giovedì 10 luglio 2014

Anno scolastico terminato


2013/2014, anno scolastico terminato ed anno accademico quasi completato. Siamo ben soddisfatti delle tante cose realizzate e soprattutto dei risultati dei “nostri” ragazzi, quelli che sosteniamo  negli studi, poichè le famiglie sono nell’impossibilità di pagare le spese scolastiche. Quest’anno sono stati 62 della scuola elementare e 67 della scuola superiore. Sono 9 gli universitari che si preparano ad essere “professori qualificati” per rientrare a Babonde e ‘sollevare’ un livello di qualità d'insegnamento talvolta improponibile.

Due universitari al primo anno
Tra essi quattro termineranno il ciclo di studi, mentre altri sono lungo il percorso, divisi tra le facoltà di Francese, Inglese, Geografia, Storia, Psicopedagogia e Filosofia: su essi nutriamo molte speranze, anche se sappiamo che prima o poi saranno tolti dall’insegnamento per essere responsabili di scuole qua e là nel circondario. Possiamo non  essere che contenti dell’Institut Sante Marie, con il numero di allievi che continua di anno in anno ad aumentare (270) con il progredire delle classi: l’anno prossimo comincerà la quarta del ciclo di pedagogia (il ciclo completo è di sei anni), mentre quest’anno ha preso il via la sezione professionale di taglio e cucito (il primo anno su di un totale di quattro) con il corso pomeridiano per le giovani  e le donne che non possono iscriversi ai corsi regolari. In questo ordine di cose stiamo già pensando e lavorando per un atelier che possa ospitare agevolmente tutti gli allievi e le macchine da cucire in uno spazio conveniente (vedi la nuova fondazione).
L'attuale atelier
Alla fine dell’anno scolastico il bilancio è anche quello della gratitudine, al Signore innanzitutto, che continua a mostrarci la sua bontà benedicendo i progetti e le persone. Ringraziamento ai tanti che in molte forme ci sostengono, in forma sporadica o continua nel tempo, ma in modo molto concreto, generoso e insostituibile, persone singole ed associazioni di persone (un grazie particolare  alla RETE), Gruppi Missionari ed amici, tutti uniti nel medesimo intento di manifestare la gioia del “dare una mano”, di essere solidali, di realizzare qualcosa di utile che permetterà una migliore istruzione e sviluppo per molti.
Se il più resta da fare possiamo tuttavia seguire il consiglio del nostro Francesco (papa) ed affermare parafrasandolo: Non lasciamoci rubare la gioia del “già fatto fin qui”.
Le donne del Centro recuperazione Taglio e cucito

I lavori di fondazione del nuovo atelier di Taglio e cucito


sabato 17 maggio 2014

Caritas Congo

Dopo gli avvenimenti tristi di dispute, affronti, violenze, furti e saccheggi, degli ultimi mesi del 2013 e dei primi mesi del 2013, fino all’arrivo dei militari, dei morti e dei saccheggi sistematici di tutto un insieme di villaggi di Babonde, la calma si è instaurata, anche se una calma imposta dalla presenza massiccia dei militari e dalla fuga di numerosi giovani implicati nei disordini e nelle violenze.

La presenza dei militari calma gli spiriti ma non rassicura, in una Nazione dove ciascuno si arrangia con mezzi propri, i militari o la polizia a loro volta sono autori di soprusi, di blocchi stradali di balzelli da esigere, fino ai giudizi arbitrari o alla violenza sessuale registrata la settimana scorsa. L’arrivo delle autorità politico amministrative a Babonde in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto Ste Marie ha fatto prendere coscienza del problema e della necessità di non prolungare ulteriormente la loro presenza sul territorio. A partire da questa settimana i militari sono rientrati alle loro basi lasciando ancora sul posto un presidio di poliziotti, normalmente un pò meglio formati dei soldati per risolvere questioni riguardanti la popolazione civile, non è infatti da sottovalutare lo spirito di rivalsa di coloro che si sono sentiti vittime o che continuano a reclamare i loro diritti o che hanno avuto il “morto in casa”.

Nel frattempo famiglie intere che avevano fuggito i disordini ed erano entrate in foresta hanno riguadagnato le loro abitazioni. Una settantina di queste abitazioni, nelle località di Nebane e Mbongo, sono state bruciate, la maggior parte delle altre abitazioni delle località di Bavamasya sono state saccheggiate e private dei pochi beni e materiali che la gente di qui possiede: riso e fagioli, comprese le sementi per la prossima stagione di semina, materassi e sedie, i bidoni per l’acqua e le pentole per la cucina, valigie ed abiti per la festa, biciclette, macchine da cucire... tutto quanto la gente in fuga non ha potuto portare con sé. 

