ingegno, di arte e cultura europea all’equatore. 
Successivamente le vicissitudini politiche ed economiche dell’allora Zaire hanno portato alla chiusura del mercato del caffé, della sua produzione, delle piantagioni e dei suoi proventi. Il declino economico, la mancanza di un lavoro retribuito, il desiderio di studiare o di abitare in un luogo più “vivo” da parte dei giovani, hanno creato il vuoto, non solo tra i banchi della chiesa, ma nel villaggio e forse un pò negli spiriti. I missionari sono partiti.

 Questa immensa costruzione fa contrasto con il contorno, lo cogliamo subito quando, imboccato il viale d’ingresso, contornato di palme, scorgiamo a destra e a sinistra le abitazioni degli insegnati della vicina scuola elementare e le abitazioni, o meglio i rifugi dell’accampamento dei pigmei. Davanti a noi grandezza, bellezza, maestà, splendore, a destra semplicità, debolezza, precarietà...
Se il buon Dio dovesse scendere ancora una volta e magari proprio a Maboma, non sono sicuro che scieglierebbe di nascere all’interno della cattedrale dove comunque il presepio è ben preparato, probabilmente guarderebbe a destra verso l’accampamento. Non che il buon Dio possa rifiutare la sua Chiesa, ma certamente la provocherebbe in continuazione a guardarsi attorno e a far tesoro dei contrasti per gettarvi la sua luce. La vicinanza dell’accampamento non è infatti casuale, la vicinanza di Cattedrale e capanne non è casuale, è il frutto dell’azione pastorale a favore dei pigmei, per introdurli alla scuola e alle cure mediche appropriate che la medicina tradizionale non riesce a vincere.
Ma il contrasto rimane, di un mondo a due o più velocità, di un’umanità dalle differenti culture (impensabile proporre una casa come noi vorremmo per il popolo seminomade dei pigmei), di un’economia che investe tantissimo e talvolta in modo scandaloso in alcuni settori e lascia completamente in sofferenza gli altri.
La strada che ci ha portati a Maboma è stato un piccolo calvario cosparso di erosioni e di buche che per fortuna non ha provocato cadute. Una strada lasciata a se stessa sulla quale la foresta lentamente sta riprendendo il suo diritto. Una strada che conduce a Mungbere dove un tempo arrivava il treno  permettendo il commercio del caffé e del cotone, ma che da decenni oramai non funziona più. In tempo di pioggia pochi chilometri di percorso domandano ore ed ore di fatiche. Per contro il viale che introduce alla missione continua a risplendere, segno di una comunità viva che seppure ridotta, e malmenata da molteplici difficoltà, non ultime la vicinanza di alcuni gruppi di bracconieri/briganti/ribelli, continua a vivere, crescere, sperare, animata da due giovani preti locali, Fidel ed Eugene. In un contesto dove tutto sembra regredire, il contrasto di uomini e donne che si impegnano non solo per sopravvivere ma per costruire il domani, e se le strutture rimangono le stesse, invecchiano o si degradano, permane la grande sfida posta sull’educazione e sulla evangelizzazione: chi saranno gli uomini di domani? Con quale cuore e con quale visione potranno prendere il mano il loro destino e quello delle persone a loro affidate, poichè ciascuno è immancabilmente responsabile anche degli altri, quegli altri che gli sono affidati, come il bebé Gesù affidato a chi poteva e doveva prendersi cura di lui.





