martedì 15 marzo 2016

Pioggia di misericordia



Siamo vicini alla grande festa di Pasqua e del ricordo di tutte le vicende che hanno portato alla morte e alla resurrezione del Cristo.
E’ la manifestazione del “peso” che ha sull’umanità il male ed il peccato con le sue conseguenze nefaste e mortali, ma allo stesso tempo é manifestazione della grande misericordia e bontà di Dio che scende come la pioggia in maniera indifferenziata sui tutti i suoi figli e come il sole tutti li illumina, di modo che la sua bontà copra il nostro male e la sua grandezza riempia le nostre piccolezze e vuoti.

Nel mese di marzo a Babonde si aspetta la pioggia, dopo oramai tre mesi di stagione secca, di sole ardente, di penuria di acqua e di cibo. A Babonde aspettiamo anche un’altra pioggia quella della misericordia di Dio che ci arriva in molte e disparate forme, nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti e nella lettura della Parola di Dio.

Nel mezzo di tutte queste piogge di misericordia una di esse molto concreta, meno spirituale, è stato l’arrivo del materiale speditoci dall’Italia attraverso un container. Non mettetevi a ridere. Qualcuno si chiederà quale sia la pertinenza di argomento tra il materiale di un container e la misericordia di Dio. Ebbene mi sembra che il il legame sia molto stretto ed evidente.



Innanzitutto per chi vive in un contesto un pò isolato l’arrivo di un qualche aiuto materiale, segno tangibile di un gran numero di fratelli che da lontano non si è dimenticato di voi,  è una vera e grande consolazione che va al di là del contenuto del pacchetto, e se contagiose sono le infezioni, anche il bene è contagioso da parte sua. Un volto sorridente spingerà altri allo stesso sorriso ed una mano tesa nell’aiuto aiuterà altre mani nello stesso gesto di generosità.


Computer, macchine da scrivere e da cucire, martelli seghe, morse e pialle, un apparecchio medico per la rianimazione (concentratore di ossigeno), materiale elettrico... Se non è possibile fare la lista completa delle cose ricevute è però doveroso citare quanti potranno essere coloro che  trarranno beneficio da un gesto semplice di attenzione, di amore, di solidarietà ed infine di misericordia che è nato molto lontano ma che si è fatto toccante e vicino.



Sono infatti gli studenti della scuola di informatica, le ragazze e le giovani ragazze madri del taglio e cucito, gli insegnanti delle scuole che sono collocate ancora più all’interno  nella foresta di Babonde, i ragazzi dell’atelier della nascente scuola di falegnameria, i malati gravi dell’ospedale bisognosi di rianimazione, gli apprendisti muratori dediti alla costruzione della scuola elementare, i ragazzi delle squadre di calcio della missione, i catechisti e i maestri oramai bisognosi di occhiali per leggere... 
Tante, tante persone.


Papa Francesco ha voluto che quest’anno sia un anno di misericordia e che le opere di misericordia si facciano, spirituali e corporali. Per chi non sapesse possiamo citare in disordine: consolare gli afflitti, istruire chi ancora non conosce, dar da mangiare agli affamati, visitare ed aiutare i malati...











Mi sento di dire che il materiale arrivato con questo container ci ha consolato ed ha manifestato la misericordia di tanti nei confronti della missione di Babonde. Queste stesse “cose” ci aiuteranno a manifestare una misericordia operosa a tanti fratelli e sorelle, giovani e anziani, sani e malati. La catena di bene non si interromperà. Un grande grazie ed una buona e santa Pasqua, capace di far risplendere sui nostri volti il volto di Cristo e la misericordia del Padre.















lunedì 1 febbraio 2016

LVC

LVC una sigla che sta per  “La Vie est un Combat”, la cui traduzione suona all’incirca: “la vita è una battaglia”. E’ il nome di una compagnia di trasporti che con alcuni bus assicura un servizio regolare sulla strada principale che ci porta da Niania a Kisangani. Ancora una volta ho sperimentato l’avventura del viaggio in questo mese recandomi appunto a Kisangani. Domenica dopo la messa viaggio in moto fino a Niania. Dovendo attendere il bus per due giorni abbiamo preferito, con i miei due giovani compagni di viaggio, cercare un passaggio di fortuna. 
Ce ne sono spesso, sono le automobili d’occasione acquistate a Kampala in Uganda ad un prezzo estremamente economico, e fatte attraversare il confine per trasportarle a Kisangani lungo un percorso di 2000 km circa, per  imbarcarle su di un battello che discende la corrente del fiume Congo e raggiungere infine la capitale Kinshasa.
La nostra occasione è una “noa”, una automobile di 8 posti credo che in Italia la chiameremmo monovolume, non so se il nome “noa” abbia qualche riferimento all’arca di Noé o sia solo un’assonanza. Mi sembra un buon veicolo, anche se i pneumatici a bassa pressione, senza camera d’aria, non mi danno una buona impressione: “è arrivata sino a qui ci porterà fino a Kisangani”.


