mercoledì 18 settembre 2019

ANDATA E RITORNO



20 Agosto 2019, eccomi di nuovo nel nostro Congo, quello della Repubblica Democratica (RDC), che fu dei coloni belgi e di Mobutu (all’epoca lo Zaire) ma che, anche senza di loro, a distanza di decenni e con nuovi padroni, stenta ancora a voltare pagina e lasciarsi finalmente dietro le spalle una consolidata politica di rapina e di sfruttamento, non solo delle foreste e dei minerali ma anche dei suoi propri abitanti. Si sa che anche i nemici diventano amici quando si tratta di spartirsi una torta che non appartiene loro. 






Così attorno alla ricca torta che è il Congo e le sue risorse, si siedono a tavola multinazionali senza volto, Stati europei, americani ed asiatici, i politici locali, i venditori d’armi e i trafficanti di ogni sorta. E’ così che il nostro Congo non sembra affatto uno Stato normale e lo si scopre in fretta. Il mio viaggio inizia all’aereoporto di Venezia, e dopo gli scali a Francoforte e Adissa Beba in Etiopia, sbarchiamo a Kisangani ed il contrasto si nota a partire dall’aereoporto che è come una sorta di biglietto da visita della nazione tutta intera: l’accoglienza dei viaggiatori in un hangar senza sedie e per la metà allagato, la disorganizzazione nel registrare gli arrivi in una sala mal illuminata dove il funzionario si fa aiutare dalla piccola luce di un telefono portatile e, senza neppure un registro, scrive i nostri nomi e numeri di passaporto su di un semplice foglio bianco, la distribuzione dei bagagli con il classico “spingi ed alza la voce”, “alza la voce e spingi”, poichè non c’è fila né ordine ed il “fai da te” è padrone. 

Infine, come se non bastassero le tante disgrazie economiche e politiche che incombono su questa nazione, anche Ebola, la contagiosissima malattia che a più riprese ha minacciato il Congo da più di un anno continua a mietere numerose vittime (più di 2000). Così, come sbarchiamo dall’aereo laviamo le mani con acqua pesantemente clorata, quale rito di prevenzione contro la famigerata Ebola, anche se logica vorrebbe che venendo dall’estero non dovremmo essere noi i possibili portatori di contagio che, al contrario, potremmo trovarlo sul posto, ma tant’è, le “logiche” che giustificano le azioni non sono tutte uguali, ed in Congo è facile trovare logiche “altre”. 


Gli addetti al controllo vorrebbero verificare i bagagli all’uscita dall’aereopotrto aprendo le valigie ma la buona parola di un agente amico ci risparmia un’altra inutile prassi che il più delle volte mira ad una piccola mancia supplementare. Infine i venti chilometri dall’aereporto alla nostra comunità, Maison Sacré Coeur, su di una strada che intermezza metri di asfalto con altri di fango, buche e fosse riempite dall’acqua di una pioggia torrenziale appena caduta. In strada è il formicolio di persone a piedi e su motociclette cariche di ogni cosa. Ai bordi vediamo le misere casupole costruite su terreni acquitrinosi con i cortili inondati, mentre gli inquilini in piedi attendono pazienti il deflusso dell’acqua che segue il suo corso.

In Italia il mio viaggio è stato breve, a Saonara dove sono nato, Padova e dintorni, luoghi dell’infanzia e della giovinezza, luoghi dei primi anni di ministero sacerdotale. Una visita dettata dalla necessità di stare con la famiglia che rimane quasi tutta nei dintorni fatta eccezione per i cugini di Francia e d’Australia dove gli zii avevano migrato in cerca di lavoro e lì costruito le loro famiglie, negli anni in cui l’Italia non aveva molto da offrire. Non la solita vacanza lunga, ma un viaggio di andata e ritorno veloce, poichè solo qualche settimana prima il nostro papà ha compiuto anche lui il suo viaggio, l’ultimo, quello di sola andata, nelle braccia del Padre celeste, raggiungendo così la nostra mamma.
La vita tutta è viaggio! Anche se l’ultimo ci strappa da questa vita, per aprirci la porta ad una vita altra! Se la partenza è stata preparata la si affonta meglio e papà era certamente preparato anzi, questo viaggio lo stava desiderando. Non mi è stato possibile essere presente per tempo al funerale, non avremmo comunque potuto dirci qualcosa di più io e papà, a causa della malattia che ne aveva indebolito l’udito e la voce, ma sopratutto perchè molte di quelle cose che stanno nei cuori non c’è bisogno di dirle, si intuiscono e si sanno. 