E’ a questo punto che abbiamo pensato di lanciare un appello alle organizzazioni umanitarie e alla Caritas. I rappresentanti dell’ONU hanno preso contatti un paio di volte ma per il momento nessuna reazione contreta. Solo la Caritas Congo, attraverso la Caritas diocesana di Wamba ha potuto recuperare del materiale di prima necessità rimasto di riserva in un’altra operazione similare in un’altra zona della nostra diocesi e portare un primo soccorso che si può iscrivere quale gesto di attenzione a coloro che sono stati vittime della furia popolare e della cattiva gestione del conflitto da parte delle autorità. Un gesto di attenzione e di sostegno, che per quanto piccolo infonde un pò di conforto e di speranza: la distribuzione di coperte, vestiti, pentole, piatti, bidoni per l’acqua, sale...

 I beneficiari sono stati duecento nuclei familiari, toccati dagli incendi e dai saccheggi, anche se molti sono rimasti fuori dalla lista attendendo speranzosi una prossima azione umanitaria. Ciò che ci preme sottolineare è che le risorse finanziarie messe a disposizione da parte della Caritas per questa operazione sono venute da fondi propri, ossia dalla raccolta annuale che tutte le parrocchie della RDC organizzano per le azioni di solidarietà: il poco di molti può fare grandi cose, ed anche qui non si può semplicemente attendere che qualcosa piovi dall’alto o venga dal di fuori.  E’ un’altra buona lezione da tirare, non l’ultima,  nell’insieme delle cattive cose che abbiamo visto nei mesi passati.



 

Inaugurazione





 “Ma quand’è che facciamo la festa dell’inaugurazione dell’Institut Ste Marie”? Una domanda che mi sono sentito rivolgere più e più volte e che ho schivato, un pò perchè sono allergico alle feste di qui, un pò perchè sono preso da altri lavori ed organizzare una festa è un impegno non da poco, un pò perché mancano ancora molte cose per completarne la costruzione e poter fare una vera e propria inaugurazione “chiavi in mano”... ma bisognava solenizzare. Occorreva festeggiare gli operai che si sono “spaccati le ossa” (più o meno) durante un anno e mezzo, senza interruzioni: l’equipe che estraeva pietre di fondazione e quella che estraeva la sabbia, i muratori, i falegnami... E’ stata una bella impresa con un risultato unico per la nostra zona, nel senso che non si ricordano costruzioni simili da più di una cinquantina d’anni. Gli studenti con i loro genitori, il preside ed i professori, le autorità tradizionali e quelle politiche, le autorità scolastiche e quelle della sanità, nessuno ha voluto mancare: tutti hanno voluto marcare la loro presenza. Il vice governatore della regione, lo chef della chefferie, l’amministratore del territorio, i responsabili della polizia e dei militari, il rappresentante del ministero dell’educazione... Una Messa d’apertura e la benedizione dei locali non poteva mancare ed il vescovo Kataka Janvier è stato dei nostri, accompagnato dal responsabile delle scuole cattoliche e da un buon numero di sacerdoti della diocesi. L’inno nazionale “Débout congolais”, gli interventi ed i discorsi di circostanza, il taglio del nastro, la messa a dimora di una pianta di palma, albero simbolico dell’abbondanza, un pasto conviviale e sontuoso, danze e giochi, la consegna di una moto da parte di un uomo politico originario di qui, prezioso regalo per il disbrigo delle formalità amministrative della nuova scuola... solo l’oscurità della notte ha disperso i partecipanti ed i curiosi. Secondo l’opinione di tutti la costruzione è ben riuscita. Ugualmente a detta di tutti la festa è ben riuscita, tranne forse qualcuno che non è riuscito ad entrare a tempo per il pasto offerto.


Ora viene il più importante ed il più difficile ossia il risultato educativo e scolastico dei ragazzi e ragazze che frequentano la scuola superiore. Per il momento sono un pò più di 250, ma già il prossimo anno supereranno i trecento cinquanta, siamo arrivati solamente al terzo anno di un ciclo di sei anni per le scuole superiori; l’anno scolastico 2013/2014 ha visto l’avvio della sezione di taglio e cucito che si è aggiunta a quella pedagogica (magistrali). Le sfide sono molte: offrire delle condizioni logistiche e didattiche ottimali, nella struttura e nei materiali per poter studiare bene e perchè i professori possano insegnare bene (ci manca ancora un “atelier” sufficientemente ampio e nel futuro altre 4 aule); offrire una buona gestione economica delle risorse proprie della scuola, senza sottomettere gli studenti a lavori manuali nei loro campi privati in vista di arrotondare gli stipendi divenuti troppo magri; formare i professori in modo che la loro preparazione professionale e grado accademico siano all’altezza, sostenendoli negli studi universitari, poichè una grande piaga è la “sotto qualificazione” e l’impreparazione degli insegnanti; creare un clima positivo volto alla ricerca del sapere, della conoscenza e dell’educazione, vincendo l’appiattimento al minimo indispensabile... Le sfide appassionano, e di più quando all’intorno non si vedono molti compagni di strada, ma sappiamo che molti da lontano sono con noi e che molti da vicino ci guardano anche per apprendere ed imitare.











