mercoledì 26 aprile 2017

Ostaggi




Da due anni a questa parte sono regolarmente in viaggio per Kisangani, ogni due mesi circa, ed ogni volta è un’avventura, senza eccezione. E’ il lunedì di Pasqua verso le sei del mattino che mi metto sulla pista, in moto, per percorrere in cinque ore i 150 chilometri che ci separano da NiaNia, villaggio carrefour (incrocio) dove dovrei prendere il Bus sulla “Grande Route” dell’Ituri, fino a Kisangani. Purtroppo mi informano che fino al pomeriggio del giorno successivo nessun Bus è in programma, nonostante numerose compagnie si siano affacciate sul mercato del trasporto passeggeri: “La vie est un combat”, “Na Ngolo Coach”, “Classic”. “Dissa”... L’alternativa? Qualche vettura occasionalmente di passaggio, che acquistata in Uganda a buon prezzo giunge “via strada” fino a Kisangani e prosegue fino a  Kinshasa via battello, sul fiume Congo. L’autista lungo il percorso carica abusivamente dei passeggeri di fortuna e mette da parte qualche guadagno extra. Per me sarebbe una buona occasione. Percorro il centro di NiaNia, ma nessuna traccia di queste vetture. 

Mi indirizzo allora al Parking, dove sostano dei “minibus”, furgoncini della marca Toyota che attendono i “clienti” fino a completare il “carico” di una quindicina di passeggeri con i loro bagagli. Sono fortunato. Il minibus in attesa è già quasi carico e potrà iniziare il viaggio nel lasso di tempo di un’ora, l’intervallo giusto per  mettere in custodia la moto, cambiare i pantaloni infangati e prepararmi alla seconda parte del viaggio. Il prezzo è buono, una trentina di dollari per i 340 chilomentri di questo tratto, e mi è riservato un posto davanti tra l’autista, un giovane di una trentina d’anni non ancora raggiunti e il “gerant”, che ha il compito di “gestire” i passeggeri e pagare “pedaggi”, tasse e balzelli. 


Un’altra delle incredibili contraddizioni del nostro Congo: se vuoi andare da Bukavu, città congolese di frontiera, a Kigali capitale del Ruanda, trovi appena due militari ruandesi e nessun congolese per gettare uno sguardo veloce al passaporto, ma se devi passare da una Provincia all’altra all’interno della medesima RDCongo ti imbatterai in una serie interminabile di posti di blocco, controlli e dazi da pagare: 
DGM (Direzione generle della Migrazione), DGI (Direzione Generale delle Imposte) ed ancora DGRAD, DGRPI, DGRHU , la Polizia stradale, i Militari... una via crucis con un numero sproporzionato di stazioni che di fronte alla finalità esibita di garantire la sicurezza e raccogliere le imposte per lo stato, ha invece l’unico scopo di raccogliere delle piccole mance a favore degli ufficiali dello stato che vi lavorano e a favore dei loro superiori.  


Alla partenza effettuiamo il rifornimento di benzina con i soldi appena raccolti e lungo la strada, alle differenti soste, “imbarchiamo” qualche ulteriore passeggero da far salire stavolta sul portabagagli posto sul tetto del minibus.

I nuovi ma “ultimi” viaggiatori potranno ben accomodarsi sopra un materasso steso per l’occasione. Anche il nostro “gerant” ad un certo punto cede il suo posto ad un cliente per salire a sua volta “in cima”... questo gli permetterà di avere qualche soldino in più in cambio di una buona vista panoramica, aria fresca ed una ginnastica non invidiabile come il salire e scendere qualche decina di volte, senza scaletta, dal tetto del minibus. 