Partiamo in fretta anche perchè lungo la strada le formalità da sbrigare sono infinite, almeno una decina di posti di controllo che con la scusa di garantire la sicurezza mirano soprattutto a qualche mancia donata volontariamente o estorta. Dopo solo dieci chilometri una doppia foratura ci blocca. L’autista rientra con i due pneumatici su di un camion che viaggia in senso contrario per tentare una riparazione, noi lo aspettiamo pazienti fino alle quattordici accolti nel piccolo agglomerato di case situato nel mezzo della foresta.


Curiosiamo tra le capanne, mentre alcuni bimbi al mortaio puliscono il riso, ed altre bambine pigmee sono stranamente abbigliate mentre i loro coetanei maschi in foresta vivono qualche rito di iniziazione.



La riparazione è stata un “bricolage” nel senso che non c’erano pneumatici di ricambio di quel modello e ne facciamo subito l’esperienza,  due soli chilometri e un primo pneumatico esplode; altri due chilometri e siamo di nuovo a terra. Scoraggiati riflettiamo sul da farsi. Oramai bisogna abbabdonare l’automobile, l’autista cercherà i nuovi pneumatici ma gli ci vorrà qualche giorno. Assieme ci consoliamo con un buon pranzo di “fufu” (polenta) e pesce, ringraziando il buon Dio di essere non in mezzo alla foresta ma giusto nel mezzo di un villaggio un pò “robusto”, con un pò di movimento di persone, riusciamo infatti a trovare due motociclette che possano trasportarci nella cittadina più vicina Bafwasende che dista ancora una cinquantina di chilometri. Fazzoletti sulla bocca per proteggerci dalla polvere che ci avvolge completamente in questa stagione secca e ci cambia il colore della pelle, indipendentemente da quello di origine. “La vie est un combat”  il viaggio si risolve in un avanzare “en cascade”, di occasione in occasione. I molti che non dispongono di 30 o 350 dollari viaggiano sopra i teloni di plastica dei camion merci, con essi i loro bimbi e i loro bagagli. 
Anche le capre abbarbicate sugli stessi mezzi sanno che la vita è una battaglia.  E’ oramai sera e siamo ospitati nella parrocchia, il bilancio di una giornata di viaggio sono quattro forature i 70 chilometri percorsi e tanta stanchezza. Non demordiamo, il mattino dopo all’alba tentiamo un’altra “occasione”, con i cinesi, ossia la compagnia alla quale è stata affidata la risistemazione della strada nazionale sperando che accettino di trasportare dei passeggeri. 
Siamo fortunati.

Due camion di trasprto terra ed una autobotte andranno a Kisangani. Una piccola mancia agli autisti e possiamo partire. Il nostro autista è un congoloese di una sessantina d’anni, parliamo del più e del meno e mi racconta la sua vita.

Lavora oramai da due anni in questa ditta ma continua ad essere un giornaliero; il salario è di circa 130 dollari al mese, a partire dalle 7 del mattino fino alle 18 di sera, il pasto da provvedere personalmente, 7 giorni su 7, nessuna assistenza sanitaria. Il nostro autista lungo la strada fa salire la moglie con i suoi bagagli, una pentola di riso cotto, un’altra con del pesce e del sombe (legumi cotti), un secchio con delle archidi, due pacchetti di sigarette e qualche altro piccolo oggetto, due bidoni d’olio di palma. Tutte cose da vendere ad un centinaio di chilometri di distanza o agli opeai del cantiere, colleghi del marito. Potrà così racimolare qualche dollaro ed approfittare del trasporto per visitare qualche membro della famiglia.
E’ una giovane donna che sprizza vitalità da tutti i pori.Il nostro autista si confida: i figli da far studiare, le malattie che arrivano sempre troppo improvvise e le medicine da comperare, la precarietà del lavoro. Ad un certo momento esclama: “per fortuna la fine del mondo è vicina”.
Appartiene ad una di quelle “chiese del risveglio” presenti oramai a centinaia. Riconosce che queste chiese con i loro pastori hanno l’abitudine di chiedere un pò troppi soldi, ma aiutano la gente con la loro predicazione. Dopo non molto tempo, lungo la conversazione ritorna con il medesimo ritornello stavolta in forma interrogativa: “la fine del mondo è vicina?”. “Nessuno conosce nè il giorno nè l’ora” gli rispondo, “neanche Gesù in persona”.


