lunedì 30 novembre 2020

APRI, AGGIUNGI...


Quando all'improvviso arriva un ospite si può essere talvolta messi in ansia perchè non si è pronti a ricevere, ad accogliere, talvolta interiormente si ha paura di far brutta figura, di non essere all’altezza delle aspettative, o nella peggiore delle ipotesi, non si è pronti a condividere il poco od il tanto che si ha. 



In molte culture ed anche qui da noi, l’ospitalità è così sacra che si è pronti ad indebitarsi per ben ricevere una visita inaspettata





 


Giunti a Gbonzunzu l’abbozzo di strada che c’è termina, e se si vuol continuare il viaggio lo si pò fare solamente a piedi per inoltrarsi nelle zone miniere, attraversando in piroga la riviera Nepoko. Un qualsivoglia straniero in visita è allora desiderato perchè diventa “il nuovo” che entra nel quotidiano, lo scuote, lo modifica e lo arricchisce.  

 

Coloro che passano per Gbunzunzu e si fermano alla missione non sono affatto numerosi, anzi. 

Diventa allora un esercizio importante saper scoprire ed accogliere “il nuovo” che si avvicina ma è nascosto dentro o dietro le persone di tutti i giorni, quelle della porta accanto o piuttosto della capanna accanto. Al contrario quando qualcuno bussa ed interiormente mi suggerisco e mi ripeto “so già chi è”, “so già cosa vuole”, in quel momento mi impedisco una apertura vera della porta di casa ma anche della porta del cuore e della mente. 

Accogliere ed aggiungere un piatto a tavola diventa possibile in così tanti modi da poter stupire, e se Avvento e Natale sono preparazione all’accoglienza del Figlio di Dio questa preparazione può riempirsi dei volti e delle situazioni di tantissime persone le 
più diverse.

La malattia senza cure agli ammalati, la miseria dei poveri, l’abbandono degli anziani che mendicano un telo cerato per sfuggire alla pioggia, il bisogno di scuola ed istruzione per gli orfani ed i pigmei, il cibo per i malnutriti... Accoglienza, apertura, aggiungi un piatto.

 

Non avrei voluto iniziare quest’anno, senza preparazione alcuna, una scuola dell’infanzia, eppure più di cinquanta bimbetti sono già lì senza una struttura adeguata, senza insegnati qualificati, senza materiale didattico appropriato. Il sogno dei genitori è di poter loro offrire qualcosa di più di quanto loro stessi hanno ricevuto... Accoglienza, apertura, aggiungi un piatto.

 



Mi sembrava arrischiato, dopo solo un anno di presenza a Gbunzunzu, iniziare le attività di una piccola scuola di taglio e cucito, ma ecco che più di ottanta giovani ragazze e mamme sono lì presenti, tre giorni la settimana per cogliere una opportunità di formazione, di lavoro, di emancipazione. Molte sono giovani spose senza grande istruzione, qualcuna è ragazzina con uno o due anni più dei quindici ma con già un bimbo a carico, qualche altra è insegnante con così tanti figli da far studiare che il magro salario non basta ed occorre inventarsi qualcosa... Accoglienza, apertura, aggiungi un piatto. 

La locale scuola secondaria ha davvero pochi requisiti in ordine per essere all’altezza del compito, con le sue numerose specialità comprese “costruzioni” e “falegnameria”, eppure i giovani si iscrivono carichi del desiderio di riuscire, di imparare. 

Mi domando come sarà possibile accogliere, essere aperti, aggiungere un piatto?

 Alla missione di Gbonzunzu aumentano le visite degli ospiti che non vengono da lontano. Grazie a coloro che ci sono accanto le sfide si aggiungono, ma senza stress, senza ansia, poichè indipendentemente da quanto possiamo condividere, il poco od il tanto, l’ospite è un dono ed il dialogo con lui è ricchezza, ad immagine del dono dall’alto che riviviamo in ogni Natale.

P.S. I miei migliori auguri di Buon Anniversario per i venti anni di esistenza laboriosa ed attiva all’associazione AUPAT di Bologna (Aggiungi Un Posto A Tavola) che ha voluto fare dell’Accoglienza e dell’Aggiungere un piatto il proprio motto e stile di pensiero e d’azione. Con l’augurio aggiungo il ringraziamento per i numerosi piccoli progetti di sviluppo realizzati assieme. Buona festa e buon cammino futuro.

P.S. n° 2  Per quanto riguarda il COVID 19 allo stato attuale ne siamo esenti, nel senso che questa nazione è stata toccata solo marginalmente dalla pandemia per quanto riguarda il numero di contaminati (meno di 20.000 dall’inizio ad oggi) e di morti (meno di 1000). E’ speranza di tutti che possa continuare così. 