A circa metà tragitto un veicolo che incrociamo si/ci ferma e ci mette al corrente di un camion rovesciatosi al chilometro 170 da Kisangani. Poichè anche i grossi camion trasportano numerose persone al di sopra del carico di merci, questo tipo di incidenti può rivelarsi mortale. Ed infatti ci preavvisano che quando il minibus arriverà sul luogo probabilmente saremo sollecitati a prendere una delle due persone che sono morte sull’incidente. Il nostro giovane autista che a partire dall’inizio del viaggio non ha smesso di sorseggiare una bevanda leggermente alcolica (11 %) e comincia ad essere psicologiamente debole, è preso dal panico di dover caricare una salma, e quando arriviamo sul luogo, lui tira diritto ignorando i segnali di stop. 

 Da un certo punto di vista ci meravigliamo spiaciuti, da un altro punto di vista siamo contenti di non aver a che fare con un cadavere, tra l’altro è già tardi e se arriviamo dopo le ore 23.00 all’ultima barriera posta a 23 chilomentri prima di entrare in Kisangani, saremo costretti a passare la notte all’aperto, in quanto nessuno ci aprirà la strada dopo quell’ora. Ed effettivamente arriviamo giusto un quarto d’ora prima del blocco e riusciamo a passare senza problemi. Ma ecco che il nostro autista ha un altro asso nella manica da giocarci: ci rimangono solo 10 chilometri per guadagnare ciascuno le poprie abitazioni, toglierci il centimentro di polvere rossa che abbiamo accumulato sulla pelle, ma ecco che il “nostro” oramai ubriaco fradicio decide di arrestarsi. Ha visto un bar aperto e dichiara solennelmente che passeremo la notte lì. Parcheggia il minibus, si siede al tavolo e chiede qualche birra da bere. Incredibile, siamo ostaggi di un ubriaco, davanti un bar costruito con due vecchi container di ferro e all’intorno il buio e la foresta.

Il “gerant” tenta di farlo ragionare di convincerlo a riprendere la strada ma senza riuscirci... e forse bisogna dire “meglio così”, per non incorrere anche noi in un qualche incidente o rovesciamento di veicolo: finora tutto è andato bene. Qualcuno dei passeggeri che non aveva bagagli decide di percorrere a piedi gli ultimi chilometri. Qualcun altro ne approfitta per prendere anche lui una birra fresca, qualcun altro accenna dei passi di danza alla musica degli altoparlanti. I tre bimbi che viaggiavno con noi dormono su delle giacche stese per terra.

Non mi resta che chiamare per telefono qualcuno della comunità che a 24.00 ore abbondantemente passate venga gentilmente a prendermi. Tutto è bene quel che finisce bene, ma quanta incoscienza, leggerezza, dis-prezzo della vita! Una volta di più possiamo dire che siamo nelle mani di Dio. E quanta pazienza, pazienza, pazienza.

martedì 11 aprile 2017

Fuochi e Maendeleo

Di questi giorni le notizie preoccupanti in provenienza da alcune differenti zone geografiche del nostro Congo (RDC) rimbalzano sui media internazionali. Alcuni fuochi accesi ma il paese non è in fiamme. 

Si tratta innanzitutto dell’instabilità politica nella capitale Kinshasa, con l’intera classe politica al governo e all’opposizione che continua a stare “in sella” malgrado l’epirazione del loro mandato. La non-organizzazione delle nuove e necessarie elezioni permette agli eletti di oramai undici anni fa, di stare dove sono (governo e opposizione) godendo del potere o almeno di un salario, ed è oramai evidente la strategia di continuare all’infinito inutili e dilatori dialogi e mediazioni tra le parti, in quanto nuove elezioni metterebbero a repentaglio lo status quo a loro svantagio.

Un altro focolaio di disordini è situato nella regione del Kasai, dove militari e miliziani di una setta/partito politico si affrontano apertamente da alcuni mesi e dove si contano oramai qualche centinaio di morti, tra i quali due operatori dell’ONU di nazionalità americana e svedese. Nell’Est del paese altre “ribellioni” sono sempre sul punto di esplodere e le stesse forze dell’ordine o forze armate varcano il limite del loro ruolo di difensori della legge per stringere patti con i numerosi gruppi armati che infestano la zona rendendo difficili le comunicazioni, il trasporto di materiali ed il normale funzionamento del quotidiano ritmo di vita.