giovedì 27 dicembre 2012

Accendere un fiammifero

Qualcuno scriveva con molte ragioni a suo favore che “accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità”. Noi possiamo aggiungere una ragione in più che proviene da una buona notizia fresca e profumata come il pane di giornata. A distanza di più di un anno da quando ha preso forma l’idea di provare ad avere una macchina ecografica a Babonde per cercare di attrezzare l’ospedale locale sprovvisto di quasi tutto, se paragonato ai nostri standard occidentali, ebbene oggi possiamo dire di esserci riusciti.
Grazie al dono fattoci dalla Casa di Cura di Abano Terme, al dott. Nicola Petruzzi e alla sua staff, grazie a tanti amici che hanno bene impacchettato il regalo che, viste le date, si manifesta pienamente come dono natalizio, dopo il lunghissimo e rischioso viaggio (un altro ecografo era stato rovinato qualche anno fa durante il trasporto), e dopo un primo test di collaudo... ebbene finalmente oggi possiamo cantare vittoria. Funziona e funziona bene, lo schermo, le tre sonde, i differenti comandi. A provarlo è stata la dottoressa Mariana, rumena, a Babonde in questi mesi assieme alla missione di Medici senza Frontiere... si occupa di malnutrizione in questi giorni, specialista in nefrologia assieme a M.S.F. è già stata in Irak, ma – dono su dono – è specialista anche nella manipolazione della macchina ecografica. Io mi offro come cavia, un pò di gel... e la carotide appare sullo schermo con regolari pulsazioni, un altro pò di gel ed ecco il rene ed il fegato, infine le pulsazioni cardiache... sistole e diastole... le tre sonde, i componenti più delicati e preziosi, sono pienamente funzionanti. Grazie ai tanti ci siamo riusciti stavolta!
Non siamo ancora all’ospedale, per il momento rimaniamo in un locale della missione poichè occorrerà creare lo spazio adatto per sistemare la macchina e pensare a come fornire l’energia elettrica necessaria, fortunatamente il consumo di corrente non è troppo elevato. Occorrerà inoltre formare qualche infermiere per utilizzarla, da oramai diversi mesi siamo rimasti senza dottore. La dottoressa Mariana resterà a Babonde ancora per un mese ed occorre necessariamente approfittarne in fretta per addestrare qualcuno del posto. Le autorità sanitarie di Pawa ad una cinquantina di chilometri da qui non dovrebbero porre ostacoli anche se qualche “gelosia” potrebbe nascere. Le sfide non sono terminate, compresa quella non secondaria dei roditori che per vocazione si incaricano di rovinare i circuiti elettrici non protetti, ma possiamo affermare con soddisfazione che se “il più piccolo gesto di bontà legittima la speranza”, in questa aurora del 2013 noi ne abbiamo fatto una piccola scorta.


Vedi il post 
http://karibubabonde.blogspot.it/2011/12/ecografo.html 

domenica 16 dicembre 2012

Pace in terra


Quando nel racconto della nascita di Gesù gli angeli intonano il canto “Gloria a Dio nei cieli e Pace in terra agli uomini”, ebbene il messaggio è chiaro: la pace è per la terra, è per stare in terra e per essere costruita in terra. Certo questa pace è un disegno di Dio ed è una provvidenza di Dio: lui ci mette pesantemente la sua mano, ma in un ruolo da protagonista l’uomo, insieme a Dio, è invitato e chiamato ad essere artefice della propria pace e di quella degli altri: ecco che il Figlio di Dio si fa uomo, ecco che chiama degli uomini a stare con lui e a collaborare alla costruzione del suo ‘regno’. C’è una grande comunicazione ed interscambio tra due universi che non devono mai essere separati.


