sabato 1 giugno 2019

Nuovo inizio


Sono rientrato nel tardo pomeriggio da Gbonzunzu dove oramai vado quasi ogni settimana per più giorni, infatti nel corso dell’anno apriremo lì la nuova missione e comunità, e con tutta probabilità lascerò Babonde per Gbonzunzu. 

Lasciare Babonde un pò mi dispiace, per i lungi  e bellissimi anni passati dal mio arrivo in Congo (RDC) nel 2006, dall’altra sono contento di poter iniziare una nuova missione, tra l’altro vicino a Babonde (una trentina di chilometri) per cui molti dei progetti in corso potrò in qualche modo continuare a seguirli: i bimbi malnutriti, l’alfabetizzazione dei pigmei, il sostegno scolastico per coloro che sono in difficoltà, qualche piccolo progetto agricolo, l’atelier di taglio e cucito per le ragazze madri e le studenti, e l’atelier di falegnameria che stiamo completando in questi giorni,

La nuova missione/parrocchia sarà dedicata al Sacro Cuore di Gesù. I nostri primi missionari che hanno evangelizzato da pionieri questi immensi territori equatoriali a partire da Kisangani fino a Beni-Butembo e Wamba, fondando numerosissime missioni e parrocchie, non avevano ancora dedicato una missione al Sacro Cuore di Gesù, ma il momento è venuto, ed in questi giorni stiamo attendendo solamente la decisione del nostro Vescovo di modo che possa fissarne la data di apertura.
La Chiesa è stata costruita da oramai diversi anni, grazie all’aiuto dei benefattori e ad una tenace contribuzione dei fedeli che instancabilmente si sono rimboccati le maniche per estrarre sabbia e pietre da fondazione, per fabbricare mattoni e per aiutare i muratori.
Ora anche la casa che ospiterà i missionari è pronta e le molte piccole cose che mancano potranno essere completate quando i confratelli saranno già presenti sul posto.

Gbonzunzu è situata a qualche grado Nord sulla linea dell’equatore, posta in cima ad una collina di circa 800 m sul livello del mare, sarà una missione in “zona miniere”, nel senso che in quel territorio sono numerosi i cantieri di estrazione artigianale dell’oro. L’oro è generalmente presente e nascosto in piccolissime, lucenti pagliuzze, in mezzo al terreno e nella sabbia che viene estratta e setacciata. 

Oppure è come incastonato nelle roccie che devono esser frantumate e ridotte in polvere grazie all’aiuto di barre di ferro, mortai e martelli. Le piccole pagliuzze faticosamente messe insieme vengono vendute a fine giornata per un ricavo estremamente variabile. 
Il guadagno è talvolta irrisorio a fronte di un duro lavoro di pala e piccone, immersi nel fango o in tunnel scavati senza alcuna attenzione alla sicurezza di chi si intrufola dentro. Altre volte l’oro si trova in forma di pepite ed è allora che la fortuna arride ai cercatori. Curiosamente la psicologia che abita le menti dei cercatori d’oro è del tutto particolare. 

Difficile vedere quacuno di questi cercatori che si sia arricchito con l’oro, se non temporaneamente, per consumare o perdre il tutto in grande fretta e ricominciare da zero. Il pensiero dominante è: “Se sono stato fortunato oggi lo sarò anche domani o dopo domani, non è poi così importante costruire una casa o iniziare delle attività meno rischiose, prevedere la vecchiaia, assicurasi delle attività e rendite stabili per la scuola dei figli o per le cure mediche...”. La ricchezza trovata facilmente è altrettanto facilmente sperperata. Promisquità, lavoro minorile, ricerca di feticci per assicurarsi raccolte straordinarie, nomadismo da una miniera all’altra, disinteresse per la scuola dei propri figli, sono solo alcune delle caratteristiche dell’uomo che ha a che fare con l’oro, insieme a tanta generosità come è generosa la dea fortuna che si dice essere bendata.  


Anche dal punto di vista religioso la spiritualità del cercatore d’oro ha degli elementi certamente originali.  Per garantirsi fortuna alcuni stregoni assicurano riti particolari dagli effetti indubitabili: unzioni d’olio, erbe, foglie e radici, fuochi e parole magiche. In realtà approfittano della credulità dei molti per arricchirsi facilmente lasciando i malcapitati e le loro famiglie sul lastrico, se non addirittura sull’orlo di crisi isteriche che rasentano talvolta la follia. 