La vita è difficile, la vita è una battaglia, ma non sarà qualche “sedativo” consolatorio e spiritualista a permetterci di migliorare le cose. Siamo oramai vicini alla città, il nostro autista non ha il telefono così mentre lui guida lo aiuto con il mio e chiamo qualcuno della famiglia perché, una volta arrivato, possa scaricare in velocità qualche asse di legno che trasporta abusivamente per arrotondare il magro salario. In un foglio sono annotati i diversi numeri, ho così l’occasione di parlare con “l’apotre”, ossia il responsabile della sua chiesa. Oggi è il mio giorno fortunato in tutta la mia vita non ho ancora avuto la fortuna di parlare con un Apostolo. In queste nuove chiese i titoli si sprecano e sono attribuiti per autoproclamazione: l’apostolo, il profeta, l’inviato, l’evangelista...

Siamo finalmente arrivati. Tre giorni per i nostri 500 chilometri di percorso. 
Nessun inconveniente maggiore, tutto è andato bene, abbiamo visto e conosciuto molte nuove cose. Tra una settimana il ritorno, stavolta il bus sarà pronto al giorno desiderato. Alla partenza un pastore (responsabile o predicatore) di qualcuna di queste nuove chiese e “convenzionato” con la compagnia di trasporti, inviterà tutti a pregare per un viaggio senza incidenti.  La risposta dei passeggeri sarà fervente. La sua preghiera durerà qualche chilometro tra canti e citazioni dell’Apocalisse, fino al momento di lasciarci non senza essere passato con un sacchettino di plastica per raccogliere qualche offerta prima di scendere. 
La vita è una lotta ed occorre essere attrezzati per combatterla. Nella guerra combattuta dagli eserciti molti si industriano a vendere le armi le più sofisticate per poterla vincere o semplicemente per  creare maggiori disastri in modo che la stessa guerra perduri e con lei gli affari che ne conseguono. La fede cristiana offre anch’essa numerose armi per combattere un’altra battaglia, quella della vita quotidiana, spirituale e morale ma anche la battaglia per la semplice sopravvivenza o per una vita più degna ed umana... più giusta. Qualcuna di queste armi può essere usata in modo improprio o deviato, resta pur vero che ci si deve difendere in qualche modo con quello che si ha, con le armi che si hanno. Una conoscena parziale del messaggio del Cristo, anche questa è un povertà da vincere.

lunedì 4 gennaio 2016

Morena, Tina e la follia

Beh, innanzitutto GRAZIE Morena per la visita e la permanenza effettuata a Babonde, breve ma intensa, come tutte le cose che succedono qui. Ti ci sono voluti lunghi giorni di preparazione, di contatti, di raccolta di aiuti, di giornate di sensibilizzazione in Italia per continuare a far funzionare il TALITA KUM, il centro nutrizionale di Babonde per i bambini malnutriti. Grazie a te e a tutti gli amici che sostengono il progetto.
Grazie sopratutto a nome dei tanti bambini “salvati” – nel senso stretto della parola – grazie anche a nome delle loro famiglie.
Per Morena ci sono voluti in seguito lunghi giorni di viaggio andata e ritorno, passando per Kinshasa ed Isiro, non senza qualche patema d’animo per gli improvvisi cambi di programma da parte delle compagnie aeree, le valigie perdute, le lunghe attese: sono poche le cose che si possono realizzare facilmente in R.D.Congo, il tutto troppo spesso si complica e se non si è equipaggiati di un buono spirito d’adattamento le giornate diventano pesanti. Non abbiamo potuto organizzare qualche breve viaggio di piacere o di conoscenza, pur sapendo che questi giorni sono i giorni di  “ferie” di Morena, visto il tempo ridotto ed il desiderio di stare il più possibile con i bimbi del Talita Kum, semplicemente immersi nella realtà piccola ma umana di Babonde. Sappiamo d’altronde che dove c’é l’umano si è al centro del mondo e non c’è più bisogno di andare altrove.