 




giovedì 15 maggio 2014

Confermare

Come ogni anno nelle settimane che seguono la Pasqua gli avvenimenti si susseguono a ritmo incalzante ed il 2014 non ha fatto eccezione. Viviamo nell’ordinario molti piccoli fatti quotidiani, la fede ci accompagna, ci guida o ci provoca a seconda delle situazioni, ma c’è bisogno di confermare che ciò che siamo, ciò che stiamo facendo, ciò che desideriamo e ciò che progettiamo stanno andando nella direzione che abbiamo scelta.
“Confermare” è appunto il verbo che descrive bene un’azione necessaria nello scorrere delle giornate, ma anche a livello di fede c’è bisogno di “confermare”. Confermare che viviamo all’interno di un Amore che ci avvolge ed accompagna e non come schegge effimere destinate all’oblio: apparteniamo infatti ad una famiglia, ad una comunità, ad un popolo. Confermare che siamo ricchi di potenzialità e di doni che ci sono stati offerti gratuitamente (anche dall’alto) e che non potremmo mai annullare né per orgoglio, né per negligenza. Confermare che non c’è nulla di irreparabile, imperdonabile, destinato alla sola distruzione senza rinnovamento.


Nella lingua francese il Sacramento della Cresima si chiama “Confirmation” = “Confermare”.
Nella lingua Swahili si chiama “Usabitisho” = “Rendere solido”, “dare forza”... un significato non molto lontano dal “confermare”.
In questi giorni dopo Pasqua eccoci a “confermare” nella fede cristiana più di seicento tra adolescenti, giovani ed adulti, in tre celebrazioni successive assieme ad un delegato del Vescovo, in tre villaggi della nostra vasta parrocchia – Gbunzunzu, BagBay e Nitoni - diventati il centro di raduno per tutti gli altri. Incontro, gioia, festa, canto, danza, tappa di passaggio, coscienza nuova... Con i sensi è impossibile cogliere degli effetti immediati dell’opera della Parola e dello Spirito, ma sappiamo che i frutti si vedranno, si faranno sentire, si potranno toccare e si aggiungeranno ai molti ed abbondanti frutti generati fin qui dalla stessa fede. Noi siamo già stati confermati una volta, a suo tempo. La Cresima è infatti uno di quei sacramenti che si ricevono una sola volta, che non si ripete, poichè lascia un segno incancellabile, e tuttavia il suo significato sarebbe bene riprendere di volta in volta.


Una grazia per noi accompagnare per ben tre volte, ogni anno, la “confirmation” e recuperare così vocazione ed appartenenza, scelte e promesse. Nella maggior parte delle cose che decidiamo e che facciamo, pur con lucidità e consapevolezza, abbiamo tuttavia una coscienza solo parziale di tutte le implicazioni, potenzialità e conseguenze che si manifesteranno con il tempo e con la maturità: camminando la strada si apre.


Alcuni Scout presenti ad una delle celebrazioni

martedì 8 aprile 2014

Progresso e... progresso


In questi giorni c’è una grande novità a Babonde, un nuovo gestore di rete telefonica ha piantato la sua antenna proprio qui nel centro del nostro villaggio, è il servizioVodacom. Una piccola antenna di diciotto metri all’incirca, il raggio d’azione sarà di un paio di chilometri, alimentata a pannelli solari e batterie. Nei giorni di pioggia l’autonomia  sarà limitata e la notte ugualmente, ma è una rivoluzione poichè in questo raggio d’azione potremo circolare con il telefono ed essere raggiungibili. Fino ad oggi per chiamare con l’unico gestore attivo grazie ad una lunga antenna piantata ad Ibambi, ad una ventina di chilometri, occorreva cercare il luogo esatto dove il segnale poteva essere presente, a macchia di leopardo: in giardino, sotto una pianta, in mezzo alla strada... Adesso il segnale potrà essere presente in casa, in stanza, in Chiesa (purtroppo). Non so se si potrà semplicemente essere contenti o avere anche qualche rimpianto: suonerà anche quando stai mangiando, parlando con una persona, quando sei in riunione. Qui non siamo ancora abituati a tutto questo. In compenso se qualcuno ha bisogno di chiamarci dall’esterno saremo finalmente rintracciabili e questa è senz’altro una buona cosa. In questi stessi giorni stiamo utilizzando una piccola “sgranatrice”  a mano per il maïs (granoturco), è da tempo che ci è arrivata con l’ultimo container ma sono pochi coloro che ne fanno uso in quanto la cultura del maïs non è entrata nelle abitudini alimentari della nostra popolazione, e le dolenti note della mancanza di strade per evacuare i prodotti in altre zone e della mancanza di un minimo di meccanizzazione nell’agricolutura, fanno si che non lo si coltivi come si potrebbe, vista la facilità e la fertilità del terreno. 