Anche le chiese pentecostali o quelle dette “del risveglio” fanno spesso leva sul bisogno che i cercatori hanno di avere fortuna, dello scavare nel posto giusto, del trovare la vena aurifera propizia ed abbondante. E così queste chiese si fanno concorrenza l’una con l’altra, vantando una unica ed  ineguagliabile  efficacia, maggiore a qualsiasi altra chiesa.

Al nomadismo da una miniera all’altra si aggiunge allora il nomadismo religioso, per non parlare del nomadismo dei partner, sia nel settore del lavoro che in quello affettivo.
Sarà interessante inserirsi in un contesto sociale, morale e religioso che amalgama persone semplici immerse nelle pacifiche attività agricole, con i più astuti e navigati cercatori d’oro, sempre in fermento, sempre in movimento.

La missione e le sue attività sono per una buona parte tutte da inventare, la comunità religiosa da costruire.

I programmi pastorali e la formazione dei responsabili delle comunità cristiane avranno bisogno di una buona messa a punto e di un nuovo slancio evangelizzatore. La grazia dello Spirito del Signore risorto sapranno fare luce e donare la forza necessaria, qualcuno in qualche importante documento ha scritto che la missione è solamente agli inizi e c’è da credergli.











lunedì 17 dicembre 2018

Natale 2018 ed Elezioni?



  Natale ed elezioni un’accoppiata un pò strana, questo miscuglio di sacro e politico che può rendersi reale solamente in Repubblica Democratica del Congo, il cui governo ha programmato la scadenza elettorale per il 23 dicembre 2018.


Un accoppiata che per contro rassomiglia tantissimo alla vicenda della coppia Maria/Giuseppe, nella sacra attesa di una nuova vita, Gesù, ma che nello stesso tempo vengono stretti dalle esigenze dell’adempimento di un dovere di cittadinanza ossia l’iscrizione al censimento dell’imperatore Tiberio Augusto, seguendo il vangelo di Luca.
Il sacro si mischia al profano ed il Verbo si fa carne; il profano accoglie il sacro e viene santificato.

Simile alla Pax Romana di un antico impero prepotente, capace di schiacciare ogni movimento contrario, la RDC attuale vive in un apparente calmo tempo di “regime” pseudo democratico, dove le regole costituzionali sono piegate al potere predatorio del sistema da più di un decennio al potere. La calma e la pazienza del popolo congolese sarà senza fine?

Verità e Giustizia sono le “virtù” violate oggi come allora. I “padri” che governano la nazione non amano i propri figli, non amano il proprio popolo.

Per amore di quei popoli che in ogni epoca si trovano marginalizzati e disprezzati, un bimbo nasce nella più piccola Betlemme, nascosto e sconosciuto, umile e fragile, povero ed allo stesso tempo splendido. Sarà la “speranza delle genti”, il “principe della pace”, la “nostra salvezza”.

Quale bimbo potrà nascere a nuovo in questi nostri giorni africani sulla linea dell’equatore? Chi potrà ricevere in dono oro (regalità), incenso (divinità) e mirra (piena umanità), senza usurpare il diritto di nessuno? Senza infrangere giustizia e verità? Quale tra i tanti bimbi che incontriamo saprà incarnare lo spirito del Messia e manifestre l’amore del Padre?

C’è una strada da percorrere per nutrire la speranza e preparare l’avvenire: educando ed evangelizzando, ossia chiamando le genti a vivere secondo lo spirito di Gesù, nella piccolezza e nella concretezza della giustizia e della verità. C’è un lavoro da compiere aiutando le genti ad entrare nel mistero di un Amore che ha la forza di assomigliare a quello del Padre celeste e di trasformare i cuori e le cose, le anime e la società.

Simili a questi bimbi, anche se scherniti dai forti, non creduti dai delusi della vita, traditi dagli arrivisti senza scrupoli,  noi crediamo che in essi il seme della bontà è seminato e domani sarà albero. Auguriamo a tutti voi un buon Natale e al popolo congolese della RDC una fruttuosa accoppiata  di poter realizzare delle vere e giuste elezioni e di vivere una santa celebrazione della nascita del bimbo Gesù. 