In questi giorni mi capita tra le mani l’immagine (in internet) della bandiera nazionale. Non so chi ha scelto o composto colori e disegno del simbolo della Repubblica democratica del Congo, con quali intenzioni o significati, io vorrei interpretarla alla luce del Natale, scusandomi per questo indebito sconfinamento.
Uno sfondo azzurro come se fosse il piano di Dio, una stella come se fosse quella cometa che guida alla grotta di Betlemme, una banda diagonale rossa e gialla come se fosse la scala di Giacobbe che mette in relazione l’alto ed il basso, il cielo e la terra e permette il passaggio e lo scambio, il reciproco incontro ed assenso (quelli di Maria e del Figlio dell’Uomo), la reciproca fiducia e l’avventura in un medesimo progetto.
Lo so che il paragone è un pò ‘tirato’ e tuttavia è più che mai necessario accostare se non addirittura compenetrare il mistero del Natale al mistero del Congo (RdC) se si vuole mantenere e nutrire la speranza.
E’ quest’anno il sesto Natale che vivo a Babonde, all’interno di un paese ricco di risorse, ricco di entusiasmo, di vita e di giovinezza. Tutto dovrebbe dire che il cambiamento, lo sviluppo, il miglioramento delle condizioni di vita, della democrazia, dei servizi sociali, delle infrastrutture è a portata di mano, visibile e constatabile, in progressione esponenziale. Ed invece poche rare realtà sembrano muoversi nella buona direzione, la maggior parte delle altre stagnano o si attorcigliano su se stesse vittime di sfruttamenti, corruzioni, impunità, silenzi, accaparramenti, ingiustizie palesi... gli esempi sarebbero infiniti su piccola o grande scala a livello istituzionale e strutturale come a livello familiare o personale. Chi costruirà la propria e l’altrui pace se non chi accoglierà il mistero del Natale, provvidenza di Dio ed impegno per l’uomo? Comunicazione dell’alto e del basso, reciproca collaborazione, coartefici della propria ‘salvezza’, guidati da una stella.
Non manca la speranza nella Repubblica democratica de Congo, anzi, c’è forse il difetto che questa sovrabbondanza di speranza sia il più sovente riposta su di una salvezza che avviene unicamente dal di fuori senza passare per la storia di tutti i giorni, senza passare attraverso il lavoro di tutte le braccia, la collaborazione di tutte le mani, il cambiamento di tutti i cuori e le menti.
“Pace in terra agli uomini”, la pace è per la terra, ed è consegnata nelle mani dell’uomo. L’uomo di fede, contagiato dalla speranza, non potrà mai rassegnarsi, mancare di una stella o di una visione, ridursi cinicamente al “salvarsi da solo” poichè non potrà mai dire: “tutto è perduto e senza speranza di cambiamento”. Buon Natale allora agli uomini in terra che Dio ama; e buon Natale alla Repubblica democratica del Congo. 

venerdì 23 novembre 2012

M23


Ancora la guerra? Crediamo di no anche se le notizie sono allarmanti, in provenienza come sempre dall’est della Repubblica democratica del Congo, dalla provincia del Nord Kivu, confinante con la nostra e confinante con il Rwanda. Oramai anche a livello internazionale passano le informazioni della RDC e l’informazione dell’occupazione della città di Goma da parte delle truppe ribelli dell’M23. Il Movimento nato il 23 maggio scorso in effetti non è che l’ultimo atto – per il momento - di una dolorosa tragedia che dura oramai da più di un decennio e che manifesta una volta di più di quale cancrena soffre il paese. Profughi, povertà e fame, stupri e omicidi, insicurezza e ruberie diventano il pane quotidiano e il prezzo che la popolazione paga agli insaziabili appetiti dei paesi vicini all’Est della Repubblica democratica del Congo e agli appetiti dei politici e “potenti” locali. A chi le ricchezze della R.d.C.? Questa situazione di conflitto e di insicurezza permanente su di una vasta regione rende libero il passaggio a sfruttamenti “in nero” (perdonate l’espressione) delle risorse minerarie e forestiere congolesi. Noi personalmente nella missione di Babonde come nelle altre missioni della provincia Congolese non siamo toccati direttamente da questa ribellione/guerra, che tuttavia genera innumerevoli problemi  in tutta la regione e che lascia tutti nell’incertezza circa gli sviluppi futuri. Da deplorare l’incapacità della missione ONU (la più importante, la più numerosa di personale e la più costosa nella storia delle Nazioni unite) che non può garantire l’incolumità della popolazione civile.
Da deplorare il silenzio delle autorità nazionali prive di un esercito degno di tal nome e ostaggio di giochi politici ed economici che penalizzano in continuazione la nazione intera. A quando il riscatto? La Repubblica democratica del Congo continua a vivere grazie alle permanenti “flebo” somministrate dagli aiuti, dalle sovvenzioni e dai prestiti internazionali poichè le ingenti risorse locali si perdono e spariscono puntualmente ed infallibilmente.  L’inconsapevolezza di una larga parte della popolazione priva di istruzione e di informazioni, la mancanza di una leadership votata al bene del paese, la mancanza di strumenti di pressione sui potenti, la vastità del territorio e le difficoltà di comunicazione (fisica, delle merci e delle informazioni) non lasciano intravedere un futuro immediato che possa essere migliore. Dopo la presa di Goma gli studenti universitari di Kisangani lasciando corso alla loro impotente rabbia hanno saccheggiato le sedi del partito al potere e le abitazioni dei responsabili politici guadagnando qualche morto tra le loro fila. La strada della protesta è necessaria; la protesta violenta fa notizia e molto più rumore di quella pacifica ma non sappiamo quali frutti duraturi e fecondi potrà portare.Continuare nel lavoro di educazione, di istruzione, di formazione delle menti, delle coscienze e degli spiriti è al momento il solo terreno fecondo che ci permette di sperare e di continuare ad essere fiduciosi. 