 

giovedì 21 maggio 2020

CONFINEMENT


2 gradi Nord dalla linea dell’equatore : in apparenza tempo di pandemia anche a Gbonzunzu. Dalla fine del mese di marzo scuole chiuse, di tutti gli ordini e gradi. Nelle chiese e altri edifici di culto vietate le celebrazioni, possibili solo a qualche “intimo”. Tutto il resto? normale! Applicazione alla congolese del confinement, parola presa dal francese che tutti possono in qualche modo ben interpretare o tradurre, ma a scanso di equivoci ecco cosa dice il dizionario: “Procedura di sicurezza che mira a proteggere le persone all’interno di spazi chiusi in modo da evitare un qualche contatto con una nube tossica o la propagazione di una malattia infettiva”.


Applicazione alla congolese, dicevamo, in quanto con estrema rapidità il confinement è stato intimato su tutto il territorio (otto volte più grande dell’Italia) senza badare a dove i casi di contagio sono realmente e geograficamente presenti, senza prevedere nessuna gradualità circa le norme di applicazione, anche se al momento la quasi totalità dei casi – 1500 circa a metà maggio – è localizzata nella sola capitale Kinshasa che è pressoché l’unico punto di ingresso per i voli aerei internazionali, dovutamente sospesi assieme a tutti quelli nazionali. La prudenza obbliga al rispetto del decreto presidenziale e dello Stato d’urgenza, ma piange il cuore constatare che è un ‘restare a casa’ fittizio poichè commerci, punti di incontro e di svago, mercati e celebrazioni familiari – vedi le cerimonie in occasione dei funerali di congiunti – continuano come d’abitudine mentre al contrario le uniche realtà veramente penalizzate sono le realtà educative della scuola e della vita di fede. Se è bene confinare la popolazione là dove il virus si manifesta è difficile comprendere il perchè del chiudere due attività così importanti lasciando a tutto il resto la libertà di continuare normalmente quindi senza un reale confinement. Pazienza. Viviamo nella speranza.

Sfollati di questi giorni all'est de Congo RDC
Speranza innanzitutto che il virus non arrivi all’interno della nostra foresta poichè le strutture sanitarie e le capacità di cura nelle zone rurali sono totalmente aleatorie. A tutt’oggi, dopo più di un mese dall’inizio dell’emergenza non un solo test è disponibile in un raggio di duecento chilometri, non un solo equipaggiamento di protezione è stato fornito al personale medico, nessun medicinale specifico è disponibile gratuitamente, quindi, speriamo bene. Le sale di rianimazione e le apparecchiature per facilitare la respirazione si contano sulle dita di una mano per un’immensità di territorio e di possibili futuri pazienti.
Speriamo nell’assennatezza delle nostre autorità che spesso non danno prova di buon senso e realismo. Quelle scolastiche, per dare un esempio, hanno avuto il coraggio di annunciare la realizzazione di moduli educativi via internet. Di che prendere in giro la popolazione pensando all’infima percentuale di persone che dispongono di un computer o di un tablet e di una connessione decente. Molte decisioni e dichiarazioni sembrano semplicemente imitare le nazioni europee francofone di riferimento come il Belgio o la Francia ma che risultano inapplicabili sul nostro territorio. Un vero confinement nella megalopoli Kinshasa che si stima conti all’incirca nove milioni di abitanti, è semplicemente impossibile poichè la stragrande maggioranza della popolazione vive alla giornata portando a casa la sera il necessario di che mangiare. Restare a casa significherebbe condannare alla fame tutte queste persone e alla fine risulterebbe impossibile.

Solite code alla sorgente per rifornirsi d'acqua
Speriamo che gli aiuti internazionali che cominciano ad arrivare siano gestiti in modo trasparente e a profitto del sistema sanitario congolese e a beneficio dei malati, vincendo la triste prassi che privilegia il bene personale – leggi corruzione - a scapito del bene comune.
Speriamo in un benedetto vaccino perchè dopo ebola, con il persistere della tubercolosi e con la malaria che continua ad imperversare – per la quale un vaccino non è stato ancora trovato malgrado lungi anni di ricerca – il coronavirus sembra davvero un di più, di cui non c’era affatto bisogno. E tuttavia se pensiamo a quella malattia endemica cui siamo assolutamente abituati, la malaria possiamo argomentare che di malaria si muore; di malaria ci si ammala; dalla malaria ci si cura e si guarisce. Di malaria ci si ri-ammala di nuovo. Della malaria non c’è ancora un vaccino nonostante le numerose ricerche scientifiche e gli ingenti investimenti. In ultima analisi, con la malaria occorre conviverci al momento e da un sacco di tempo. Sarà la stessa cosa anche per il COVID19?