Vogliamo ricordare in questi giorni la visita preziosa della “mamma Morena” che con forza e dedizione incredibile rende possibile l’aiuto a centinaia di bimbi malnutriti assistiti presso il centro Nutrizionale Talita Kum. 
E’ la quinta volta in quattro anni che viene a far visita ai bimbi di Babonde. Anticipando il Babbo Natale il suo arrivo è stato carico di entusiasmo e di doni preziosi, per la nuova parrocchia di Gbunzunzu, per gli operatori sanitari, per la scuola di taglio e cucito.







 

 Ricordiamo l’inizio dei lavori di costruzione del Laboratorio di Falegnameria che annesso alla scuola superiore potrà fornire un ambiente adatto ai numerosi studenti che desiderano imparare questo mestiere che fu di Giuseppe e del giovane Gesù.


 Ricordiamo anche il triste evento della morte di un bimbo schiacciato da una macchina durante un corteo di campagna elettorale di passaggio a Babonde. Spesso in molti paesi africani quando un incidente stradale accade, la folla inferocita cerca il responsabile per linciarlo e bruciarne il veicolo. Il corteo di macchine e moto al seguito si sono allora rifugiate presso la nostra missione e fortunatamente un certo “diritto d’asilo” è stato garantito salvando la vita all’autista grazie a molte negoziazioni e all’aiuto della polizia. 




Ancora una volta siamo colpiti dalla malgestione della rete stradale che isola intere porzioni di territorio, stavolta a causa di un camion che ha trasportato un peso eccessivo su di un ponte  orami datato.
É della settimana scorsa il crollo del ponte al chilometro 47 sulla strada Niania - Wamba sulla riviera Emboo.
Si ritorna al tempo delle piroghe aspettando qualche progetto di riparazione. Nello stesso tempo attendiamo con impazienza l’installazione dei bac (battelli piatti) sulle 4 attraversate della riviera Nepoko che circonda tutto il nostro territorio.
 I camions che li trasportavano hanno appena fatto a tempo a passare il ponte crollato qualche giorno dopo.








giovedì 27 settembre 2018

P K 182




Nuovamente in viaggio da Babonde verso Kisangani in questa seconda metà di settembre e stavolta non mi aspetto grandi sorprese, infatti la strada che congiunge Wamba (a 80 chilometri da Babonde) con Niania (110 chilometri da Wamba) è stata sistemata colmando le grandi fosse che erano state create dal passaggio dei camion su fondi stradali non consolidati e spesso allagati per mancanza di canalizzazioni adeguate.



Questa bella novità ha permesso ad una compagnia di trasporto DISSA (abbreviazione per “DIeu Seul SAit”  - Dio solo conosce) di fornire un servizio diretto di autobus da Wamba a Kisangani. Questo teoricamente mi permetterà di salire a Wamba e di scendere a Kisangani con un viaggio comodo di una sola giornata. Teoricamente!
Infatti a causa delle prossime elezioni e del clima politico incerto la manutenzione che le imprese cinesi assicuravano sulla strada principale dell’Ituri sono state sospese ed è lì che nuovi problemi si sono creati.


Ecco la prima sorpresa: partito da Babonde alle sei del mattino e arrivato a Wamba, apprendo che il programma dell’autobus è stato modificato. 
Faccio una breve sosta e sbrigo alcune faccende necessarie all’inizio del nuovo anno scolastico per le nostre scuole e istituti secondari che sono perennemente, e finora inutilmente, alla ricerca di un riconoscimento da parte dello stato. 
Ne guadagno una decina di chili di posta, dossiers e lettere per Kisangani da aggiungere al mio bagaglio prima di inforcare di nuovo la moto per raggiungere Niania, dove troverò l’occasione o la coincidenza di un altro autobus.


 Un piccolo spavento prima di entrare a Niana, un grosso serpente sta attraversando la strada ed accortosi del sopraggiungere della moto si alza “in piedi”, fortunatamente non con l’intenzione di attaccare ma di fare marcia indietro e di evitare d’essere schiacciato.
Sono oramai a Niania, praticamente arrivato, a qualche centinaio di metri dal centro della cittadina e stavolta a preoccuparmi è una grossa capra che staziona nel bel mezzo della strada mentre mi avvicino rapidamente. Sembra decisa a scostarsi ma il sopraggiungere di un’altra moto in senso inverso al mio la porta ad attraversarmi la strada.