Metto insieme i due avvenimenti di questi giorni per dire che “c’è progresso e progresso”! Da un lato a passi di gigante avviciniamo tecnologie sofisticate che domandano conoscenze tecniche di elettrica ed elettronica, di comunicazioni digitali e satellitari, di apparecchiature delicate e complicate: gli abitanti di Babonde conoscono il telefono portatile, senza aver mai conosciuto quello fisso, conoscono l’antenna parabolica senza aver mai visto quella normale o un cavo per trasmissioni, conoscono la carta memoria per immagazzinare dati, foto e musiche senza aver mai visto una biblioteca. Dall’altro lato per altri settori il progresso stenta a costruirsi o letteralmente non esiste: quasi nessuna meccanizzazione nell’agricoltura e nella trasformazione degli alimenti, nessun farmaco per gli animali dei piccoli allevamenti domestici, nessuna evoluzione nella tecnica di costruzione delle abitazioni e dei servizi elementari di acqua, luce, igiene...
La zappa ed il telefono vanno insieme, il mortaio per pulire il riso e i pannelli solari, il torchio a mano per l’olio di palma e le motociclette fabbricate in Cina a migliaia di chilometri di distanza.

Importiamo il progresso degli altri e che gli altri ci possono vendere ma sembra difficile identificare un progresso endogeno, che nasce dall’interno e che risponda a bisogni più elementari, di tutti, e che modifichi nel meglio le condizioni di vita. C’è progresso e progresso. Tuttavia, pur nel disequilibrio esistente accettiamo con gioia tutto quanto ci permette di uscire dall’isolamento e di renderci gli uni più vicini agli altri. Già, se volete chiamarmi il numero telefonico del nuovo servizio Vodacom è il seguente:  00243823519375. L’altro (servizio Airtel) rimane comunque in funzione e attivo:  00243994025142.

Il Centro di Babonde visto dall'alto dell'antenna

Un quartiere del Centro di Babonde visto dall'alto


mercoledì 19 febbraio 2014

Nuovamente nelle mani degli agitatori

Resti delle tombe scavate e della croce innalzata
dai banditi ribelli per significare che con loro altri moriranno

Sono state sufficienti poche settimane di calma, per esaurire l’effetto positivo della conferenza di pace svoltasi a Babonde. Tutto ha lasciato ben promettere, soprattutto il dialogo con i “saggi” dei villaggi in conflitto ed i responsabili della chefferie . Il ritorno degli “esiliati” nelle loro abitazioni, gli insegnanti, gli studenti, gli infermieri, i commercianti, ciascuno alle proprie rispettive occupazioni, sono stati i segni evidenti della reciproca fiducia ritrovata e del ritorno alle normali attività.
Purtroppo non è bastato per “togliere il pungiglione”. Il capo dei ribelli ha ripreso le sue abituali provocazioni, furti lungo la strada, percosse e minacce. Stavolta però la pazienza della popolazione non è stata puntuale all'appuntamento, causata anche dalla brutalità delle aggressioni dei “ribelli” rivelatisi alla fine dei semplici banditi, non più sostenuti dai saggi del villaggio e dalle rivendicazioni relative al potere tradizionale.
Case bruciate a Nebane
Nel giro di una settimana siamo arrivati allo straripamento della collera popolare nella ricerca di una giustizia sommaria ed immediata e all'impiego delle forze armate per avere infine la meglio sul capo dei banditi ed il suo gruppo. 
Personalmente ho cercato in tutti i modi di dissuadere le differenti fazioni a non affrontarsi direttamente, a non interporsi alle forze armate oramai prossime ad intervenire, a non farsi giustizia da sé, a non porre atti che possano in seguito generare conflitti ed inimicizie ulteriori. Qualcuno ha saputo ascoltare, per molti altri è stato un lavoro quasi inutile, anche se il richiamare alle coscienze cristiane che il Vangelo ci chiama ad altro, porterà in seguito qualche frutto.
Abbiamo assistito a tre giorni di violenze, di furti e ruberie generalizzate, a quattro persone uccise per essersi opposte alle forze dell’ordine, ad un largo impiego della menzogna e della diffamazione.
A distanza di una settimana il bilancio è fallimentare: il capo dei ribelli è in fuga, introvabile; lo stazionamento di tre équipes di militari, che abitualmente non sono tenere con la popolazione e che senza troppe remore possono approfittare della situazione per ricavarne dei benefici personali; il non funzionamento di numerose scuole elementari e di una scuola superiore; una sessantina di abitazioni bruciate; il saccheggio di un numero di famiglie difficile a calcolare: materassi, riso, biciclette, bestiame d’allevamento domestico e dei più diversi piccoli beni della famiglia; l’arresto di tutte le attività agricole e commerciali.
Case bruciate a Mbongo
 La paura di questi giorni, il risuonare delle armi da fuoco dei militari ha gettato la maggioranza della popolazione nello sgomento, spingendo alla foresta bambini, donne e vecchi, uomini e giovani. L’abbandono dei villaggi, il freddo di questi giorni, la mancanza di sale, di cibo e di medicine aggiungeranno alla paura altre sofferenze.
Amaramente constatiamo che sono stati gettati numerosi semi maligni che genereranno altri mali futuri se non sapremo porre in anticipo le cure necessarie.
Preparazione di sale da distribuire alle popolazioni "sfollate" in foresta

martedì 18 febbraio 2014

Dialogo di comunità


Finalmente le autorità si sono mosse in forza e all'unisono per aiutare la popolazione di Babonde, la chefferie dei Balika-Toriko: il vice governatore della regione, il capo della polizia, gli uomini politici nazionali e regionali, le autorità tradizionali locali, tutti hanno accettato di sedersi per due giorni di dialogo, per vedere da vicino la brace che accende fuochi divenuti troppo pericolosi.