Fortunatamente noi abitiamo una zona interna, che rimane calma dal punto di vista “sicurezza”. Gli unici piccoli problemi vengono dalla polizia locale che arrotonda lo stipendio estorcendo contributi non dovuti dai viaggiatori che percorrono la strada principale, generalmente privi di documenti di circolazione. L’altro pericolo sempre in agguato è la situazione economica precaria che attanaglia la quasi totalità delle famiglie e che ha come effetti collaterali i periodici momenti di crisi per cui diventa quasi impossibile accedere alle cure mediche o garantire l’accesso alla scuola per i propri figli od una alimentazione equilibrata e sufficiente ai bimbi delle famiglie numerose.

A Babonde, in questa relativa tranquillità, continuiamo a visitare i villaggi che sono affidati alla nostra missione, preparando i cristiani a ricevere i sacramenti. Da alcune settimane abbiamo ricevuto in comunità un diacono nostro confratello, Joseph, che vivrà un’esperienza pastorale di alcuni mesi. Oltre ad aumentare il numero della nostra “famiglia” ci darà un buon aiuto nella visita ai villaggi e nella celebrazione dei battesimi.

Abbiamo cercato in questo periodo di rinnovare e rinforzare la commissione “Maendeleo”  che nella lingua Kiswahili significa “Sviluppo/Progresso”. In Francese  si traduce “Developpement” ed aggiungiamo l’aggettivo “durable”, “Progresso duraturo”. Il titolo della commissione è altisonante, addirittura sproporzionato rispetto alle possibili relaizzazioni in un contesto economico fragile abbandonato a se stesso.
In concreto con l’aiuto di un agro-veterinario abbiamo “importato” da un famoso centro di ricerca forestale ed agricola congolese – Iangambi, non lontano dalla città di Kisangani -  dei semi selezionati di caffé e di cacao. A partire dal mese di marzo abbiamo messo i semi nell’apposito terreno per la germinatura delle piantine in attesa di poterle poi mettere a dimora in quello che sarà il luogo definitivo in attesa della produzione dei frutti (4/5 anni per il cacao; 3/4 anni per il caffé).
E’ un investimento un  pò all’oscuro, un azzardo senza una orgnizzazione più ampia, statale. Per il momento dei privati aquistano il raccolto annuale e una piccola speranza si è aperta il varco: se la produzione sarà di una certa importanza potrebbero arrivare fino a Babonde. Per il momento lavoriamo sulla speranza, vedremo, se son rose... La commissione Maendeleo é coraggiosa ed entusiasta in questi mesi ed attende un successivo momento per lanciare un’altra iniziativa e cioé l’introduzione di qualche nuova semplice tecnica di allevamento di maiali e l’introduzione di una nuova razza. Alimentare la speranza non è mai sbagliato.


Il tempo è tiranno. Colgo l’occasione di questo post per agurare a tutti una Santa ed ogni anno migliore Pasqua.

lunedì 19 dicembre 2016

Famiglie



Rientro dall’ospedale dove sono stato a portare l’Unzione dei Malati ad una giovane mamma, quarantenne, semicosciente, il respiro faticoso, rotto in due, segno di qualcosa di grave che si sta passando in un corpo oramai alla fine delle proprie forze. L’infermiere cura la malaria con una potente iniezione, poichè gli esami hanno dato esito positivo, ma è chiaro che c’è molto di più e peggio che la malaria. La preghiera che facciamo è affidamento a Dio nella consapevolezza che umanamente, con i mezzi a disposizione sul posto “tutto è stato fatto”, o meglio “non c’è più nulla da fare”. La preghiera è l’ultimo risvolto della speranza  e nello stesso tempo l’ultima carità che si può fare al povero malato accompagnandolo in quello che sembra davvero essere l’ultimo viaggio.