Il suo movimento repentino e disordinato 
non mi lascia nessuna possibilità di evitarla 
e getta a terra me, la moto e la capra stessa. 
Sperimento la robustezza del fondo stradale.
Ne rimedio qualche graffio, botta e piccolo danno alla moto ma nulla di grave. La beffa vuole che il tutto avvenga di fronte ad una stazione della polizia, ed è certo che avere a che fare con la polizia – che tu abbia ragione o torto – è una opzione da evitare, almeno in R.D. Congo. 
Mi aiutano a rialzarmi, ma poco interessati alle piccole escoriazioni, mi accusano prontamente di eccesso di velocità con l’evidente intento di affibiarmi qualche multa. Ne segue un’accesa discussione, mettendo in chiaro che è la capra la colpevole, e che le capre senza patente e senza“plaque d’immatriculation” (targa) non hanno il diritto di “passeggiare” in mezzo alla strada, e la polizia che ha il compito di garantire la sicurezza della circolazione non dovrebbe tollerare la “divagation”  di animali domestici sulla carreggiata,e tutto questo davanti al proprio ufficio.
Firmo una dichiarazione di sinistro avvenuto, evito di farmi spillare qualche soldo per multa o per mancia, lasciando la grossa capra, ancora intontita per lo shock subito, tra le mani della polizia che saprà come farla fruttare. Sarà sicuramente invitata d’onore ad una grigliata serale. Ne ricavo che chi ha studiato il codice stradale deve pensare e fare attenzione per sé ma anche per chi (la capra) il codice non lo conosce, per evitare danni per sè e per chi si mette sulla strada inesperto o ignorante, e che la prudenza non è mai troppa.

Niania è al P K 342: “Point Kilometrique 342”, ossia a 342 chilometri da Kisangani, mia meta finale. Alle 14,30 salgo su un altro autobus della stessa compagnia DISSA che per tre quarti è riempito di merci, sacchi di fagioli, pesce salato e quant’altro. Solamente una quindicina di posti a sedere con valige e bagagli a mano tra i piedi. Ho buona speranza di essere a Kisangani in giornata anche se l’autobus stracarico procede così lentamente da farmi dubitare di poter arrivare in giornata come speravo.

E’ al P K 182 che il nostro lento viaggio si interrompe bruscamente, in piena foresta. La pioggia dei giorni precedenti, la mancata manutenzione degli scoli d’acqua ed il cedimento del fondo stradale, non così solido stavolta, ha bloccato alcuni camions ed autobus. Per uscirne si cerca più in basso il fondo resistente scavando con pale e picconi. Nel frattempo una lunga colonna  di autobus e automezzi pesanti si forma dalle due parti della fossa. Noi vi arriviamo verso le 20.00 di sera, chi è arrivato prima verso le 12.00 ha lavorato duramente tutta la giornata per costruire una deviazione alternativa che l’indomani si rivelerà tuttavia inefficace.


E’ una notte di luna quasi piena, fino a tardi le donne e le ragazze del piccolo villaggetto antistante che conta una decina di case, hanno preparato e vendono riso, fagioli, sombe e “nyama ya pori” - selvaggina. Qualche uomo vende del liquore locale. I giovani stanno rientrando dalla “buca”infangati e “sfatti” con le pale in spalla dopo aver cercato per tutta la giornata qualche “llar”, abbreviazione per “dollar”. Chi di noi può, stende per terra una stuoia o un telo cerato o un pezzo di pagne (tessuto che le donne africane vestono) all’esterno cercando di riposare qualche ora. 

Il clima è fresco e non c’è minaccia di pioggia. Io come molti alti mi arrovello sul posto a sedere,  stretto dal vicino di sedile e dai bagagli, cercando numerose posizioni per non accentuare i dolori cervicali già presenti. Le ore della notte passano difficilmente e qualche passeggiata all’esterno aiuta a far trascorrere il tempo fino alle cinque del mattino quando l’accampamento di fortuna si rimette in movimento, chi alla ricerca di acqua, chi di toilettes, chi di un the caldo o di un pasto che la sera prima non ha avuto il coraggio di prendere.