La sede è stata discussa a lungo in quanto occorreva un luogo neutro che facesse sentire tutte le parti al sicuro e non minacciate. Alla fine è stata individuata la grande sala della parrocchia per le duecento persone che hanno potuto entrarvi (una grande maggioranza di persone è rimasta fuori, impossibilitata a vedere ma soddisfatta nel sentire) ed è stata scelta la nostra abitazione per ospitare le autorità venute da lontano per ascoltare e mediare le differenti fazioni. Anche il “capo ribelle” alla fine ha accettato di presentarsi e di partecipare alle discussioni. Il nocciolo del problema: la rivendicazione del potere tradizionale della chefferie passato di mano in mano, e la divisione della stessa in due parti. Le autorità competenti hanno promesso di ripresentarsi a breve per far conoscere la legge che regola questo tipo di conflitti e cercare una soluzione che passa secondo il diritto e non secondo la forza delle armi o delle rivendicazioni di strada. Tutti sono stati d’accordo nel rifiutare le violenze, i furti, le intimidazioni le minacce e le percosse che nulla hanno a che vedere con il nocciolo del problema, ma che al contrario ne allontanano la soluzione distorcendolo e trasformandolo in un problema di ordine pubblico.
La commissione della Società Civile ha diretto i lavori ed ha stilato un documento finale promettendo la creazione di una commissione per accompagnare l’applicazione delle risoluzioni. Tutto si è concluso con una serie di strette di mano pacificatrici e riconciliatrici. Alla soddisfazione finale di tutti si è aggiunta l’impressione di aver concluso troppo in fretta la discussione di un problema che ha radici profonde e di non aver rasserenato veramente gli animi, se non superficialmente, seguendo lo stretto calendario dettato dagli impegni molteplici degli uomini politici. La presenza sul posto del capo della chefferie per un lungo periodo (cosa non abituale poiché assente a causa di altri impegni politici) e la costituzione di un comitato di accompagnamento potrà vegliare sull’evoluzione positiva delle proposizioni fatte, almeno così speriamo.






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giovedì 13 febbraio 2014

Ci hanno tolto la pace!



A Babonde gli animi continuano ad infiammarsi, un gruppo di provocatori, associabile nel suo agire ad un gruppo di banditi persevera nel seminare il panico e a creare la basi per delle reazioni popolari dalle conseguenze imprevedibili. Un “groupement” che si sente leso nei propri diritti ereditari ha iniziato una serie di operazioni che stanno al limite tra il banditismo e la guerriglia: con qualche gruppo di giovani equipaggiati di armi bianche ed un chef di guerra, sfida l’autorità locale e i militari inviati dalle autorità del territorio. L’ultima più grande provocazione una “marcia di collera” con minacce di morte al capo attualmente in sella. La reazione della popolazione vicina al capo non si è fatta attendere, a distanza di due settimane una contro marcia di collera, degli scontri con lancio di frecce, qualche ferito, la chiusura di una scuola, di dispensari, l’impossibilità di circolare liberamente a causa della paura e di alcuni alberi abbattuti di proposito lungo la strada. Gli studenti e gli insegnanti delle rispettive fazioni avverse cacciati dalle scuole, danni materiali ai beni e alle persone.