 E’ il marito che mi chiama, la donna era stata dimessa dall’ospedale qualche tempo fa non sapendo più che medicine proporle, ma a casa miracolosamente aveva ripreso forza. Un canto del cigno prima di ricadere. E’ commovente vedere il numero di persone, di familiari, di conoscenti che al capezzale del letto attendono gli avvenimenti, pregano, commentano, stanno in silenzio, fanno sentire il loro affetto la loro vicinanza. La morte fa parte della vita, è temuta ma non è qualcosa di irrimediabile e tremendo poichè quotidiana è l’esperienza della fragilità e della debolezza. L’atteggiamento psicologico del “superuomo” che non conosce sconfitte è sconosciuto nella nostra foresta. La morte che fa parte della vita è vissuta in famiglia, non è un avvenimento puramente individuale, e se una parte della famiglia se ne va gli altri, pur impoveriti, ne continuano il percorso.


Prima di rientrare passo da Simiendi, il bimbo di circa otto anni che con Morena abbiamo portato all’ospedale con una bruttissima piaga nella parte posteriore del collo e delle spalle. Erano già passati tre mesi da quando era caduto nel fuoco in seguito ad una crisi di epilessia. Fino a quel momento nessuna cura. Dio solo sa come abbia potuto resistere e sopravvivere. E’ il quarto di sei figli. La mamma non ha marito. Come si suol dire qui “anazaa mugini”: concepisce e dà alla luce i bimbi in casa, senza che ci sia un qualche papà che in seguito si prenderà cura di loro. E’ uno zio che lo ha accudito all’ospedale per un paio di giorni prima che la mamma si faccia viva... aveva gli altri più piccoli a casa a cui badare. 




Nel padiglione dell’ospedale dove sono trovo il bambino malato, lo zio e la mamma che tiene tra le braccia l’ultimo suo nato di circa un anno d’età. Mentre ascolto la loro storia si mischiano sentimenti di biasimo e di comprensione, di incredulità e di compassione. 
Quanta incoscienza, quanta povertà, economica e culturale, quante poche alternative. L’amore non manca. E’ la prima volta che li vedo tutti insieme. 

La dedizione dello zio mi ha stupito fin dall’inizio e continua a stupirmi. Il bimbo malato lentamente si sta riprendendo anche se ci vorrà ancora molto tempo. E’ una famiglia un pò strana: fratello, sorella e i sei bimbi di lei. Quei bimbi che sono il loro peso e la loro ricchezza. Difficilmente potranno essere curati quando saranno malati, più difficilmente ancora potranno andare a scuola. L’unica loro ricchezza sarà la loro famiglia. 



lunedì 5 dicembre 2016

Preparando Natale 2016

Seppure manchiamo di tante cose a Babonde – Repubblica Democratica del Congo -, tuttavia una sufficiente connessione internet ci permette di essere collegati al mondo, in contatto ed informati. Telefono a singhiozzo, nessun servizio postale ordinario, sentieri troppo coraggiosamente chiamati “strade” sono altrettante  realtà che penalizzano le comunicazioni, ma per il momento è l’Internet che rende possibile una vicinanza familiare, fraterna, amicale, di cuore e di fede. 