Possiamo contare all’incirca 500 persone imbottigliate in questa foresta, nessuna presenza di un’autorità statale qualsivoglia, ciascuno diventa leader per proporre una propria soluzione tecnica capace di sormontare l’ostacolo. Nessun servizio di soccorso, acqua potabile, cure mediche per coloro  che iniziano a soffrire i sintomi della malaria. Il cittadino è lasciato a se stesso. Nessuno grida contro il governo, nessuno è abituato ad attendersi qualcosa dalle autorità o dai governanti, ci si affida a Dio stesso. Qualche canto di lode, di preghiera e di intercessione si leva dall’interno degli autobus tra i passeggeri ancora mezzo addormentati.

Verso le sette del mattino i lavori di scavo riprendono, un camion fornito di una grossa fune inizia a strattonare e tirare l’autobus rimasto bloccato dentro la grande fossa.  
Qualche militare che per caso fa parte dei passeggeri in viaggio, diventa arbitro e tassatore per far pagare pedaggio alle moto e alle piccole vetture che possono approfittare di una deviazione creata ad hoc.

La disgrazia per gli uni diventa lavoro per gli alti e possibilità di sfruttamento per altri ancora.

Siamo a soli 4 chilometri dal P K 178, il villaggio di Batama che fu una missione dei dehoniani fino ai massacri compiuti durante la  ribellione del 1964. E’ un villaggio che conosco bene perchè nel 1987 (se la memoria non mi inganna) vi ero giunto con un gruppo di scouts della Ponticella di Bologna che si era dato per obiettivo la ristrutturazione di qualche edificio della misione per permettere nuovamente la presenza di un sacerdote sul posto.
Anche a quel tempo i bambù facevano arco da destra a sinistra della strada denunciando la mancanza di manutenzione, anche a quel tempo ci eravamo impiantati nel fango e avevamo dovuto spalare e spingere il minibus per uscirne. Anche a quel tempo l’asfalto terminava subito, una volta usciti della città. A distanza di trent’anni, per quel che riguarda le infrastrutture stradali su questa nazionale, Ituri numero 4, le cose non sono affatto cambiate.






Sono oramai le nove e la lentezza dei lavori assieme alla confusione dei protagonisti delle soluzioni tecniche di fortuna scoraggiano e fanno temere che un’altra notte in foresta sia facilmente programmabile. Ci accordiamo allora con un taximen ("autista" di moto) perchè possa trasportarci in moto fino a Kisangani, la moto sembra affidabile, discutiamo sul prezzo, sui litri di benzina necessari e l’affare è fatto, l’ostacolo del grande “bourbier” è superato, carico i pochi bagagli e partiamo. 

Il proprietario della moto e conducente è un capo villaggio del posto che di professione fa il contadino; vendendo il riso si è procurata questa moto. Effettivamente la sua abilità alla guida lascia a desiderare e alla prima ampia curva in discesa, presa in velocità, rischia di andare fuori strada.
Dopo l’entusiasmo della partenza lo invito alla prudenza.

All’incirca al P K 150  un controllo stradale blocca il nostro taximen che non ha nè patente nè qualsivoglia altro documento di circolazione. Una mancia di 5000 Franchi congolesi – all’incirca 3 euro – ha il potere di aprire la sbarra sul passaggio. Tutto si può discutere, che si tratti di multe, di leggi, di prezzi, di diritti e doveri. Talvolta è frustrante talaltra permette di andare avanti e superare l’impasse

Al P K 122 troviamo un giovane ragazzo che ci supplica di prenderlo con noi poichè non sa come arrivare a Kisangani, anche lui era sul mio stesso autobus e fin dal mattino presto aveva cercato differenti occasioni di fortuna per avvicinarsi progressivamente a Kisangani. Lo prendiamo. Siamo un pò stretti in questo gioco di tre sulla stessa moto, le ginocchia mi fanno male ed ogni tanto devo stendere le gambe, segno evidente che gli anni passano,  ma avanziamo velocemente. 