I soldati venuti per arrestare l’agitatore principale sono rientrati a mani vuote, forse incapaci di compiere la loro missione forse corrotti, lasciandoci la sensazione, una volta di più, che le autorità ed i politici stiano giocando il loro teatro sulle spalle della popolazione per la stragrande maggioranza inconsapevole ed innocente. E’ così che abbiamo pensato di reagire, in quanto cristiani ed in quanto uomini e donne che hanno a cuore il bene del proprio paese e villaggio. Se le marce precedenti erano di collera, abbiamo voluto organizzare una marcia per la pace, una prima in assoluto a Babonde. Se le marce di collera avevano vestito il colore rosso del sangue, noi abbiamo vestito il colore bianco della pace, sapendo che non abbiamo bisogno di spargere altro sangue per la pace essendo già stato versato quello del Cristo. Se altri avevano cantato canti di minacce e di morte noi abbiamo cantato a squarciagola per più di cinque chilometri canti di gioia e di festa. Partiti dalla chiesa, dopo la messa il giorno di domenica ci siamo indirizzati sul luogo degli scontri, sul luogo della scuola rimasta chiusa, sul luogo abbandonato dagli abitanti a causa delle minacce e dei danni ricevuti. La popolazione ha diritto alla pace!  I pochi che si azzuffano per la lotta del potere non hanno il diritto di gettare tutti nella mischia e di mettere l’uno contro l’altro: gli amici di lunga data, gli appartenenti alla stessa famiglia grazie ai matrimoni, gli appartenenti alla stessa famiglia grazie alla circoncisione dei ragazzi, i compagni di scuola o di letto di ospedale. La popolazione ha il diritto alla pace: i lavoratori hanno diritto alla pace, gli studenti, gli insegnanti, i malati, i viaggiatori, i commercianti, gli uomini di chiesa, tutti hanno diritto innanzitutto alla pace. A partire da qui potremo cercare tutti gli altri diritti. Un capo che non era d’accordo mi ha detto: “noi non possiamo manifestare per la pace, poiché è come se volessimo dichiarare di essere guariti quando la spina è ancora nella carne”. La mia risposta è stata che se vogliamo togliere la spina occorre almeno che ci fermiamo un pò, che non continuiamo a camminare sugli stessi sterpi riempiti di spine.

Natale nel Conflitto

Che valore può avere un augurio di Buon Natale a distanza oramai di una manciata di settimane? Qualcuno afferma che il tempo scorre veloce e divora ogni cosa gettando tutto nell'oblio.
Al contrario trovare il tempo di guardare indietro permette di assaporare qualcosa di nuovo.
A Babonde il Natale trascorso è stato costellato di tensioni e conflitti a causa di una lotta in corso per la gestione del potere tradizionale. I villaggi divisi in gruppi (groupements) hanno dei capi tradizionali che appartengono alla famiglia regnante. Alla morte di qualcuno di questi capi la scelta del nuovo comporta talvolta discussioni e conflitti all'interno delle differenti località e famiglie. L’occasione dell’elezione di un capo contrastato ha messo a confronto due opposti gruppi fino a bloccare le strade, le traversate dei piccoli fiumi con la piroga, l’accesso degli studenti alle scuole localizzate nell'uno o l’altro villaggio, il sequestro di beni, le minacce e le percosse... fino al confronto aperto con frecce, lance, machete e qualche fucile da caccia.
In questi anni non ho mai visto nulla di simile a Babonde, sorpreso di vedere come gli antichi rancori possano così rapidamente ridestarsi ed infiammare gli animi, sorpreso di vedere come la memoria possa così facilmente cancellare gli anni recenti di convivenza ed andare a scovare i cadaveri sepolti da oramai una cinquantina d’anni. Sorpreso di vedere come pochi leader, pochi cosiddetti “saggi”, pochi agitatori possano mettere in difficoltà tutta una comunità.
Nel tempo che precede il Natale si legge “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”. E’ stata la nostra preghiera e la nostra supplica. Il popolo preso da spirito di vendetta, senza luoghi di confronto e di discussione, lasciato a se stesso nel risolvere conflitti che se guardati da vicino sono di importanza limitata, è un popolo che rischia di viaggiare nelle tenebre. Il “Principe della pace” non si stancherà di donarci la sua buona notizia, di mansuetudine e di fraternità. Dimenticare la comune paternità di Dio per cominciare a vedere nel fratello un nemico sarà il più grande peccato di cui chiedere perdono in questi giorni. Come gli uccelli notturni, come la sentinella occorrerà scrutare bene nella notte.  