Speriamo infine che dopo oramai due mesi di confinement ‘apparente’ se mai dovesse arrivare veramente l’emergenza sanitaria dovuta al virus, la popolazione sia davvero capace di rispettare le norme sanitarie basilari necessarie.
Per intanto a 2 gradi nord dell’equatore stiamo bene, malgrado la sottile paura che serpeggia negli animi attendendo un peggio che presto o tardi dovrebbe arrivare. Ci preoccupiamo di quello che avviene in Europa e in molti altri paesi del mondo con il numero impressionante di contagiati e di morti. Abbiamo ‘sete’ di riprendere l’ascolto comunitario della Parola di Dio che educa, illumina e guida. Abbiamo ‘fame’ di comunicare all’Eucaristia per rinsaldare fraternità e prospettive di vita eterna. Infatti tra tutte le realtà di questo mondo solo poche tra queste riusciamo davvero a dominare e a dirigere. Siamo perciò abbastanza abituati a metterci nelle Sue mani poichè conduca Lui a buon fine tutte le cose, senza rinunciare a fare la nostra parte, ma riconoscendo il nostro limite.

mercoledì 11 marzo 2020

C'E' MODO E MODO





Mercoledì delle ceneri oggi è anche il giorno del rientro da Kisangani a Gbonzunzu, partenza nel pomeriggio con la compagnia viaggi CLASSIC che mette in strada una serie di pullmans scalcagnati. La strada in questo mese è asciutta vista la stagione, per cui spero che il viaggio fino a Nia Nia sia più o meno tranquillo. Vedremo. A Kisangani abbiamo avuto alcuni giorni di ritiro spirituale e poi la settimana dell’annuale Assemblea Provinciale. Buoni momenti di spiritualità e di fraternità. Mentre aspetto che si avvicini il momento di andare lì dove il pullman partirà ripercorro i vari post scritti fin qui sul blog e trovo un abbozzo di racconto che probabilmente ho dimenticato di pubblicare. Ecco allora il momento buono per farlo anche se data di qualche tempo quando ero a Babonde. 

L’immaginaria carta geografica della parrocchia di Babonde e dei suoi 43 villaggi è puntellata dalla presenza di più di 170 CEVB, ossia dalle piccole Comunità Ecclesiali Viventi di Base, che raggruppano un insieme di famiglie (od un quartiere nei due centri di Babonde e Gbunzunzu) e sono organizzate in modo da sostenere le attività della comunità cristiana. Ogni CEVB ha un responsabile ed un gruppo di animazione per la preghiera, la lettura e la condivisione della Parola di Dio, per il sostegno ai poveri, per qualche attività di miglioramento delle condizioni di vita locali... Molte di queste CEVB sono talvolta presenti solo sulla carta, soprattutto a causa dei relativi responsabili, che lo sono solo di nome e per questo l’animazione langue e le attività scarseggiano. Abbiamo allora pensato ad un “anno speciale” delle CEVB per rivitalizzarle nella loro struttura e nelle loro attività: la costruzione di una piccola barza (tettoia o sala di ritrovo), la scelta di animatori più dinamici e l’attenzione alla loro formazione, la dotazione di strumenti necessari come la Bibbia e di una metodologia appropriata per condurre gli incontri.

Accade qualche tempo fa che una malata grave è trasportata in motocicletta da Gbunzunzu a Nebobongo (75 chilometri passando per Babonde), dove un ospedale ben gestito ed un pò attrezzato lascia sperare in cure più appropriate, anche se spesso è all’ultimo momento che la famiglia del malato prende la decisione di indirizzarsi alla struttura medica con grande ritardo, e con un pronosticato esito nefasto!