Così ne approfitto per inviare un calorosissimo saluto ed augurio a tutti quanti condividono, nelle più differenti forme, la passione per la missione e tra le missioni, la passione per la missione di Babonde. 
Annunciare e far sperimentare la Misericordia di Dio deve e vuole essere il cuore di quanto stiamo facendo. Annunciarla con le parole, farla sperimentare con le azioni. Siamo innanzitutto sicuri che quanto stiamo facendo prende ispirazione dall’alto e lo facciamo insieme a tutti voi che da lontano ci sostenete. Siete fratelli, amici, compagni di classe, compaesani, conoscenti, benefattori, confratelli, cristiani di comunità parrocchiali, membri di gruppi ed associazioni. Con molti di voi ci conosciamo da anni, con altri invece non ci siamo ancora incontrati, non ci siamo ancora visti di persona eppure siamo in grande sintonia e perfetta consonanza di intenti. Sicuramente è la stessa fede che ci unisce e la stessa carità, la stessa preghiera, le stesse speranze e desideri, le stesse aspettative per noi e per i fratelli meno fortunati. Magari a tutte queste realtà diamo nomi differenti, ma sappiamo di essere davvero in sintonia. Vi assicuro che la sento forte questa sintonia che è per me sostegno ed incoraggiamento. 
Salutandovi nell’occasione di queste festività natalizie voglio farmi tramite del grande, sonoro grazie che vi è indirizzato dai nostri cristiani di Babonde, dai catechisti, dagli alunni e studenti che non hanno perso la scuola, dalle mamme del “taglio e cucito” e dei centri di alfabetizzazione, dagli anziani e dai malati che trovano un aiuto per farsi curare. Un fragoroso grazie dai bambini malnutriti talvolta salvati per i capelli e guariti, dai giovani falegnami, dai piccoli Pigmei e dai molti che si possono finalmente bere un buon bicchiere d’acqua potabile in pace. Per glorificare il Dio che viene è necessaria la pace in terra, fatta di tante buone cose... Che Dio venga: accogliamolo! Che la pace sia fatta: prestiamogli le nostre mani così che ce la faccia fare buona come la vuole lui. Buon Natale, p. Renzo.





venerdì 2 dicembre 2016

MORENA 3

Sappiamo che non è facile arrivare a Babonde a causa delle incertezze politiche di questi giorni, dei voli aerei e delle corrispondenze interne non sempre affidabili al cento per cento, ed infine a causa delle strade di foresta quasi inesistenti. C’è allora da meravigliarsi nel poter accogliere ancora una volta maman Morena qui tra noi, frizzante, serena  e gioiosa che senza badare alle voci contrarie batte tutti i record di presenza di questi ultimi anni. Non credo sia mai capitato che qualcuno dall’Europa sia arrivato qui così tante volte in così poco tempo.
E’ qui per il Talita Kum, per l’amore che ha per i nostri bimbi malnutriti, per questo popolo, per la semplicità della vita quotidiana in foresta. Le molte cose che qui mancano, rispetto ad una vita europea, non pesano. Altri aspetti prendono loro il primo posto. La ripetitività del cibo lascia lo spazio alla conversazione. La fatica degli spostamenti in moto genera un sonoro e prolungato sonno. L’energia spesa negli incontri con persone e situazioni sempre nuove ed esigenti domanda la ricarica della riflessione e della preghiera.
C’è una specie di vuoto di cose, delle tante cose delle abitazioni occidentali, ma una reale e contrapposta pienezza di persone e di storie. Per la grande maggioranza sono storie di problemi e di fatiche, di sofferenze e di speranze, comunque storie vere, non fictions, che richiedono attenzione, ascolto ed una parola di incoraggiamento, un gesto concreto di aiuto. Visitiamo l’ospedale, e la scuola, gli accampamenti dei pigmei. Andiamo nei diversi villaggi ad incontrare e pregare con le vivaci comunità cristiane.
Ci inoltiamo dove giovani uomini con sforzi titanici scavano per cercare l’oro. Salutiamo chi,  fionda alla mano si contende con piccoli ma affamati uccelli il raccolto stagionale del riso. Per Morena penso sia un insieme di immagini, di sensazioni forti, di lacrime nascoste e scoppio di risa. 
Per la gente di Babonde Morena è il segno concreto di una solidarietà reale fatta di tante mani e di tanti cuori. E’ la traduzione di quell’espressione inglese famosa “I care”, io mi interesso, io mi preoccupo, io mi prendo cura. Nel mare di indifferenza e della mancanza di tempo ecco che si può trovare il tempo per...  Nella moltitudine delle piccole e a volte inutili cose da fare, al posto di rispondere ‘spallucce’ ed invece che dire ‘ne ho già abbastanza dei miei problemi’, è geniale trovare la forza di farsi carico di qualcuno, dei problemi degli altri. Era questo l’anno della Misericordia. L’anno è terminato ma siamo stati invitati a non chiudere definitivamente quella porta che ci apre la strada verso il povero. Avendo misericordia di lui faremo un grande regalo a noi stessi che pure abbiamo già beneficiato ed ancora abbiamo bisogno di uno sgurado di misericordia su di noi.  Forse è questo il segreto di Morena 3. Grazie per la tua presenza qui tra noi.