Delle tante cose che ci siamo detti con Morena e su cui abbiamo riflettuto, sorattutto su come migliorare il servizio ai bimbi malnutriti, voglio ricordare un incontro con una parsona particolare in babonde, l’incontro di Morena con Tina, una giovane ragazza di circa 25 anni, pazza! Nata à Babia, un villaggio ad una trentina di chilomentri, è perennemente in viaggio da un luogo all’altro, da una famiglia all’altra, mendicando cibo e vestiti, con unico bagaglio una gerla trasportata sulla schiena, grazie ad una corda passata attorno alla fronte. Le strade non sono pericolose, e per lei tutti i villaggi sono anche casa sua. Il sapone non fa parte del suo corredo né dei prodotti che gli sono necessari per vivere. E’ un’amica della nostra missione, ogni volta che passa di qua sa che può ricevere un saluto cordiale, una frittella, una maglietta. Di vestiti ne ha bisogno quasi ogni giorno, poichè se qualcuno la fa arrabbiare prendendola in giro o allontanandola con cattiveria, lei per mostrare il suo malcontento si spoglia e si getta per terra. Noi facciamo tutto  il possibile in modo che non si spogli qui al “convento”. 
E’ una folle buona, non ho mai saputo che abbia fatto del male a qualcuno o che abbia rubato qualcosa. Se gli si dà un bimbo in braccio lo sa accudire con grazia anche se solo per poco tempo.  
Ebbene Morena con Tina fa qualche foto e poi me le passa al computer. La sera le riguardiamo insieme e nessuno saprebbe dire che sono le foto, il volto, l’atteggiamento di una “pazza”. Un sorriso soddisfatto e felice, un’espressione distesa e rilassata, a proprio agio con chi la fa sentire accettata, benvoluta, accolta. Tina con Morena si è sentita “compresa”,  anche se l’italiano di Morena e il kilika della Tina non hanno niente in comune, ma il linguaggio dell’amicizia e dell’amore è universale, ed un certo effetto della pentecoste è all’opera in continuità, di modo che tutti possano comprendersi nell’essenziale e d’istinto.
Morena e Tina si “parlano”, si fotografano. Il selfie è di moda.
Dové il limite tra la normalità e la pazzia? Quale è il confine che stabilisce l’al di qua delle cose normali e l’al di là delle cose strane, insensate e pazze? Sono domande molto antiche. Qualcuno conosce molto bene quelle espressioni che affermano essere i pazzi gli individui più felici di tanti “normali”, e tanti nostri comportmenti “normali” possono essere invece segno di una certa pazzia. Sappiamo poi che l’amore rende folli e per amore si fanno cose impensabili.
Immagino che Morena con il suo viaggio a Babonde durante le sue ferie si sia presa della “pazza” da più di una persona. Immagino che Tina nella sua follia assapori più di un momento di quella vera felicità di cui tutti noi siamo costantemente alla ricerca.
Tanti pensieri sparsi, senza una grande logica. Voglio fissare o fermare, tra le differenti considerazioni che si possno fare, la grande pazienza che Babonde ed i suoi numerosi villaggi hanno nei confronti dei pazzi che liberamenti vi circolano e la grande benevolenza nei loro confronti. Nello stesso tempo vorrei incoraggiare tutti noi ad osare di tanto in tanto qualche buona pazzia che ci porti fuori di noi stessi e dei nostri conosciuti binari.