Così ho potuto posare una mano dove il suo corpo è stato deposto, ascoltare il silenzio, ricordare e fare memoria, perchè lui che non è più, possa vivere in coloro che sono rimasti e possa infine e più profondamente vivere in Colui che E’. Tra noi fratelli e famigliari la consolazione reciproca è stata necessaria, anche lei non fatta di parole ma di presenza e di fraternità. La Vita continua, arricchita di tutti i frutti lasciati da chi ci ha preceduto e di tutto quanto ha seminato.



In Italia ho trovato e gustato il sole ed il caldo, non così diversi da quelli equatoriali della missione di Babonde, complice forse l’universale cambiamento climatico. Ho assaporato la vicinanza e l’amicizia dei confratelli dehoniani e degli amici di sempre, ed è stato bello perchè ci si “porta” reciprocamente. In missione porto con me la mia comunità di nascita, i gruppi missionari e le parrocchie del primo ministero in Italia, le comunità dei confratelli, le tante persone che se potessero, in qualche modo vorrebbero anche loro essere dove io sono. A mia volta sono portato da tutte queste persone che senza chiudere le porte conoscono l’Africa, la R.D.Congo e tutti i problemi che l’attanagliano. Conoscono Babonde e conosceranno ben presto Gbonzunzu, la prossima missione per la quale sono ormai partente. Sono portato da tutti coloro che hanno mani solidali e preghiere, ed in questo modo portando me portano tante e tante persone nei loro affanni quotidiani, ne alleviano i drammi, ne alleggeriscono i pesi. 

Il ritorno è insieme gioioso e difficile perchè all’entusiasmo che nasce dal ritrovarsi si unisce l’ascolto della lista di chi a sua volta ha intrapreso l’ultimo viaggio. Al nome di qualcuno di essi si aggiunge il commento triste che qualcosa si sarebbe potuto fare se solo fossimo stati presenti: qualche medicina amministrata più prontamente, una corsa in macchina all’ospedale meglio attrezzato distante una quarantina di chilometri, un‘operazione necessaria ma troppo costosa per le tasche di chi deve attendere che il raccolto dei campi sia maturo per poterlo infine vendere.

Andata e ritorno, viaggiare e sostare in silenzio, portare ed essere portati. Sarebbe misera la nostra vita se le porte delle nostre case fossero solo chiuse, se ai nostri confini ci fossero solo muri e barriere, se le nostre braccia non fossero aperte. Sì, in Italia ho trovato un clima generale un pò cambiato, tendente al brutto, alla chiusura, al rifiuto, alla porta chiusa, Ma allo stesso modo ho sperimentato anche un clima che si respira più nel profondo, quello che è eredità del Vangelo, che è eredità della verità e fraternità profonda tra gli uomini. Questo è il “clima” che ho portato con me. 




Il trattore della missione qualche mese fa, sulla via del ritorno da Gbonzunzu ha schiacciato un lungo serpente. Quindi, per mostrare a tutti che la sua fine è stata nient’altro che una brutta fine i giovani che erano presenti in quel viaggio lo hanno messo in bella mostra legandolo alla carrozzeria. Spesso quando un serpente viene ucciso nel villaggio lo si getta in mezzo alla strada in modo che i passanti, in bicicletta o in moto, andando e venendo, lo possano ripetutamente calpestare facendone poltiglia. E’ una sorta di ammonizione indirizzata ai serpenti rimasti: “che la smetta il serpente di insidiarci e di morderci o farà una brutta fine simile a questa”. Sembra una interpretazione stretta del biblico il serpente “ti schiaccerà la testa e tu “gli insidierai il calcagno”. Il sospetto degli uni sugli altri, il dubbio e la paura di chi ha qualche diversità può assomigliare a questo serpente che inietta il veleno della divisione e della separazione, dell’inimicizia e del rifiuto. Non ci ritroveremo tutti nel nostro ultimo viaggio nelle braccia dell’unico Padre? Non bisogna forse schiacciare la testa di questo serpente?