giovedì 24 novembre 2016

STATI UNITI D’AMERICA

Finalmente trovo il tempo di mettere giù qualche nota del lungo viaggio che mi ha portato negli Stati Uniti d’America. Un viaggio lungo nei chilometri percorsi e lungo nei giorni spesi... ben spesi.
Ho colto l’occasione che mi si presentava per imparare l’inglese, o meglio, l’American English. I nostri confratelli dehoniani d’America offrono infatti ogni anno a due confratelli congolesi la possibilità di passare tre mesi nel loro Seminario-Scuola di Lingua Inglese. Sono italiano, non l’ho dimenticato, ma per la Congregazione appartengo alla Provincia  SCJ Congolese, ed ecco che mi sono imbarcato in un viaggio che è stata anche un’avventura e che mi ha portato a Milwaukee nello stato del Wisconsin. Non sono più un ragazzino, ma non c’è limite d’età per imparare qualcosa di nuovo e devo sinceramente dire che mi è piaciuto ritornare sui banchi di scuola, “staccando” dalle responsabilità di tutti i giorni per una vacanza-studio prolungata e benefica.
L’inglese del tempo delle superiori non aveva dato grandi frutti, lo studio e la pratica di questi mesi (lugio-settembre) mi permette oggi di sostenere una conversazione che non sia troppo complicata. Le vicissitudini del viaggio mi hanno costretto ad una sosta forzata di quindici giorni a Bruxelles per mettermi in regola con il visto d’entrata negli Stati Uniti. E’ stata una esperienza un pò triste ma è stato così che finalmente ho incontrato il nostro confratello polacco padre Ladis che fu a Babonde negli anni novanta e di cui tutti conservano un gran bel ricordo. Ad Hales Cornes dove ha sede la nostra comunità, ho conosciuto invece un confratello americano che fu a Babonde negli anni ottanta, padre Charls. Da lui ho potuto avere qualche foto di quegli anni e rivedere giovani volti degli adulti di oggi. Con la memoria siamo riandati a Babonde, a qualche evento dei tempi passati e presenti. Una amara constatazione ci ha fatto riconoscere che tantissime cose sono rimaste esattamente le stesse: le stesse strade, abitazioni, condizioni di vita. 
Gli unici probabili progressi si possono ritrovare nel nuovo sistema politico, la giovane e fragile democrazia e nella nuova consapevolezza e grado di istruzione che la popolazione lentamente acquisisce. Ad Hales Corners una comunità scj accogliente ed un’equipe fantastica di insegnanti hanno reso davvero utili e piacevoli i mesi trascorsi. Ho potuto avere una qualche idea dello stile di vita americano, dei problemi ai quali sono confrontati tutti i giorni e del loro modo di guardare il mondo esterno. Ho potuto guardare con il naso all’insù i grattacieli di Chicago, ammirare le tecnologie e le professionalità messe in campo per ogni tipo di lavoro, entrare in abitazioni e supermercati, chiese e musei, parchi e fiere. Parlare di politica (eravamo in piena campagna elettorale con Donald Trump e Hilary Clinton il lizza), di cibo, di divertimenti, di fede e di innumerevoli altri argomenti. Come si studia, si lavora, si prega, si viaggia, sono stati altrettanti spezzoni di vita che hanno attirato la mia attenzione. Occorre dire che l’animo umano, la “pasta” con cui l’uomo è fatto è la stessa dappertutto, ma il modo in cui quest’animo umano si esprime assume di volta in volta caratterisiche differenti: europee, africane, nordamericane e quant’atre. 
Quando oggi racconto qualcosa o mostro qualche foto agli amici di Babonde è tutto un forire di domande per ulteriori spiegazioni, di esclamazioni di stupore e meraviglia o di silenzi sbalorditi quando è difficile comprendere davvero cosa si sta vedendo o ascoltando per la prima volta.  Sono di nuovo a Babonde, anche se qualcuno ha temuto che imparando l’inglese avrei dovuto presto partire per una nuova missione. A Dio piacendo e con grande gioia resterò a Babonde ancora per un pò, fino a quando la Congregazione mi chiederà di andare altrove. Cosa ne farò di questa esperienza americana e dell’inglese? Per intanto abbiamo creato un piccolo gruppo culturale con gli insegnanti di inglese delle scuole secondarie di Babonde in modo da esercitare quanto ciascuno già conosce della lingua inglese e per migliorarci reciprocamente.  Infine è certo che ogni viaggio permette nuove aperture e l’acquisizione di nuove prospettive. In questo senso non so ancora quali saranno le ulteriori ricadute positive di questa esperienza, ma non tarderanno a venire e ho fiducia che saranno feconde. Vi farò sapere. Ciao da Babonde.