Novembre, oggi e tanti anni fa

E’ un mese particolare questo Novembre 2015 e non solo per la pioggia abbondante e quotidiana che è tipica di questa stagione ma che stavolta sembra un pò esagerare: forse che il cambiamento climatico comincia a farsi sentire anche all’equatore? Non si può parlare di autunno, ma di una insistente e oramai fastidiosa pioggia che ci perseguita, soprattutto quando ci spostiamo in moto su queste piste fangose, mi fa riandare a qualche nostro “triste” autunno nord italico.
La parrocchia della nostra missione ha visto la sua nascita ufficiale esattamente 60 anni fa nel mese di novembre del 1955 ed è stata dedicata a Notre Dame de Banneux, Vergine dei Poveri, che festeggiamo il 21 di ogni anno. Nella ricorrenza del sessantesimo non poteva mancare una "grande" (nella misura del possibile) festa e l’andare a ritroso nella storia per ricordare i fatti salienti in rendimento di grazie a Dio per le tante persone che hanno donato quanto hanno ricevuto e che si sono donate per far conoscere il Cristo tra queste genti, per la crescita nella fede e nelle opere della chiesa locale.
E’ ugualmente nel mese di Novembre che durante l’anno 1964 la nostra famiglia religiosa, i sacerdoti del Sacro Cuore, ha subito la perdita di molti dei suoi qui all’Est del Congo: il 3 novembre padre Bernardo Longo trucidato a Mambasa; il 25 novembre erano undici confratelli ad essere uccisi a Banalia e Kisangani; il 26 novembre il nostro Vescovo Mons. Wittebols assieme ad altri 8 confratelli i cui corpi verranno gettati nel piccolo fiume che dà il nome alla diocesi di Wamba; il 27 novembre altri 7 confratelli sono uccisi a Bafwasende e gettati nel fiume Lindi.
Il mese di novembre è il mese della pioggia, è il mese in cui la ricorre la festa della patrona di Babonde, è il mese dei nostri martiri che hanno mischiato il loro sangue a quello del sacrificio di Cristo.
Il piccolo villaggio di Babonde che nel tempo passato riceveva, qualche volta all’anno,  la visita dei missionari residenti a Bafwabaka è ora una missione con tre sacerdoti che assistono una quarantina di villaggi, tra i quali Gbunzunzu che speriamo ben presto possa a sua turno diventare una missione/parrocchia. Più di 120 catechisti ci aiutano nella evangelizzazione e nella formazione dei cristiani: i nuovi ogni anno sono molti superando oramai il numero di 1000. I catechisti ci aiutano nelle liturgie domenicali e nell’organizzazione della vita ecclesiale. Molti tra di essi conservano e distribuiscono l’eucaristia quando i sacerdoti non sono presenti per la celebrazione. Più di 180 Comunità Ecclesiali di Base, anche se "zoppicanti" sostengono la fede, la preghiera e la vita cristiana nei “quartieri” o nei raggruppamenti di famiglie in piccole porzioni di villaggio. Abbiamo la responsabilità di 23 scuole elementari o primarie e di 6 scuole superiori o secondarie per un totale di circa 6100 studenti.
La nostra famiglia religiosa che agli inizi poggiava esclusivamente sui missionari provenienti dall’Europa ha ora una quarantina di sacerdoti congolesi e un centinaio di giovani in formazione nelle differenti tappe della Propedeutica, del Noviziato e negli studi di filosofia e teologia.
Guardando il passato un gran sentimento di riconoscenza prevale su tutto e qualche piccolo rammarico non offusca minimamente l’azione di grazie per tutto quello che è stato e che rimane la base solida e positiva delle “costruzioni” future.
Guardando il futuro e sentendo la giovinezza di questa nazione, della nostra missione, dei nostri confratelli, qualche piccola apprensione non riduce il sentimento di speranza positiva ed ottimista per i tanti campi di apostolato che si potranno aprire e per il tanto bene che si potrà fare: l’educazione, la giustizia sociale, il servizio ed il soccorso ai poveri dai mille volti.

La guida forte e sapiente del Signore non manchi assieme alla sua benedizione. 

lunedì 14 settembre 2015

25° di Sacerdozio


Beh, ebbene siamo alla soglia di un anniversario, quello dei 25 anni compiuti da quando sono stato ordinato sacerdote, non sono moltissimi, non sono pochi. Era il 15 settembre 1990 a Saonara, paese d’origine, dell’infanzia, della famiglia, delle radici e dei ricordi. Di questi 25 anni, quindici sono stati vissuti a Padova tra la parrocchia del SS. Crocifisso e la Scuola Missionaria, assieme ai giovani e ai ragazzi e nell’animazione missionaria e vocazionale, nelle attività di giustizia, pace e nonviolenza con l’associazione Gavci, nella pastorale ecumenica, nell’accoglienza degli stranieri migranti dopo la caduta del muro di Berlino. Gli altri dieci sono qui in Africa nel piccolo villaggio di Babonde, assieme alla popolazione dei Balika-Toriko e dei loro vicini. 
Sacerdote e missionario, nella famiglia dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù. Fede cristiana messa alla prova dalle debolezze umane e dagli interrogativi della ragione. Una chiamata che passa attraverso le mille mediazioni della Parola di Dio, delle voci umane della comunità cristiana, degli amici, della famiglia, delle ispirazioni del proprio animo o cuore.Una risposta di fede che nelle intenzioni cerca di essere una risposta senza remore, senza riserve, ma che alla verifica dei fatti è sempre una risposta parziale. Non mi sento in grado di fare bilanci e non mi sembra neppure sia il momento opportuno, oppure ci vorrà un tempo di maggior calma e riflessione. Al momento credo sia giusto ringraziare a cuore aperto ed in modo insufficiente. Ringrazio Dio per la vocazione e per la misericordia, oltre che per la salute, le benedizioni e la protezione accordatemi. Ringrazio la famiglia nella quale sono cresciuto e che sempre mi accompagna e sostiene, in modo particolare la mamma Maria che abbiamo salutato lo scorso novembre, il papà e i fratelli. Ringrazio il paese di Saonara, i confratelli della congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore, i fedeli delle parrocchie di Padova del Crocifisso e di Torre, i tanti sacerdoti incontrati ed in primo luogo p. Tassetto.
Ringrazio gli amici della giovinezza e tutti coloro con i quali abbiamo collaborato ed insieme siamo cresciuti alla Scuola Missionaria e ovunque altrove. Ringrazio la gente di Babonde , schietta ed immediata con la quale condivido questo periodo della vita e che illumina in modo nuovo ed inaspettato il lungo cammino della fede. La gioia c’è, i sacrifici anche. I frutti raccolti sono molti ma quelli visibili sono i più superflui, quelli invece più preziosi e necessari sono invisibili e non calcolabili con parametri umani. Nelle mani di Dio Padre il tutto, ciò che è stato e quello che sarà. Aggiungo un abbraccio a tutti voi.