Viaggiando in Internet ho trovato queste righe che possono esprimere in altro modo alcune idee:

Viaggiate
che sennò poi
diventate razzisti
e finite per credere
che la vostra pelle è l'unica
ad avere ragione,
che la vostra lingua
è la più romantica
e che siete stati i primi
ad essere i primi


viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né “grazie”
né “prego”
né “si figuri”


viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro


viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre


viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.




















sabato 1 giugno 2019

Nuovo inizio


Sono rientrato nel tardo pomeriggio da Gbonzunzu dove oramai vado quasi ogni settimana per più giorni, infatti nel corso dell’anno apriremo lì la nuova missione e comunità, e con tutta probabilità lascerò Babonde per Gbonzunzu. 

Lasciare Babonde un pò mi dispiace, per i lungi  e bellissimi anni passati dal mio arrivo in Congo (RDC) nel 2006, dall’altra sono contento di poter iniziare una nuova missione, tra l’altro vicino a Babonde (una trentina di chilometri) per cui molti dei progetti in corso potrò in qualche modo continuare a seguirli: i bimbi malnutriti, l’alfabetizzazione dei pigmei, il sostegno scolastico per coloro che sono in difficoltà, qualche piccolo progetto agricolo, l’atelier di taglio e cucito per le ragazze madri e le studenti, e l’atelier di falegnameria che stiamo completando in questi giorni,

La nuova missione/parrocchia sarà dedicata al Sacro Cuore di Gesù. I nostri primi missionari che hanno evangelizzato da pionieri questi immensi territori equatoriali a partire da Kisangani fino a Beni-Butembo e Wamba, fondando numerosissime missioni e parrocchie, non avevano ancora dedicato una missione al Sacro Cuore di Gesù, ma il momento è venuto, ed in questi giorni stiamo attendendo solamente la decisione del nostro Vescovo di modo che possa fissarne la data di apertura.
La Chiesa è stata costruita da oramai diversi anni, grazie all’aiuto dei benefattori e ad una tenace contribuzione dei fedeli che instancabilmente si sono rimboccati le maniche per estrarre sabbia e pietre da fondazione, per fabbricare mattoni e per aiutare i muratori.
Ora anche la casa che ospiterà i missionari è pronta e le molte piccole cose che mancano potranno essere completate quando i confratelli saranno già presenti sul posto.

Gbonzunzu è situata a qualche grado Nord sulla linea dell’equatore, posta in cima ad una collina di circa 800 m sul livello del mare, sarà una missione in “zona miniere”, nel senso che in quel territorio sono numerosi i cantieri di estrazione artigianale dell’oro. L’oro è generalmente presente e nascosto in piccolissime, lucenti pagliuzze, in mezzo al terreno e nella sabbia che viene estratta e setacciata. 

Oppure è come incastonato nelle roccie che devono esser frantumate e ridotte in polvere grazie all’aiuto di barre di ferro, mortai e martelli. Le piccole pagliuzze faticosamente messe insieme vengono vendute a fine giornata per un ricavo estremamente variabile. 
Il guadagno è talvolta irrisorio a fronte di un duro lavoro di pala e piccone, immersi nel fango o in tunnel scavati senza alcuna attenzione alla sicurezza di chi si intrufola dentro. Altre volte l’oro si trova in forma di pepite ed è allora che la fortuna arride ai cercatori. Curiosamente la psicologia che abita le menti dei cercatori d’oro è del tutto particolare. 