lunedì 20 giugno 2016

Medici Senza Frontiere al TALITA KUM


Ci risiamo con l’epidemia di malaria. Una stagione secca intensa e prolungata e non sappiamo quale altro fattore generante, hanno innescato anche quest’anno una crisi acuta sul piano sanitario ed in modo particolare per quanto riguarda i bambini. Che di malaria si possa morire e si muoia è un dato di fatto risaputo ma purtroppo ne hanno fatto le spese qualche centinaio di bimbi, e a tutt’oggi all’interno di un raggio di cinquanta chilomentri possiamo contare quasi un migliaio di giovani vite falciate.
Nel lasso di tempo di uno o due giorni dal manifestarsi dei primi sintomi della malattia ogni cura si rivela insufficiente se non con farmaci di nuova generazione e con cure intensive inesistenti nelle nostre strutture. 
Anche le cure di base talvolta sono economicamente irrangiungibili per una gran parte della popolazione. 
Si sono così moltiplicati i lutti nel reparto di pediatria e gli infermieri si sono ritrovati impotenti di fronte all’ampiezza dell’epidemia. 
Bimbi provienienti da tutti i villaggi sono stati accomodati su stuoie gettate per terra poichè i letti non erano sufficienti, in attesa di consultazione e di cure. Proprio in questo periodo la nostra falegnameria con l'aiuto di Alessandro di Bologna e di alcuni suoi amici di famiglia stava producendo una decina di letti per l'ospedale.
Le autorità mediche allertate hanno avuto una pronta risposta positiva da parte di Medici Senza Frontiere che hanno oramai un ufficio operativo stabile nella città di Isiro ed hanno così potuto reagire con una certa rapidità. Sono stati organizzati dei centri di cura intensiva nelle Zone de Santé (le nostre USL in Italia) o centri sanitari di Boma Mangbwetu e Pawa, all’interno del quale anche Babonde si trova. Viste poi le distanze e le difficoltà di trasferire i malati in condizioni gravi su strade dissestate su di una distanza di più di 50 chilometri, alla fine i responsabili di MSF hanno accettato di stabilirsi anche a Babonde, nel nostro ospedale.
Li abbiamo ospitati alla missione il tempo necessario di approntare il loro campo d’urgenza e dopo quasi un mese dal loro arrivo possiamo constatare la sostanziale diminuzione dei decessi di piccoli bimbi ed il regredire del numero dei nuovi casi.
MSF può offrire medicinali e cure mediche gratuite, un servizio di qualità e l’allestimento di una sala per le urgenze. Un servizio taxi in moto per trasportare i malati a partire dai Centres de Santé (ambulatori di villaggio con un infermiere in servizio) più lontani da Babonde.