giovedì 7 novembre 2013

MANGELE

Restiamo sempre in ambito scolastico, poiché l’educazione ci preoccupa e di educazione ci occupiamo. Ecco qualche foto che proviene dal villaggio di Yambenda, fa parte della nostra vasta parrocchia e si trova ad una quindicina di chilometri Babonde, in “zona miniere”. Parlare di “zona miniere” vicino a Babonde significa che lungo i corsi d’acqua, setacciando la sabbia si possono trovare piccolissime pagliuzze d’oro. E’ l’oro cosiddetto alluvionale, il lavoro di una giornata può rendere il valore di 3/4 dollari ma anche nulla se non si è fortunati. Molti, delusi, si dedicano all’agricoltura che ha dei rendimenti più sicuri, per poi ritornare di tanto in tanto a prendere in mano setaccio, catino e pala, gli strumenti del cercatore. I giovani al contrario, sono molto più attirati dai guadagni immediati ed importanti, spesso solo sognati, senza la pazienza di attendere lo scorrere delle stagioni.
Già da diversi anni a Yambenda aveva preso avvio il progetto della costruzione di tre aule scolastiche  per una scuola superiore con l’indirizzo agro veterinario. Il progetto aveva però conosciuto numerose difficoltà, il comitato sul luogo piuttosto che costruire aveva sperperato, poi il disinteresse dei responsabili, infine la disaffezione degli studenti alla scuola stessa, poiché l’opzione di agronomia non attira affatto i ragazzi, anche se in un futuro – che non crediamo sia però prossimo -  sarà senz'altro una scienza necessaria e ricca di ricadute positive: lavoriamo per il futuro. Ecco che finalmente da qualche mese a questa parte le cose si sono rimesse in marcia e i pochi mattoni prodotti all'inizio del progetto sono stati messi in opera, in maniera appena sufficiente a  sostenere il tetto di lamiere, le quali riposavano in magazzino da oramai troppo tempo. Ne sono uscite due aule, delle tre inizialmente previste, purtroppo con qualche ritardo sull'inizio dell’anno scolastico. Il risultato, sebbene parziale, ha comunque creato un buon effetto positivo incoraggiando i responsabili della scuola ed i genitori dei ragazzi iscritti a rimboccarsi le maniche e a fabbricare la quantità di mattoni che resta, e questo lascia ben sperare per un avanzamento del progetto nel corso dell’anno, anche se sappiamo che gli entusiasmi iniziali si raffreddano in fretta anche in zona a clima equatoriale. Ecco qualche foto presa sabato pomeriggio scorso, ovviamente i ragazzini che vedete non sono gli studenti ordinari, ma i bimbi delle abitazioni vicine, che accorrono sempre in numero sufficiente per riempire il quadro della fotografia, ma possiamo facilmente immaginare in essi gli allievi potenziali di domani, vista l’esplosione demografica in atto.
Le “impalcature” in canne di bambù rimarranno ancora qualche giorno per permettere di “ungere” le travi del tetto in modo da rendere indigesto il legno alle affamate termiti che costituiscono una minaccia permanente anche per le costruzioni più robuste.

Ah, dimenticavo, perché il nome Mangele alla scuola? Non è raro che la popolazione per onorare e conservare la memoria dei notabili o dei capi tradizionali del presente o del passato, capi di “groupement” (un insieme di villaggi) o della “chefferie” (l’insieme dei “groupements”), dia alle scuole il loro nome. E’ così che abbiamo i nomi dei capi di allora o di adesso come Mangbukele, Mangadima, Esokobane, Zatua e via dicendo. Nello stesso tempo si spera con fiducia in un trattamento di favore e qualche aiuto da parte dei diretti discendenti, cosa che è sempre la benvenuta.

venerdì 25 ottobre 2013

MISSIONI

Alla Parrocchia di Chirago - Butembo - RDC.
E’ oramai notte, e già da qualche ora funzioniamo alla luce della batteria, ed è in questo momento che rifletto sulla fine della giornata di oggi, le celebrazioni a Gbunzunzu e a Fungula, due villaggi della nostra vasta parrocchia, e la giornata di preghiera per le missioni che si è celebrata dappertutto nel mondo intero all’interno delle comunità cristiane e da noi ugualmente. Non volevo chiudere questa giornata senza dare un piccolo segno di vita. Si leggeva oggi che la forza della missione è espressione di una comunità matura, che sa essere feconda, non solo all’interno della propria porzione di territorio, ma anche altrove, fino agli estremi confini...
Ora tutti noi sappiamo che di confini ne abbiamo molti, non solo quelli geografici e di "confini estremi" pure ne abbiamo molti:
le parti più nascoste del nostro spirito; i fratelli in umanità che ci sono accanto ma che non abbiamo mai visto oppure non abbiamo mai considerato come tali; i cosiddetti “perduti” per le più disparate ragioni, oramai alla perifera della società, le “boccie perse”; coloro che non si sono mai integrati o non si sentono “dentro” assieme agli altri; coloro che non sono dei “nostri” e coloro che vengono da altrove... sono solo alcuni dei tanti “confini”.

Mi considero un fortunato per poter essere al servizio del Vangelo in un luogo lontano dalle “mie terre”, vicino ad uno dei tanti confini del mondo, ma penso che possiamo condividere questa fortuna visto che, appunto, i “confini estremi” sono molti e variegati e a tutti è dato di oltrepassarli, nella sincerità verso il più profondo di se stessi che è allo stesso tempo sincerità di fronte a Dio creatore . A tutti noi allora buona festa della missione ricca di autenticità, di coraggio e di aperture.

giovedì 10 ottobre 2013

GEOGRAFIE DEL MONDO E RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTA’