Difficile vedere quacuno di questi cercatori che si sia arricchito con l’oro, se non temporaneamente, per consumare o perdre il tutto in grande fretta e ricominciare da zero. Il pensiero dominante è: “Se sono stato fortunato oggi lo sarò anche domani o dopo domani, non è poi così importante costruire una casa o iniziare delle attività meno rischiose, prevedere la vecchiaia, assicurasi delle attività e rendite stabili per la scuola dei figli o per le cure mediche...”. La ricchezza trovata facilmente è altrettanto facilmente sperperata. Promisquità, lavoro minorile, ricerca di feticci per assicurarsi raccolte straordinarie, nomadismo da una miniera all’altra, disinteresse per la scuola dei propri figli, sono solo alcune delle caratteristiche dell’uomo che ha a che fare con l’oro, insieme a tanta generosità come è generosa la dea fortuna che si dice essere bendata.  


Anche dal punto di vista religioso la spiritualità del cercatore d’oro ha degli elementi certamente originali.  Per garantirsi fortuna alcuni stregoni assicurano riti particolari dagli effetti indubitabili: unzioni d’olio, erbe, foglie e radici, fuochi e parole magiche. In realtà approfittano della credulità dei molti per arricchirsi facilmente lasciando i malcapitati e le loro famiglie sul lastrico, se non addirittura sull’orlo di crisi isteriche che rasentano talvolta la follia. 

Anche le chiese pentecostali o quelle dette “del risveglio” fanno spesso leva sul bisogno che i cercatori hanno di avere fortuna, dello scavare nel posto giusto, del trovare la vena aurifera propizia ed abbondante. E così queste chiese si fanno concorrenza l’una con l’altra, vantando una unica ed  ineguagliabile  efficacia, maggiore a qualsiasi altra chiesa.

Al nomadismo da una miniera all’altra si aggiunge allora il nomadismo religioso, per non parlare del nomadismo dei partner, sia nel settore del lavoro che in quello affettivo.
Sarà interessante inserirsi in un contesto sociale, morale e religioso che amalgama persone semplici immerse nelle pacifiche attività agricole, con i più astuti e navigati cercatori d’oro, sempre in fermento, sempre in movimento.

La missione e le sue attività sono per una buona parte tutte da inventare, la comunità religiosa da costruire.

I programmi pastorali e la formazione dei responsabili delle comunità cristiane avranno bisogno di una buona messa a punto e di un nuovo slancio evangelizzatore. La grazia dello Spirito del Signore risorto sapranno fare luce e donare la forza necessaria, qualcuno in qualche importante documento ha scritto che la missione è solamente agli inizi e c’è da credergli.











lunedì 17 dicembre 2018

Natale 2018 ed Elezioni?



  Natale ed elezioni un’accoppiata un pò strana, questo miscuglio di sacro e politico che può rendersi reale solamente in Repubblica Democratica del Congo, il cui governo ha programmato la scadenza elettorale per il 23 dicembre 2018.


Un accoppiata che per contro rassomiglia tantissimo alla vicenda della coppia Maria/Giuseppe, nella sacra attesa di una nuova vita, Gesù, ma che nello stesso tempo vengono stretti dalle esigenze dell’adempimento di un dovere di cittadinanza ossia l’iscrizione al censimento dell’imperatore Tiberio Augusto, seguendo il vangelo di Luca.
Il sacro si mischia al profano ed il Verbo si fa carne; il profano accoglie il sacro e viene santificato.

Simile alla Pax Romana di un antico impero prepotente, capace di schiacciare ogni movimento contrario, la RDC attuale vive in un apparente calmo tempo di “regime” pseudo democratico, dove le regole costituzionali sono piegate al potere predatorio del sistema da più di un decennio al potere. La calma e la pazienza del popolo congolese sarà senza fine?

Verità e Giustizia sono le “virtù” violate oggi come allora. I “padri” che governano la nazione non amano i propri figli, non amano il proprio popolo.

Per amore di quei popoli che in ogni epoca si trovano marginalizzati e disprezzati, un bimbo nasce nella più piccola Betlemme, nascosto e sconosciuto, umile e fragile, povero ed allo stesso tempo splendido. Sarà la “speranza delle genti”, il “principe della pace”, la “nostra salvezza”.