venerdì 11 settembre 2015

Ospedale dei bambini


“Ospedale dei Bambini” l’abbiamo chiamato così assieme ad una coppia di amici e all’Associazione Aupat (Aggiungi un posto a tavola), il progetto di risistemazione del padiglione di maternità e pediatria dell’ospedale di Babonde. Provate ad immaginare una casa vecchia di quasi cinquant’anni, usata da decine e decine di persone, che non ha mai beneficiato di un qualsiasi lavoro di manutenzione e che progressivamente ed inesorabilmente si deteriora.

L’assenza dello Stato e l’inesistenza dello “stato sociale”, un sistema sanitario zoppicante, una povertà economica endemica lasciano senza via d’uscita le possibili soluzioni che si riescono ad immaginare.

Ecco allora che Amore e Provvidenza si cercano e fanno coppia. Già, proprio così, due giovani che si Amano, e scoprono di attendere una bimba insperata: sentirsi amati aumenta la capacità d’amare. L’Amore si condivide, gonfia e diventa Provvidenza per altri bimbi lontani 6000 chilometri, che senza nulla sospettare nè sapere saranno pensati e potranno gioire di un aiuto, anch’esso insperato e concreto. Amore e Provvidenza danzano e nella loro danza coinvolgono e stringono le mani di altri giovani e loro amici che metteranno mano nella mano per aumentare la forza e l’ampiezza del progetto “Ospedale dei Bambini”.



E’ così che a Babonde abbiamo potuto rimettere parzialmente a nuovo due padiglioni che ospitano la Pediatria, ridonando loro colore e splendore. Un nuovo letto per le partorienti rende un servizio efficace e fa bella vista nella sala parto. Un sistema elettrico di batterie e pannelli solari alimenta il frigorifero dove si conservano i vaccini, dà energia ai bisturi elettrici e all’aspiratore di liquidi. Un piccolo spazio a prova di topi e della loro temibile capacità di rosicchiare tutto quello che trovano, è stato ricavato per ospitare l’ecografo che altrimenti doveva essere conservato lontano dai malati, nella nostra casa.

Il dottore ringrazia, le autorità sanitarie ringraziano, la popolazione ringrazia. Bimbi e bebé continuano a strillare o a dormire pacificamente tra le braccia accoglienti delle loro mamme.

Amore e Provvidenza anche loro si godono la loro bimba che a volte strilla e altre volte dorme beatamente, ma nel cuore hanno una gioia in più, quella di aver allargato la loro famiglia geograficamente e numericamente... senza sentirne il peso.





martedì 8 settembre 2015

Fermenti e Computer

Due volte la settimana fabbrichiamo il pane in casa, sono le due volte la settimana che accendiamo il gruppo elettrogeno la sera e ne approfittiamo alla grande, i ragazzi si ritrovano nella Grande Salle per studiare, facciamo fotocopie e navighiamo in internet, guardiamo la televisione e nell’altra sala capiente alcuni coraggiosi seguono le lezioni di computer. Scrivo “coraggiosi” perchè nel villaggio le attività serali sono rare, cena e a letto, salvo le notti di luna piena o quando legna e sterpaglia accesi incoraggiano qualche canto, danza o racconto.