Il viaggio della nostra ammalata è in motocicletta. I passeggeri sono tre, come d’abitudine: colui che guida, la malata nel mezzo, sostenuta dal terzo passeggero che sta dietro: per fortuna la sella delle moto di fabbricazione cinese è robusta e sufficientemente lunga. All’altezza di Babonde la moto ha una foratura del pneumatico e una sosta diventa obbligatoria. Mentre si cercano attrezzi e colla, la malata è fatta stendere sotto un albero ed l’animatore responsabile della CEVB che fortuitamente è lì accanto – lo chiamiamo anche  mwalimo che significa “insegnante”, poichè insegna ai ragazzi le prime preghiere ed i primi elementi di catechesi - le porta dell’acqua da bere. Vedendo lì vicino la barza della CEVB, la malata domanda di esservi trasportata all’interno, che gli si tolgano le scarpe, la giacchetta del viaggio e che si preghi per lei. Il mwalimo fa come desidera la malata, le toglie le scarpe, la giacchetta, prega per lei ed infine chiede: cos’è che non va? La malata allora esprime il desiderio che si preghi di nuovo per lei ed in modo particolare per l’assoluzione dei peccati che ha commesso su questa terra e che il buon Dio la possa accogliere nella sua misericordia. Il mwalimo allora prega così come la donna gli chiede, per lei e su di lei, per il perdono dei peccati e di quelli di tutti gli uomini, malvagi e non. Terminata la preghiera la malata rende l’ultimo suo respiro.

Davvero c’è modo e modo per lasciare questo mondo. Se per tutti è necessario quest’ultimo passo, è bello che sia fatto in pace, senza rabbia nè rancore e possibilmente senza rimpianti. La barza della  CEVB ed il mwalimo lì presente, sono stati i segni visibili per orientare le ultime energie e gli ultimi pensieri alla fede; Sono stati anche lo strumento di una riconciliazione dello spirito e dell’anima: coscienza della propria piccolezza e della grandezza e forza della bontà di Dio. Sì, la CEVB ed il mwalimo hanno fatto bene il loro lavoro.


Dall’altra parte della strada invece si accende l’increscioso litigio causato morte della donna, tra i due giovani uomini che l’accompagnavano, l’uno della famiglia di lei, l’altro della famiglia del marito di lei. Il litigio verte sul “dove” portare la salma della defunta affinché sia sepolta, se nel villaggio del marito (nel frattempo assente per lavoro) o nel villaggio della famiglia d’origine della donna. Preoccupati degli attrezzi, della colla e della pompa per riparare il pneumatico forato, i due giovani uomini non hanno potuto “vedere come moriva” colei che avrebbero voluto salvare con una intempestiva corsa all’ospedale. 

Mentre i due chiamavano i presenti come testimoni e giudici delle loro opposte ragioni e diritti sulla salma della defunta, i due non hanno saputo fare silenzio e gustare il racconto che il mwalimo poteva loro fare. Affaccendati nel necessario lavoro per sostenere e far viaggiare il corpo oramai senza vita della defunta, hanno ripreso la strada del ritorno ed hanno perso “la parte migliore”. Davvero c’è modo e modo per morire, così come c’è modo e modo a coloro che restano per accompagnare la morte di chi ci lascia.




lunedì 17 febbraio 2020

Italia-Africa (marzo 2019)



Un amico, con il quale ci conosciamo solo da lontano, via mail, mi chiede il perchè di una scelta missionaria. Semplicemente qualche riflessione.
Sono missionario dal 2006, in Africa, repubblica Democratica del Congo a Babonde, dopo aver svolto ministero nella mia città d’origine, Padova, in mezzo ai giovani, in parrocchia prima e poi nell’animazione del volontariato, della giustizia e pace e della missione. La cosidetta scristianizzazione o secolarizzazione o ateismo era già cosa evidente e “crescente” nelle nuove generazioni così come il fenomeno dell’abbandono della pratica religiosa da parte delle nostre generazioni o di quelle che ci hanno preceduto. 

Tuttavia non ho mai sperimentato scoraggiamento o delusione. L’attività con i ragazzi e con i giovani mi ha sempre permesso di spendermi con entusiasmo, di cercare di vivere i valori della vita cristiana e soprattutto di vivere la mia adesione a Cristo, alla sua persona, al suo messaggio e alla sua missione. Questo mi ha permesso anche (non la mia azione, ma la veridicità delle parole di Cristo e l’azione del suo Spirito) di incontrare e conoscere tantissime persone che erano ugualmente “dietro il maestro” e pronte ad agire, mi ha permesso di incontrare tante realtà che vivono il Vangelo non per semplice tradizione ma con convinzione rinnovata e attualizzata all’oggi.  Mi ha permesso anche di incontrare altri che pur dubbiosi o fragili nella fede cristiana ne hanno sentito tuttavia l’attrazione e la bellezza.