Quale bimbo potrà nascere a nuovo in questi nostri giorni africani sulla linea dell’equatore? Chi potrà ricevere in dono oro (regalità), incenso (divinità) e mirra (piena umanità), senza usurpare il diritto di nessuno? Senza infrangere giustizia e verità? Quale tra i tanti bimbi che incontriamo saprà incarnare lo spirito del Messia e manifestre l’amore del Padre?

C’è una strada da percorrere per nutrire la speranza e preparare l’avvenire: educando ed evangelizzando, ossia chiamando le genti a vivere secondo lo spirito di Gesù, nella piccolezza e nella concretezza della giustizia e della verità. C’è un lavoro da compiere aiutando le genti ad entrare nel mistero di un Amore che ha la forza di assomigliare a quello del Padre celeste e di trasformare i cuori e le cose, le anime e la società.

Simili a questi bimbi, anche se scherniti dai forti, non creduti dai delusi della vita, traditi dagli arrivisti senza scrupoli,  noi crediamo che in essi il seme della bontà è seminato e domani sarà albero. Auguriamo a tutti voi un buon Natale e al popolo congolese della RDC una fruttuosa accoppiata  di poter realizzare delle vere e giuste elezioni e di vivere una santa celebrazione della nascita del bimbo Gesù. 



Vogliamo ricordare in questi giorni la visita preziosa della “mamma Morena” che con forza e dedizione incredibile rende possibile l’aiuto a centinaia di bimbi malnutriti assistiti presso il centro Nutrizionale Talita Kum. 
E’ la quinta volta in quattro anni che viene a far visita ai bimbi di Babonde. Anticipando il Babbo Natale il suo arrivo è stato carico di entusiasmo e di doni preziosi, per la nuova parrocchia di Gbunzunzu, per gli operatori sanitari, per la scuola di taglio e cucito.







 

 Ricordiamo l’inizio dei lavori di costruzione del Laboratorio di Falegnameria che annesso alla scuola superiore potrà fornire un ambiente adatto ai numerosi studenti che desiderano imparare questo mestiere che fu di Giuseppe e del giovane Gesù.


 Ricordiamo anche il triste evento della morte di un bimbo schiacciato da una macchina durante un corteo di campagna elettorale di passaggio a Babonde. Spesso in molti paesi africani quando un incidente stradale accade, la folla inferocita cerca il responsabile per linciarlo e bruciarne il veicolo. Il corteo di macchine e moto al seguito si sono allora rifugiate presso la nostra missione e fortunatamente un certo “diritto d’asilo” è stato garantito salvando la vita all’autista grazie a molte negoziazioni e all’aiuto della polizia. 




Ancora una volta siamo colpiti dalla malgestione della rete stradale che isola intere porzioni di territorio, stavolta a causa di un camion che ha trasportato un peso eccessivo su di un ponte  orami datato.
É della settimana scorsa il crollo del ponte al chilometro 47 sulla strada Niania - Wamba sulla riviera Emboo.
Si ritorna al tempo delle piroghe aspettando qualche progetto di riparazione. Nello stesso tempo attendiamo con impazienza l’installazione dei bac (battelli piatti) sulle 4 attraversate della riviera Nepoko che circonda tutto il nostro territorio.
 I camions che li trasportavano hanno appena fatto a tempo a passare il ponte crollato qualche giorno dopo.








giovedì 27 settembre 2018

P K 182




Nuovamente in viaggio da Babonde verso Kisangani in questa seconda metà di settembre e stavolta non mi aspetto grandi sorprese, infatti la strada che congiunge Wamba (a 80 chilometri da Babonde) con Niania (110 chilometri da Wamba) è stata sistemata colmando le grandi fosse che erano state create dal passaggio dei camion su fondi stradali non consolidati e spesso allagati per mancanza di canalizzazioni adeguate.



Questa bella novità ha permesso ad una compagnia di trasporto DISSA (abbreviazione per “DIeu Seul SAit”  - Dio solo conosce) di fornire un servizio diretto di autobus da Wamba a Kisangani. Questo teoricamente mi permetterà di salire a Wamba e di scendere a Kisangani con un viaggio comodo di una sola giornata. Teoricamente!
Infatti a causa delle prossime elezioni e del clima politico incerto la manutenzione che le imprese cinesi assicuravano sulla strada principale dell’Ituri sono state sospese ed è lì che nuovi problemi si sono creati.