Il pane che fabbrichiamo nel giro delle due ore di energia che ci regaliamo, lo realizziamo con l’aiuto di un forno automatico che fa tutto da solo; a noi metterci dentro gli ingredienti nelle buone proporzioni. Il lievito a modo di fermento non può mancare, se è un pò vecchio e umido la riuscita sarà meschina, se è troppo l’impasto uscirà dal coperchio, se c’è troppo sale ne diminuirà la forza.
I questi giorni non sappiamo se stiamo mettendo troppo lievito alla pasta o se stiamo dosando le giuste proporzioni, in quanto se tentiamo di aprire la sezione di falegnameria presso la nostra scuola secondaria non vogliamo pertanto lasciare per ultima la sezione di “Commerciale-informatica” e per questo abbiamo assolutamente bisogno di allestire una sala di informatica, anche se non all’avanguardia, ma almeno tentare di offrire la possibiltà di utilizzare un computer ogni due studenti. Sarà un notevole salto in avanti se confrontato alla “scuola serale di informatica” che da qualche anno realizziamo e che lamenta una cronica mancanza di mezzi. Il primo passo sarà tentare di equipaggiarci in modo adeguato e saranno i benvenuti quanti potranno farci regalo di un computer portatile anche se non di ultima generazione. Dall’anno scorso stiamo sostenendo due giovani negli studi universitari per ottenere una laurea breve (tre anni) in informatica ed abbiamo buona speranza che potranno rientrare a Babonde con l’entusiasmo e le competenze necessarie. I giovani come potete immaginare non mancheranno, non solo per un motivo puramente demografico ma perchè la passione per le nuove tecnologie e per gli schermi luminosi li attrae in modo speciale, non importa sotto quale latitudine o longitudine.
Il fermento non manca, la pasta neppure, confidiamo in un pizzico di sale per proporzionare bene il tutto e che la riuscita sia saporita e nutriente.


mercoledì 2 settembre 2015

Taglio e Cucito + Falegnameria+ computer. Ci puoi dare una mano?

Siamo già all’inizio di un nuovo anno scolare, il congedo o le grandi vacanze, come viene chiamato il riposo “estivo” è già al suo termine e si aprono le iscrizioni. Tutto ripartirà il sette settembre, la prossima settimana. All’Institut Sainte Marie stiamo facendo un sondaggio per verificare la possibiltà di aprire la sezione di falegnameria, indirizzo professionale, della durata di quattro anni. Non siamo ancora sicuri della nostra capacità di farla funzionare bene, in quanto le scuole professionali necessitano di materiale ed equipaggiamento, oltre che di spazi adeguati per la pratica. I professori sono disponibili anche se senza troppa esperienza. I ragazzi e le loro famiglie si arrovellano per racimolare i soldi necessari per l’iscrizione dei loro numerosi ragazzi, per le “uniformi” e per i pochi quaderni necessari. I libri di testo a disposizione degli alunni non esistono ancora nella nostra zona. Ma una scuola professionale ai ragazzi domanda inoltre gli attrezzi di lavoro, la tuta, una contribuzione per il materiale...

Lo Stato rimane assente o ben nascosto anche se invoca la moltiplicazione di queste scuole per lo sviluppo del paese. Per questo cerchiamo materiali differenti, metri, seghe a mano, martelli, scalpelli da legno, pialle a mano, tute da lavoro, morse, tenaglie... tutto quanto possa essere utile per sollevare la famiglie e per aumentare la qualità della formazione da offrire.

La possibilità di un prossimo container ci faciliterà il trasporto di quanto riusciremo a racimolare grazie a numerosi amici che vorranno darci una mano.

Ci stiamo ancora dibattendo in questo mese per inaugurare il nuovo atelier della sezione di Taglio e cucito, ciclo breve, ossia quattro anni di scuola professionale, aperta il mattino, mentre nel pomeriggio è aperta una scuola non ufficiale o meglio funzionano dei corsi di taglio e cucito per giovani mamme e signore che non hanno potuto studiare quando era il buon momento. 

Le soddisfazioni sono notevoli, il lavoro anche. Seguire un cantiere tutti i giorni mette un pò di pressione all’agenda e fa ben dormire la notte.
La settimana scorsa siamo riusciti a “tôler” il nuovo edificio, ossia mettere il tetto in lamiere (tôles in francese) ed abbiamo fatto una piccola festa con gli operai poiché il più è oramai fatto, anche se mancano i pavimenti ed i serramenti, che provvederemo a realizzare tra una settimana e ad abbellire l’esterno con l’intonaco ed un pò di colore bianco ricavato dalla calce di fiume. In seguito vedremo come realizzare un atelier provvisorio per la falegnameria
Cercheremo di far coabitare negli stessi spazi anche la scuola o atelier di informatica, alimentando gli edifici con un piccolo gruppo elettrogeno, sperando in un piccolo ma importante dono.
A proposito se qualche amico potesse fare regalo di un vecchio computer portatile, anche se il sistema operativo è oramai vecchio, per una scuola come la nostra si tratta innanzitutto di imparare a scrivere alla tastiera e i primi elementi per maneggiare un computer. I vecchi computer da ufficio sono invece troppo avidi di energia elettrica, ingombranti e pesanti per il trasporto.