domenica 11 novembre 2012

Non c’è due senza tre


 Da alcuni mesi ad Isiro, un’ottantina di chilomentri da qui è scoppiata l’emergenza Ebola, per fortuna subito individuata e affrontata con tutti i mezzi possibili, quelli locali e quelli della strutture internazionali. L’associazione di “Medici Senza Frontiere” è riapparsa con una missione ad hoc, l’avevamo avuta dalle nostre parti qualche anno fa per l’emergenza colera. L’infezione di Ebola non si è propagata, i morti sono stati una ventina, siamo ancora sotto “allarme” ma in una forma semplicemente cautelativa e prudenziale poichè da diverse settimane non si sono manifestati nuovi casi. A partire dal mese di maggio avevamo subito quella che potremo chiamare una “epidemia” di malaria associata ad altri problemi intestinali che ha portato alla morte di quasi un migliaio di bambini nel nostro distretto sanitario, a partire da Pawa, Nebobongo, Ibambi e Babonde.
 “Medici Senza Frontiere” si è allora installato a Nebobongo, a circa 30 chilometri con una seconda missione. L’emergenza malaria è finalmente diminuita, anche se la sua presenza è endemica ed il problema rimane ma è tuttavia rientrato nei limiti della normalità, se si può chiamare normale il fatto che pochissimi fino ad oggi si siano dati la pena di ricercare un qualche vaccino risolutivo, ammesso che si possa trovare.
Il fatto che gli infermieri abbiano potuto visitare i bimbi talvolta casa per casa ha fatto emergere un altro problema che peraltro conosciamo benissimo, quello della malnutrizione grave, capace di condurre alla morte o a danni irreparabili del fisico o della mente dei bambini:. Ecco allora una terza missione di “Medici Senza Frontiere” stavolta proprio a Babonde.
 Sono arrivati da circa tre settimane e si sono accampati nel locale ospedale che conserva qualche padiglione inutilizzato, dedicato un tempo ai numerosissimi malati di tubercolosi. Ci aiuteranno nel lavoro del nostro Talita Kum il piccolo centro nutrizionale che funziona oramai da due anni con il sostegno dei benefattori. Certo il paragone non è possibile tra la nostra realtà e la loro, per quanto riguarda il personale impiegato (sei persone provenienti dall’europa ed una trentina di congolesi), i mezzi a disposizione, finanziari e logistici e la professionalità dell’intervento. Secondo le loro abitudini una missione sanitaria non dura normalmente più di tre mesi, ma cercheremo di fare tesoro della loro esperienza e delle loro conoscenze, ci permetterà di essere più incisivi ed efficaci in seguito.
 Medici Senza Frontiere prende in cura i bimbi da 0 a 5 anni, il lavoro non mancherà quindi per il Talita Kum che continua a sostenere in media una settantina di persone in questo periodo. Da parte mia una piacevole sorpresa poter incontrare a Babonde tre francesi, una svizzera che parla un discreto italiano, un australiano, uno spagnolo... non capita tutti i giorni poter condividere il colore della pelle e non solo. Già da venerdì sono all’opera ed i casi gravi non mancano, non mancheranno neanche i frutti positivi del loro passaggio a Babonde.

E’ in arrivo un container carico di...