Un nostro confratello 
ha effettuato un viaggio in Madagscar, e mentre era assente parliamo di lui assieme a due giovani che hanno già ottenuto il loro “Diplome d’Etat” ossia hanno già superato l’esame di maturità. Nella conversazione domando loro se sanno dové il Madagascar e se possono indicarlo su di una carta geografica che è appesa al muro. Con gande stupore (mio) e un pò di imbarazzo (loro) non riescono a mettere il dito sul punto giusto, l’isola del Madagascar. Tento allora con qualcosa di più facile, se possono indicarmi dovè il continente Africa, e stavolta è il disappunto quando vedo l’incertezza regnare fino a puntare l’America del Sud piuttosto che l’Africa.
Questo episodio mi stuzzica ed inizio qualche riflessione, innanzitutto sul livello oramai degradato degli studi: anche coloro che sono regolari alle lezioni, alla fine del loro percorso si ritrovano con palesi lacune e talvolta senza aver svolto una parte importante del programma o senza aver assimilato numerosi punti elementari. E’ pane comune ridurre la scuola a banco di commercio dove si acquistano e si vendono i punti e le promozioni o dove si vedono gli alunni ridotti a mano d’opera a buon mercato nei campi da coltivare dei professori; senza tralasciare gli insegnanti dimenticati e malmenati dal loro primo datore di lavoro che è lo Stato, costretti a mille manovre e arrangiamenti per sbarcare il lunario sulle spalle di una nobile professione e vocazione che è l’educazione e l’insegnamento. Infine i genitori oramai stanchi di essere chiamati in causa per ogni cosa: la costruzione delle aule scolastiche, l’acquisto dei manuali per gli insegnanti, l’autofinanziamento per i banchi degli alunni, la quota mensile per garantire una remunerazione minimale agli insegnanti...
In buona sostanza sono questi i motivi che ci hanno spinto alla realizzazione del progetto “Institut Ste Marie”, la scuola superiore che vuole raccogliere la sfida dell’educazione poichè, come detto, in causa non è solo l’insegnamento della geografia ma le basi stesse dello sviluppo che poggiano sulla trasmissione del sapere. Una nuova generazione senza istruzione è una generazione alla quale è stata privata l’eredità che gli spetta: il sapere delle generazioni che l’hanno preceduta, ed è ora costretta a ricominciare da zero. Avremmo dovuto inaugurare il nostro “Institut Ste Marie” in questo mese di settembre ma il responsabile degli studi ha avuto un piccolo incidente ed è stato costretto ad un viaggio per cure mediche. La data è quindi riportata, ma tutto è al posto giusto e salvo qualche rifinitura l’essenziale c’è. Le lezioni hanno ben cominciato, con le due sezioni per il momento: le magistrali (pedagogie) e il corso professionale del “taglio e cucito”. Le sale sono riempite, gli studenti accorrono per iscriversi, i genitori sono contenti di inviare e sostenere i loro ragazzi e ragazze (sempre troppo poche in proporzione ai maschi) in una scuola che promette di dare ottimi risultati, che non riduce gli studenti al lavoro manuale, che non inventa ogni giorno nuovi balzelli, che paga con regolarità gli insegnanti. Un GRAZIE ENORME e sincero a tutti quanti hanno contribuito: i benefattori, gli operai, gli studenti stessi, gli insegnanti... Una scuola così ben costruita e ben funzionante è difficile vederla nel raggio di qualche centinaio di chilometri. Con l’aiuto del buon Dio non deluderemo e non saremo delusi.

A partire dalla iniziale isola del Madagascar e dalla carta geografica del mondo vorrei aggiungere una riflessione sulla “rappresentazione della realtà”, ossia sul processo di apprendimento che ci permette di chiamare le cose con determinati nomi o segni (simboli, immagini) e a collocarle in un deteminato contesto di significati e di valori. Tra noi umani stipuliamo delle convenzioni, e ci accordiamo nel pronunciare un suono che chiamiamo “nome” e quando l’abbiamo pronunciato esso ci  permette di pensare a quella cosa sulla quale abbiamo convenuto e che abbiamo abbiamo vista o gustata o toccata oppure sperimentata o ancora semplicemente immaginata perchè ci è stata raccontata. Ecco che chiamiamo Madagascar una porzione di terra e di abitanti, un luogo geografico determinato e che rappresentiamo con un segno grafico su di un foglio bianco e lo circondiamo di azzurro per significare che è un’isola e tutto attorno è il mare. Già tutto questo domanda una serie impensata di convenzioni, di accordi taciti tra gli uomini e di istruzioni di modo che chiunque, in qualsiasi parte del mondo, sia stato istruito in questo modo possa indicare al suono “madagascar”  un punto preciso in un foglio disegnato e colorato ed immaginare una terra concreta, degli uomini, una lingua e via dicendo. Non è certamente il Madagascar (fatto di terra e di acqua, di piante, animali ed uomini...)  quella piccola porzione di carta colorata su quel foglio incorniciato appeso al muro e non è certamente “là” il Madagascar quando lo indico con il dito. Ma neppure sono in torto quando studio l’Africa e mi rappresento la realtà con l’aiuto di una carta geografica o di qualche fotografia. Mistero e potenza delle parole e dei simboli, mistero e potenza del linguaggio e della comunicazione. Poter significare qualcosa che è ben reale, senza tuttavia poterlo ridurre alla parola che lo pronuncia e lo evoca e senza poterlo ridurre al simbolo che lo rappresenta. Siamo nell’anno della fede, secondo la Chiesa cattolica, ed allora mi domando quale potenza e mistero si possono nascondere e rivelare allo stesso tempo pronunciando la parola Dio? La riflessione adesso potrebbe farsi troppo lunga, ma sarà senz’altro interessante.