Un’uomo ci ferma al P K 111 con ampi gesti della mano: c’è stata la morte di un familiare e vuole avvisare i parenti con una lettera da recapitare al P K 49. Volentiari ci prestiamo al servizio: se non ci si aiuta l’un l’altro in queste piccole cose... la legge della foresta è quella classica del più forte e del più destro, ma nascono anche  belle solidarietà, semplici complicità.

Siamo al P K 79 ed un nuovo ostacolo si presenta: in un ripido tratto in discesa un camion che trasporta un container merci si è rovesciato “gambe all’aria”. Rallentiamo per superarlo ma siamo costretti a fermarci per riparare la ruota anteriore della moto che ha subito una foratura e non poteva che essere così constatando lo stato pietoso del pneumatico. E’ l’occasione di una sosta di riposo e di qualche chiacchera con i presenti mentre un meccanico di fortuna mette una toppa alla camera d’aria. Anche qui i lavori in corso realizzati dalle persone del posto sono l’occasione per raccogliere qualche offerta/pedaggio ai passanti. Altri giovani uomini attendono pazientemente di essere ingaggiati in un lavoro “par jour” (giornaliero) quando sarà il momento di scaricare tutto il contenuto del container e di raddrizzare il camion. Tra essi anche un uomo sulla cinquantina, contadino di professione ma che cerca di aggiungere qualcosa al guadagno dei campi e attendendo il par jour mendica un pò di manioca che un gruppo di altre persone hanno appena cotto. 
Riprendiamo il viaggio ma ora le piccole soste si moltiplicano: per aggiungere carburante nel serbatoio, per consegnare la missiva che ci è stata affidata, per salutare qualche conoscente del nostro taximen e per far riposare gli arti inferiori che cominciano ad indolenzirsi.

P K 22, ultima barriera prima di entrare nel circuito sub urbano di Kisangani, quella barriera che costringe a passare lì la notte se vi ci arriva con un veicolo dopo le 23.00, e già diverse volte ne ho fatto le spese. Stavolta sono appena le 15.30, deposiamo il nostro giovane passeggero nell’affollato quartiere di Kabondo dove abita e fa il piccolo commercio che gli permette di vivere. Telefono ai confratelli per avvisare che sono arrivato. 

Mi chiedono se ho viaggiato bene.

Oggettivamente dovrei dire che non ho affatto viaggiato bene, ma al contrario sono contento di essere già qui e la risposta è piuttosto positiva.
Sì ho viaggiato bene, senza troppi ritardi, senza inconvenienti maggiori, incontrando un sacco di persone, condividendo le fatiche del viaggio, le esperienze, i brontolii e le lamentele assieme alle speranze. Siamo nelle mani di Dio ed il viaggio è sempre un’avventura compreso il viaggio della vita. Sono arrivato e tutto è andato bene. P K 0.




venerdì 17 agosto 2018

AGOSTO AFRICANO


All’equatore nelle cui prossimità anche Babonde si trova, il sole non è quasi mai timido o capriccioso da nascondersi alla vista per un tempo prolungato, ed è infatti rarissimo avere una giornata intera coperta da nuvole.

 Non si può dire che è estate, al contrario agosto è mese di pioggie intense e “rapide”, ma in qualche modo si respira un’aria vacanziera un pò simile a quella europea. 

Le scuole sono chiuse nei mesi di luglio e agosto, i ragazzi sono in famiglia ed aiutano i genitori nel lavoro dei campi, o sono in viaggio per andare a raccogliere un pò di denaro da zii e parenti che lavorano alla ricerca dell’oro o che sono oramai installati in zona miniere, ed è probabile che abbiano qualche soldo in tasca. 

Questi soldi potranno permettere ai giovani di pagare l’iscrizione a scuola e comperare l'uniforme scolastica.

A proposito di scuola assaporiamo la bella soddisfazione della riuscita al cento per cento dei giovani del nostro Institut Ste Marie agli esami di stato (maturità) alla fine del loro sesto anno di scuola superiore, opzione pedagogia, che prepara i futuri maestri delle scuole primarie. 

Anche le ragazze e le giovani mamme del "taglio e cucito", così come i ragazzi della falegnameria hanno ben terminato l'anno scolastico.



I bimbi pigmei cominciano a dare belle soddisfazioni con i numerosi certificati di fine ciclo primario, alcuni avranno sicuramente il coraggio di iscriversi alle superiori e noi li sosterremo.