Non saremo dunque prontissimi allo start, ma con un piccolo ritardo potremmo offrire a Babonde un nuovo ed utile edificio inserito nel complesso dell’Institut Ste Marie e molta speranza per l’avvenire. Un grande grazie a tutti quanti vorranno e potranno aiutarci.


I falegnami ed i muratori della "scuola pratica"



martedì 1 settembre 2015

Omaggio a p. Antonio e “lavoretti”.

Qualche piccola notizia dei nostri passatempi in lavori manuali, tra una occupazione e l’altra nella “cura” dei numerosi villaggi ed impegni pastorali, ma soprattutto vorrei qui rendere omaggio al caro p. Antonio Capitanio che ci ha lasciati nel mese scorso in seguito ad un ictus. 

Padre Antonio ci aveva fatto visita a Babonde qualche anno fa assimeme agli amici Gianni Lupi e Adolfo Bondi e con loro avevamo realizzato la costruzione di un’aula scolastica per i bimbi della scuola elementare di Babonde. Padre Antonio, con capacità di rabdomante, aveva individuato il luogo dove scavare il pozzo ed in seguito, con l’aiuto degli amici di Castiglione dei Pepoli, ci aveva fornito la pompa solare ed i pannelli per far rimontare l’acqua, assieme al tubo flessibile per distribuirla nei differenti punti della missione.  Nonostante l’età ed i suoi acciacchi p. Antonio è stato in mezzo a noi un esempio di giovinezza e di entusiasmo, di gratuità e di semplicità. Non sono molti coloro che hanno avuto il coraggio di arrivare fin qui a Babonde e p. Antonio  è stato il primo dopo diversi anni.
“L’abero piantato lungo i corsi d’acqua nella sua vecchiaia produce ancora frutti”, e p. Antonio continuava ad animare con passione soprattutto a favore delle missioni e di piccoli progetti di sviluppo, per migliorare le condizioni di vita di fratelli sconosciuti e lontani ma amati.

Dopo la notizia della sua morte mi sono sentito in dovere di completare in fretta quel progetto che continuava ad essere rinviato a causa del sopravvenire di altre urgenze.
Non siamo riusciti a realizzare il castello d’acqua con una struttura di cemento armato come previsto, a causa dei costi e dell’inesperienza, ma con i falegnami abbiamo costruito qualcosa in legno che potrà servire e durare almeno nel medio periodo.  Già da alcuni anni beneficiamo dell’acqua del pozzo, soprattutto in stagione secca, potabile e buona da bere, anche se non ne abbiamo fatto alcuna analisi, ma con un metodo empirico, l’abbiamo bevuta e, visto che non provocava disturbi e disodrini nel basso ventre, ne abbiamo ricavato la conclusione che è di buona qualità.

  


Grazie ancora p. Antonio, per l’Eucaristia celebrata, per l’amicizia disinteressata, per la simpatia per la dedizione nonostante il peso del corpo che invecchiava.

Aggiungo un’altra piccola curiosità che si può visitare a Babonde, ossia il nostro “nuovo” gruppo elettrogeno. Con i meccanici abbiamo risistemato un vecchio Lister, che in principio era un gruppo elettrogeno fisso, per renderlo mobile e servircene nei lavori in cantiere, soprattutto nella costruzione della scuola per realizzarne la carpenteria.  Il tubo di scappamento sembra la canna di un grosso fucile di altri tempi, con una fuoriuscita di fumi che farebbero inorridire gli ambientalisti... speriamo di non inquinare troppo la foresta equatoriale che abitiamo nel più profondo. Crediamo che la nostra “impronta ecologica” sia davvero piccola e sia compensata da un’enormità di verde che ci circonda. Il carrello che lo trasporta è una vecchia taglia erba riadattata e rinforzata. L’accensione  a manovella, sul modello dell’accensione delle prime automobili con motore a scoppio. L’effetto è un pò strano ma efficace e sono molti i passanti che si fermano a gardare ammirati. Visti gli anni di servizio del vecchio Lister non crediamo durerà molto ma, come dicevamo sopra, talvolta ciò che è anziano riserva sorprese inaspettate.