Ecco la prima sorpresa: partito da Babonde alle sei del mattino e arrivato a Wamba, apprendo che il programma dell’autobus è stato modificato. 
Faccio una breve sosta e sbrigo alcune faccende necessarie all’inizio del nuovo anno scolastico per le nostre scuole e istituti secondari che sono perennemente, e finora inutilmente, alla ricerca di un riconoscimento da parte dello stato. 
Ne guadagno una decina di chili di posta, dossiers e lettere per Kisangani da aggiungere al mio bagaglio prima di inforcare di nuovo la moto per raggiungere Niania, dove troverò l’occasione o la coincidenza di un altro autobus.


 Un piccolo spavento prima di entrare a Niana, un grosso serpente sta attraversando la strada ed accortosi del sopraggiungere della moto si alza “in piedi”, fortunatamente non con l’intenzione di attaccare ma di fare marcia indietro e di evitare d’essere schiacciato.
Sono oramai a Niania, praticamente arrivato, a qualche centinaio di metri dal centro della cittadina e stavolta a preoccuparmi è una grossa capra che staziona nel bel mezzo della strada mentre mi avvicino rapidamente. Sembra decisa a scostarsi ma il sopraggiungere di un’altra moto in senso inverso al mio la porta ad attraversarmi la strada.

Il suo movimento repentino e disordinato 
non mi lascia nessuna possibilità di evitarla 
e getta a terra me, la moto e la capra stessa. 
Sperimento la robustezza del fondo stradale.
Ne rimedio qualche graffio, botta e piccolo danno alla moto ma nulla di grave. La beffa vuole che il tutto avvenga di fronte ad una stazione della polizia, ed è certo che avere a che fare con la polizia – che tu abbia ragione o torto – è una opzione da evitare, almeno in R.D. Congo. 
Mi aiutano a rialzarmi, ma poco interessati alle piccole escoriazioni, mi accusano prontamente di eccesso di velocità con l’evidente intento di affibiarmi qualche multa. Ne segue un’accesa discussione, mettendo in chiaro che è la capra la colpevole, e che le capre senza patente e senza“plaque d’immatriculation” (targa) non hanno il diritto di “passeggiare” in mezzo alla strada, e la polizia che ha il compito di garantire la sicurezza della circolazione non dovrebbe tollerare la “divagation”  di animali domestici sulla carreggiata,e tutto questo davanti al proprio ufficio.
Firmo una dichiarazione di sinistro avvenuto, evito di farmi spillare qualche soldo per multa o per mancia, lasciando la grossa capra, ancora intontita per lo shock subito, tra le mani della polizia che saprà come farla fruttare. Sarà sicuramente invitata d’onore ad una grigliata serale. Ne ricavo che chi ha studiato il codice stradale deve pensare e fare attenzione per sé ma anche per chi (la capra) il codice non lo conosce, per evitare danni per sè e per chi si mette sulla strada inesperto o ignorante, e che la prudenza non è mai troppa.

Niania è al P K 342: “Point Kilometrique 342”, ossia a 342 chilometri da Kisangani, mia meta finale. Alle 14,30 salgo su un altro autobus della stessa compagnia DISSA che per tre quarti è riempito di merci, sacchi di fagioli, pesce salato e quant’altro. Solamente una quindicina di posti a sedere con valige e bagagli a mano tra i piedi. Ho buona speranza di essere a Kisangani in giornata anche se l’autobus stracarico procede così lentamente da farmi dubitare di poter arrivare in giornata come speravo.

E’ al P K 182 che il nostro lento viaggio si interrompe bruscamente, in piena foresta. La pioggia dei giorni precedenti, la mancata manutenzione degli scoli d’acqua ed il cedimento del fondo stradale, non così solido stavolta, ha bloccato alcuni camions ed autobus. Per uscirne si cerca più in basso il fondo resistente scavando con pale e picconi. Nel frattempo una lunga colonna  di autobus e automezzi pesanti si forma dalle due parti della fossa. Noi vi arriviamo verso le 20.00 di sera, chi è arrivato prima verso le 12.00 ha lavorato duramente tutta la giornata per costruire una deviazione alternativa che l’indomani si rivelerà tuttavia inefficace.