Anche il nostro Centro Nutrizionale Talita Kum (Bambino alzati) presso la Missione, ha dovuto constatare un aumento impressionante di nuovi casi di malnutrizione. La media di cinquanta prime colazioni e pasti, nei tre giorni di apertura è aumentata in questi giorni a novanta.
Con l’aiuto dei benefattori dall’Italia (Associazione Missioni casa Sacro Cuore e le iniziative di mamma Morena) avevamo pensato di acquistare un piccolo numero di sedie in plastica per educare i bimbi a mangiare seduti e per migliorare l’igiene nelle abitudini alimentari.
Purtroppo la piccola struttura di cui usufruiamo ed il grande numero di malati che accogliamo in questi giorni non può permetterci di fare molto di più al momento per migliorare il servizio reso, sappiamo tra l’altro che molti malati più lontani non arrivano al Talita Kum a causa della distanza. In questo senso siamo in contatto con MSF per sollecitare un loro intervento anche nel settore della malnutrizione e non solo per i casi di malaria. Abbiamo buona speranza in una fruttuosa collaborazione soprattutto per quel che riguarda l’approvvigionamento di latte terapeutico per i bebé e di un cibo speciale fatto di pasta d’arachidi arricchita molto efficace nella cura della malnutrizione.
 


 





domenica 19 giugno 2016

APDI

La sigla APDI significa Azione per lo sviluppo integrale (Action pour le développement intégrale) ed è una nuova creazione a Babonde nel campo delle ONG ossia una nuova Organizzazione Non Governativa altrimenti detta anche ASBL, Associazione Senza finalità (But) di Lucro. Non sono molte le ONG presenti nel nostro territorio, ed ancora meno quelle che pur avendo uno statuto svolgono regolarmente le loro assemblee, hanno un consiglio direttivo regolarmente eletto e compiono delle vere azioni concrete sul territorio.
L’idea è nata ancora qualche anno fa ma la procedura amministrativa è stata lunga e difficoltosa. In ogni caso alcuni risultati importanti sono stati raggiunti: costituzione dello Statuto, registrato con atto notarile, e del Regolamento Interno, riconoscimento da parte dell’autorità provinciale e del territorio locale con autorizzazione alla operatività, infine la costituzione degli organi associativi e l’inizio delle attività.
L’idea base è la promozione di una mentalità associativa capace di compiere delle azioni concrete per un vero sviluppo del contesto circostante, sia sul piano della sanità che su quello dell’istruzione senza dimenticare quello dei diritti umani. Mettersi insieme e discutere, su base democratica è un primo punto da assodare; mettere insieme le piccole risorse per compiere qualcosa in favore del “bene comune”, è un’altro grande obiettivo; sensibilizzare un sempre più vasto numero di persone ed associarle è un ulteriore passo da compiere.

Sappiamo per certo che delle azioni di grande portata potranno compiersi con un apporto sostanziale di qualche partenaire che venga in aiuto ai progetti elaborati sul posto poichè la realtà economica degli associati, una cinquantina, è decisamente povera, costantemente al livello della sopravvivenza e la loro quota associativa annua non supera i 5 dollari. Per il momento la nostra Missione di Babonde è il principale partenaire, infatti con l’aiuto di qualche sacco di cemento diamo “una mano” all’APDI nella potabilizzazione dell’acqua sistemando in modo conveniente alcune sorgenti circonstanti.
In ogni caso, queste piccole azioni rendono visibile la possibilità di fare qualche cosa con mezzi propri e locali per il miglioramento del proprio ambiente e nutrono la buona speranza che un circolo virtuoso possa essere innescato.

Noi della missione, dopo aver accompagnato gli inizi dell’associazione ci siamo ritirati perchè essa possa camminare con “gambe proprie”, con il nuovo consiglio direttivo,  riservandoci qualche intervento di formazione o di consulenza, cercando anche qualche aiuto che li possa sostenere nel compimento della loro missione: buone pratiche, buone azioni, buon sviluppo. Crediamo che con il tempo altri potranno aggiungersi ed associarsi a noi e alla APDI.