Non so come ringraziere tutti quanti hanno collaborato per farci giungere un container carico di tantissime belle, buone e utilissime cose. Non voglio arrischiarmi nel fare una lista di nomi, lo so che dimenticherei necessariamente qualcuno il quale potrebbe risentirsi un pò, desidero semplicemente fare una carrellata veloce di chi potremo aiutare grazie a voi che ci avete aiutato. Da Padova, Saonara, Bologna, Trento, Vicenza, Milano... sentitevi tutti inclusi dentro questo grande grazie che voglio esprimere a nome dei molti che ne benficieranno. Voi non potrete purtroppo vederne in diretta i volti ed i sorrisi ma vi assicuro che è stato e continuerà ad essere un bello spettacolo. 
 Essi sono innanzitutto il foyer di mamme e ragazze con la scuola di taglio e cucito, grazie alle tante macchine da cucire e al materiale tessile di stoffe e filo; i giovani della scuola di informatica con i quasi nuovi ma efficienti computer arrivatici;
La scuola di informatica


 i pazienti dell’ospedale e gli infermieri, grazie ai medicinali e al nuovo ecografo, anche se non sappiamo ancora quando lo installeremo poichè il dottore che avevamo è stato trasferito e uno nuovo non è ancora arrivato; l’avanzamento rapido delle costruzioni e delle coltivazioni agricole grazie al potente trattore e ai suoi atrezzi (rimorchio, livellatrice, sterpatore, braccio di sollevamento); le equipes di muratori con il materiale appropriato; le squadre di calcio con i palloni e le mute; gli studenti ed i maestri con l’abbondante materiale scolastico e le ancora validissime macchinie da scrivere; i presbiti con gli indispensabili occhiali da lettura e gli “albini” con gli occhiali da sole protettivi contro le radiazioni solari;

L'atelier di taglio e cucito
 le celebrazioni liturgiche con i materiali necessari ed in modo particolare la motocicletta per raggiungere i vari villaggi e l’amplificatore da esterno; la nostra cucina con la nuova stufa a legna, stoviglie varie, la macchina per il pane e tutta l’installazione per avere l’acqua dal pozzo (pompa a pannelli solari)... la nostra salute fisica ne beneficierà abbonndantemente; il gruppo degli scouts con gli stemmi e le uniformi; il piccolo garage e la falegnameria con materiale di buona qualità ed introvabile nella nostra zona, in modo particolare  il caricabatterie, la saldatrice da applicare al trattore ed altri utensili... Il grazie vi giunga infine da tutti i cristiani di Babonde poichè il vostro aiuto rende possibile alla nostra comunità di essere presente, attiva, concreta nell’aiuto, solidale: un segno di fraternità e di benedizione. Un abbraccio a tutti.


giovedì 20 settembre 2012

Blaise e la fede



Blaise era un giovane di non ancora trent’anni, con moglie e figli ed una bella professione, riparatore di moto, un vero “mago” del settore, i meno esperti dovevano ricorrere a lui per risolvere i problemi più difficili. Un lavoro che gli permetteva di guadagnare il necessario per sé e la famiglia. Poi inspiegabilmente, dal giorno alla notte, la follia lo ha preso, parole e gesti senza logica apparente. Si intuiva nel suo straparlare che aveva qualcosa da comunicare ma non riusciva ad esprimerlo, si era rifugiato alla missione nel primo giorno della sua follia, ma è mancato il tempo per ascoltarlo e tentare di comprenderlo. La famiglia lo ha immediatamente preso con sé a forza e trasportato altrove ad una ventina di chilometri dal nostro villaggio, presso un famoso mfumu, un guaritore/stregone. Una sola settimana dopo ne hanno riportato a casa il cadavere.


Blaise non voleva andare dal mfumu, gridava che non era né pazzo né malato e che lì avrebbero ucciso la sua fede e lui stesso. Così è stato, legato e picchiato al fine di ‘domarlo’ e ‘guarirlo’, costretto ad assumere polveri ed infusi ‘miracolosi’, non sappiamo per quali cause precise, ma dopo soli sette giorni è morto. E’ stato grande lo sconcerto ed il dolore a Babonde, perchè è morto un giovane, un marito, un padre, un grande meccanico... ed anche nella comunità cristiana lo abbiamo pianto, per tutte queste ragioni e perchè il modo con cui è morto è stata una sconfitta per la fede. Piangiamo l’amico Blaise e constatiamo con amarezza che sono numerosissimi i casi in cui le famiglie continuano ad affidare i loro malati non agli ospedali, non ai medici, non alla preghiera della comunità cristiana, non all’intercessione del Signore, ma confidano nei guaritori/stregoni, che mescolano una piccola percentuale di conoscenze sulle proprietà curative di alcune erbe e piante ed allo stesso tempo introducono una grandissima percentuale di credulità popolare su alcune presunte personali capacità magiche e terapeutiche. 