E’ una notte di luna quasi piena, fino a tardi le donne e le ragazze del piccolo villaggetto antistante che conta una decina di case, hanno preparato e vendono riso, fagioli, sombe e “nyama ya pori” - selvaggina. Qualche uomo vende del liquore locale. I giovani stanno rientrando dalla “buca”infangati e “sfatti” con le pale in spalla dopo aver cercato per tutta la giornata qualche “llar”, abbreviazione per “dollar”. Chi di noi può, stende per terra una stuoia o un telo cerato o un pezzo di pagne (tessuto che le donne africane vestono) all’esterno cercando di riposare qualche ora. 

Il clima è fresco e non c’è minaccia di pioggia. Io come molti alti mi arrovello sul posto a sedere,  stretto dal vicino di sedile e dai bagagli, cercando numerose posizioni per non accentuare i dolori cervicali già presenti. Le ore della notte passano difficilmente e qualche passeggiata all’esterno aiuta a far trascorrere il tempo fino alle cinque del mattino quando l’accampamento di fortuna si rimette in movimento, chi alla ricerca di acqua, chi di toilettes, chi di un the caldo o di un pasto che la sera prima non ha avuto il coraggio di prendere.




Possiamo contare all’incirca 500 persone imbottigliate in questa foresta, nessuna presenza di un’autorità statale qualsivoglia, ciascuno diventa leader per proporre una propria soluzione tecnica capace di sormontare l’ostacolo. Nessun servizio di soccorso, acqua potabile, cure mediche per coloro  che iniziano a soffrire i sintomi della malaria. Il cittadino è lasciato a se stesso. Nessuno grida contro il governo, nessuno è abituato ad attendersi qualcosa dalle autorità o dai governanti, ci si affida a Dio stesso. Qualche canto di lode, di preghiera e di intercessione si leva dall’interno degli autobus tra i passeggeri ancora mezzo addormentati.

Verso le sette del mattino i lavori di scavo riprendono, un camion fornito di una grossa fune inizia a strattonare e tirare l’autobus rimasto bloccato dentro la grande fossa.  
Qualche militare che per caso fa parte dei passeggeri in viaggio, diventa arbitro e tassatore per far pagare pedaggio alle moto e alle piccole vetture che possono approfittare di una deviazione creata ad hoc.

La disgrazia per gli uni diventa lavoro per gli alti e possibilità di sfruttamento per altri ancora.

Siamo a soli 4 chilometri dal P K 178, il villaggio di Batama che fu una missione dei dehoniani fino ai massacri compiuti durante la  ribellione del 1964. E’ un villaggio che conosco bene perchè nel 1987 (se la memoria non mi inganna) vi ero giunto con un gruppo di scouts della Ponticella di Bologna che si era dato per obiettivo la ristrutturazione di qualche edificio della misione per permettere nuovamente la presenza di un sacerdote sul posto.
Anche a quel tempo i bambù facevano arco da destra a sinistra della strada denunciando la mancanza di manutenzione, anche a quel tempo ci eravamo impiantati nel fango e avevamo dovuto spalare e spingere il minibus per uscirne. Anche a quel tempo l’asfalto terminava subito, una volta usciti della città. A distanza di trent’anni, per quel che riguarda le infrastrutture stradali su questa nazionale, Ituri numero 4, le cose non sono affatto cambiate.






Sono oramai le nove e la lentezza dei lavori assieme alla confusione dei protagonisti delle soluzioni tecniche di fortuna scoraggiano e fanno temere che un’altra notte in foresta sia facilmente programmabile. Ci accordiamo allora con un taximen ("autista" di moto) perchè possa trasportarci in moto fino a Kisangani, la moto sembra affidabile, discutiamo sul prezzo, sui litri di benzina necessari e l’affare è fatto, l’ostacolo del grande “bourbier” è superato, carico i pochi bagagli e partiamo. 