Dopo il passaggio in tutte le comunità locali per la celebrazione dei battesimi (quasi mille quest’anno) è tempo di dedicarsi alla formazione biblica dei catechisti. 


 


I villaggi sonnolenti e semideserti sono svuotati delle normali attività poichè la quasi totalità degli abitanti, famiglie intere, sono impegnati nella semina del riso.



Molti costruiscono nelle adiacienze delle loro coltivazioni delle cappannucce, riparo di giorno e di notte poichè i campi distano talvolta anche 5, 10,15  chilometri dal villaggio ed è impossibile fare il va e vieni ogni giorno. 



In queste casupole tutta la famiglia si sposta e se la fortuna sorride nella coincidenza dei giorni, si partoriscono i nuovi nati, ma si fa anche il lutto.
Alla missione, al contrario, il solito “fermento” rimane. 


E’ tempo di saluti per alcuni confratelli che terminano la loro esperienza nella nostra comunità e si preparano a continuare gli studi di teologia in Camerun o ad assumere nuovi incarichi in altre missioni. 



La famiglia religiosa dei Sacerdoti de Sacro Cuore – dehoniani in R.D.Congo è una famiglia dall’età media molto giovane, e in costante crescita numerica, diversi giovani “aspirano” essere un giorno sacerdoti.


Stiamo lavorando duramente per poter aprire il più presto possibile la nuova missione di Gbunzunzu ed aspettiamo rinforzi per il mese di settembre: un giovane sacerdote, un diacono, un fratello in esperienza pastorale per un anno intero. 


Cerchiamo inoltre di iniziare una nuova esperienza pastorale in una diocesi vicina. Chiediamo al Signore di benedire queste fatiche.

Le difficoltà poste dalle strade/sentieri disastrati continuano a crearci numerosi problemi, il mese scorso il trattore con il suo carico prezioso è finito in acqua a causa del cedimento di un piccolo ponte sul ruscello Yambenda. 

I tronchi che facevano da sostegno erano oramai marciti e ci hanno tradito. Qualcosa siamo riusciti a recuperare grazie all’intervento pronto 
e generoso dei giovani del villaggio vicino, 
 ma per un buon lasso di tempo non si è potuto attraversare il ruscello che in motocicletta e con qualche qualche acrobazia. 

Solamente questa settimana dei nuovi tronchi sono stati trascinati sul posto per ripristinare la circolazione.

La nostra Land Rover, invecchiata e spesso guasta, la riserviamo per i trasporti strettamente necessari e la usiamo sovente come ambulanza per i malati gravi per raggiungere Nebobongo o Pawa due centri ospedalieri più attrezzati distanti una quarantina di chilometri. 

Qualche volta è impiegata anche come carro funebre l’unico della zona in alternativa alla motocicletta. 

In questi giorni dobbiamo lottare contro una nuova manifestazione di credulità o di ignoranza. Alcuni ciarlatani senza alcuna preparazione medico scientifica si spacciano per guaritori capaci di risolvere una volta per tutte l’infezione dell’AIDS. 

Alcuni malati conclamati ed in cura presso l’ospedale locale, attirati da questi guaritori, abbandonano le cure ufficiali, previste e generalmente efficaci per seguire nuove, sconosciute, “miracolose” terapie. 

Purtroppo dopo pochi mesi il loro stato si aggrava e li porta quasi inevitabilmente alla morte. Le medicine sole non bastano, senza un’educazione adeguata e senza un quadro generale più completo di conoscenze e di competenze. 

La povertà che spesso deborda in miseria certamente aggrava la situazione e lascia il campo aperto a speculatori e profittatori.

In tutto questo trambusto ed agitazione dei corpi cerchiamo la pace del cuore nel Dio che tutto abbraccia, tutto purifica, tutto feconda. Il volto ed il sorriso dei bimbi ne è l’immagine nello specchio.  



L'abitzione della comunità a Gbunzunzu




Trasporto sacchi cemento in motocicletta

Il ponte di Yambenda 


Il trattore della missione recuperato dalle acque del Yambenda

Altri trasporti di fortuna

Giovani mamme del taglio e cucito a fine anno scolastico