Nel caso di Blaise la ‘fede’ della sua famiglia negli stregoni è stata più forte della fede cristiana ed è stata alla fine per lui fatale. Il mfumu locale è apparso più forte degli ospedali e di Gesù, e la partita della fede si è giocata sul piano della potenza della guarigione: a chi la forza, a chi il potere? 
Molte altre volte, se non sulla guarigione, la fede si gioca sulla fortuna e la ricchezza, sul successo ed il piacere di questa vita: chi potrà assicurarcene o procurarcene di più? Quando Gesù non guarisce più come quando era assieme ai discepoli o quando, nelle società occidentali, la medicina  si mostra più efficace della preghiera, quando le ricchezze, la banca, la pensione e la sicurezza sociale assicurano il futuro molto meglio che la speranza nella vita futura, a chi la forza ed il potere? In chi riporre la nostra fede?
Anche a Babonde, nella immensa e sperduta foresta della Repubblica democratica del Congo abbiamo saputo che sarà la chiesa universale, a partire da Roma fino ai posti più sperduti della terra, a celebrare un Anno della fede. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”, scriveva S. Paolo. Provocati dalla morte di Blaise annunceremo con forza la stessa fede in Gesù Cristo che fu di S. Paolo e della prima comunità cristiana fino ad oggi: Gesù unico Salvatore ed unico guaritore, perchè se l’uomo cura, per quanto faccia con tutta la sua scienza e tecnica, sappiamo che chi guarisce è Dio, ed i molti che ancora oggi un pò ovunque si propongono come potenti guaritori, ebbene sono fuori della verità e portatori di menzogna se non di morte. Lavoreremo per accrescere la scienza e la tecnica negli ospedali e altrove, purchè questa scienza e tecnica siano veramente a servizio dell’uomo e non per servirsi di esse a proprio interesse e a scapito dell’uomo. Annunceremo allo stesso tempo che il Cristo quando lo vediamo di fronte alla sua morte può apparirci incapace o sconfitto nel dare risposta alle molte e legittime attese dell’uomo: una vita senza malattie e dolori, senza fatiche ed infelicità, senza bisogno di attese e rinunce...
Ma al contrario, quello stesso Cristo nella sua indifesa piccolezza, grazie alla risurrezione ci manifesta chiaramente la sua vera “forza e potere”. Esse non sono innanzitutto una vittoria di fronte alla sfida del dolore o alla ricerca di una felicità da consumare qui , ma sono una vittoria di fronte ad un’altra  sfida, quella dell’Amore. Se lo crediamo e se chiediamo la sua intercessione è innanzitutto per essere vittoriosi con lui di fronte a questa sfida, e colui che vince la sfida dell’amore sarà vincitore anche altrove: vincitore di fronte alle provocazioni della malattia, di fronte alla mancanza di ricchezze, di fronte alle lunge e disperate attese. E se non crediamo che Cristo è risorto facendo vincere l’Amore sopra ogni cosa, allora “vana è la nostra fede”.  Tante volte in luoghi di missione ed in particolare in Africa, l’annuncio del Vangelo di Cristo è risultato vincente poichè si è presentato assieme a tutte le capacità tecniche della società occidentale, della medicina e della scienza, dell’istruzione e delle risorse finanziarie. Ma appunto, non è questo il cuore del Vangelo e come capitò a Gesù quando non moltiplicò più i pani “a comando”, quando si ritirò in preghiera piuttosto che restare a guarire tutti i malati, quando fu imprigionato piuttosto che esibire la sua forza, così capita anche oggi che se la fede si appoggia principalmente su questi elementi, egli il Cristo, rimane ancora una volta solo, ed il Vangelo ha ancora una volta bisogno di essere annunciato. E’ il compito di ogni missionario in terra di missione, dove la musica e la sinfonia del Vangelo non è ancora risuonata, è il compito di ogni cristiano là dove vive ed opera, affinchè la musica e la sinfonia di una nuova evangelizzazione possa continuare a risuonare. Buon Anno della fede alla famiglia di Blaise, alla gente di Babonde, a noi e voi tutti indistintamente.