Il proprietario della moto e conducente è un capo villaggio del posto che di professione fa il contadino; vendendo il riso si è procurata questa moto. Effettivamente la sua abilità alla guida lascia a desiderare e alla prima ampia curva in discesa, presa in velocità, rischia di andare fuori strada.
Dopo l’entusiasmo della partenza lo invito alla prudenza.

All’incirca al P K 150  un controllo stradale blocca il nostro taximen che non ha nè patente nè qualsivoglia altro documento di circolazione. Una mancia di 5000 Franchi congolesi – all’incirca 3 euro – ha il potere di aprire la sbarra sul passaggio. Tutto si può discutere, che si tratti di multe, di leggi, di prezzi, di diritti e doveri. Talvolta è frustrante talaltra permette di andare avanti e superare l’impasse

Al P K 122 troviamo un giovane ragazzo che ci supplica di prenderlo con noi poichè non sa come arrivare a Kisangani, anche lui era sul mio stesso autobus e fin dal mattino presto aveva cercato differenti occasioni di fortuna per avvicinarsi progressivamente a Kisangani. Lo prendiamo. Siamo un pò stretti in questo gioco di tre sulla stessa moto, le ginocchia mi fanno male ed ogni tanto devo stendere le gambe, segno evidente che gli anni passano,  ma avanziamo velocemente. 

Un’uomo ci ferma al P K 111 con ampi gesti della mano: c’è stata la morte di un familiare e vuole avvisare i parenti con una lettera da recapitare al P K 49. Volentiari ci prestiamo al servizio: se non ci si aiuta l’un l’altro in queste piccole cose... la legge della foresta è quella classica del più forte e del più destro, ma nascono anche  belle solidarietà, semplici complicità.

Siamo al P K 79 ed un nuovo ostacolo si presenta: in un ripido tratto in discesa un camion che trasporta un container merci si è rovesciato “gambe all’aria”. Rallentiamo per superarlo ma siamo costretti a fermarci per riparare la ruota anteriore della moto che ha subito una foratura e non poteva che essere così constatando lo stato pietoso del pneumatico. E’ l’occasione di una sosta di riposo e di qualche chiacchera con i presenti mentre un meccanico di fortuna mette una toppa alla camera d’aria. Anche qui i lavori in corso realizzati dalle persone del posto sono l’occasione per raccogliere qualche offerta/pedaggio ai passanti. Altri giovani uomini attendono pazientemente di essere ingaggiati in un lavoro “par jour” (giornaliero) quando sarà il momento di scaricare tutto il contenuto del container e di raddrizzare il camion. Tra essi anche un uomo sulla cinquantina, contadino di professione ma che cerca di aggiungere qualcosa al guadagno dei campi e attendendo il par jour mendica un pò di manioca che un gruppo di altre persone hanno appena cotto. 
Riprendiamo il viaggio ma ora le piccole soste si moltiplicano: per aggiungere carburante nel serbatoio, per consegnare la missiva che ci è stata affidata, per salutare qualche conoscente del nostro taximen e per far riposare gli arti inferiori che cominciano ad indolenzirsi.

P K 22, ultima barriera prima di entrare nel circuito sub urbano di Kisangani, quella barriera che costringe a passare lì la notte se vi ci arriva con un veicolo dopo le 23.00, e già diverse volte ne ho fatto le spese. Stavolta sono appena le 15.30, deposiamo il nostro giovane passeggero nell’affollato quartiere di Kabondo dove abita e fa il piccolo commercio che gli permette di vivere. Telefono ai confratelli per avvisare che sono arrivato. 

Mi chiedono se ho viaggiato bene.

Oggettivamente dovrei dire che non ho affatto viaggiato bene, ma al contrario sono contento di essere già qui e la risposta è piuttosto positiva.
Sì ho viaggiato bene, senza troppi ritardi, senza inconvenienti maggiori, incontrando un sacco di persone, condividendo le fatiche del viaggio, le esperienze, i brontolii e le lamentele assieme alle speranze. Siamo nelle mani di Dio ed il viaggio è sempre un’avventura compreso il viaggio della vita. Sono arrivato e tutto è andato bene. P K 0.