In questo contesto la scelta missionaria per l’Africa è stata la fedeltà ad un sogno di bimbo dove ho coltivato il progetto di poter fare del bene a chi ne aveva bisogno, ed è stata allo stesso tempo la possibilità di fare un passo ulteriore nella scelta della vita religiosa. Infatti nella vita religiosa assume un particolare significato il “lasciare tutto” per non appoggiarsi su se stessi e su ciò che si fa e si sa fare, ma su ciò che Cristo può fare attraverso di te. L’approdare a Babonde è stata anche la necessità di reimparare a parlare in un’altra lingua, anzi due, francese e kiswahili, la lontananza da famiglia ed amici in un luogo dove inizialmente non c’era né telefono né internet né servizio postale, differenza di cultura e di cibo, gli attacchi della malaria. In qualche modo è stato l’inizio di una nuova avventura nella fede dove era necessario “osare”. 
Nello stesso tempo ho potuto sperimentare da subito la verità delle parole di Gesù Cristo a Pietro quando lo rassicura con la promessa che colui che avrà lasciato tutto riceverà il centuplo in cambio.

E’ faticosa l’esperienza della missione in Africa ma riempita di tante gioie che vengono dall’accoglienza sincera da parte di un numero sempre crescente di persone del Vangelo annunziato e testimoniato. Una gioia che viene dalla collaborazione generosa di tanti catechisti che sono i responsabili di decine e decine di comunità cristiane sparse su un territorio vastissimo e che collaborano al lavoro della catechesi, allo svolgimento delle liturgie domenicali, alla crescita delle comunità. In questo sperimentiamo che dappertutto, in Italia come in Africa, “la messe è molta e gli operai sono poco numerosi”. 

Una gioia che viene dalla possibilità di fare un sacco di bene con il poco di conoscenze che si hanno e con il  poco di risorse che si hanno e che vengono dalla generosità di  tanti amici, familiari e associazioni che sono in Italia: il Centro nutrizionale per i bambini malnutriti, la scolarizzazione dei bambini pigmei, l’assistenza ai poveri, ai malati, agli orfani, l’aiuto in materiale all’ospedale locale, la costruzione di scuole, il sostegno scolastico,  la preparazione di nuovi insegnanti e professori con gli studi universitari, la promozione dell’agricultura, la falegnameria, la scuola per miratiri... e tante, tante altre piccole gocce da aggiungere al mare di bene che in modo silenzioso e nascosto continua ad essere fatto dappertutto nel mondo.  

Perchè non spendersi in Italia, perchè non immaginare una missione in Italia dove “ce n’è tanto bisogno”? E’ questione di vocazione da parte di Dio e di circostanze della vita che realizzano la vocazione o chiamata. L’amore di Dio non ha confini; il nostro amore, allo stesso modo, non deve avere confini. La nostra Chiesa è cattolica, quindi universale e non ha confini;  se apparteniamo alla Chiesa cattolica la nostra azione, allo stesso modo, non deve avere confini. 

L’amore di Dio è infinito, il nostro invece è limitato: non possiamo amare con la stessa intensità due spose, non possiamo amare con le stesse azioni in due luoghi differenti nello stesso momento. Eppure l’essere situati in un luogo ed in un tempo specifico fa sì che siamo complementari e solidali gli uni agli altri arricchendoci reciprocamente piuttosto che separati ed impoveriti gli uni dagli altri. La fede di chi sta in Italia arricchisce la mia e quella di chi è con me oggi...  e viceversa; la carità di chi sta in Italia aiuta me e chi è vicino a me oggi... e viceversa. Se il “flusso” fosse di sola andata non sarebbe un camminare nella fede. Anche il fiume facendo scorrere le sue acque non si esaurisce, ed andando al mare non lo riempie: c’è sempre un ritorno ed una osmosi. Ed alla fine dei conti è Dio che opera e non noi, magari “attraverso noi”, ma non “noi”. Ecco allora la meraviglia che l’Italia, ed il nord Italia, terra di innumerevoli missionari, diventa oggi terra che ha bisogno di sacerdoti provenienti dall’Africa.

L’apostolo Paolo in una delle sue lettere diceva che l’aiuto di una chiesa all’altra non è questione di impoverire l’una per arricchire l’altra, ma di fare equilibrio e di manifestare il reciproco “prendersi cura”.  
Per quel che riguarda le vocazioni al sacerdozio, con sofferenza da anni constatiamo in Europa il vuoto dei seminari, compreso il nostro dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, mentre qui in Congo abbiamo un numero così elevato di vocazioni e ci piange il cuore non poterle tutte accogliere. Al contrario soffriamo la mancanza di mezzi economici sufficienti per prepararle adeguatamente con gli studi necessari, ance se sappiamo che non sono gli studi che fanno il buon discepolo.
Le comunità cristiane di antica data necessitano della freschezza e dell’entusiasmo dei nuovi popoli che si affacciano alla fede e c he sono più capaci di cogliere la novità dirompente del Vangelo che non permette di sedersi soddisfatti per ciò che si è già e che si rischia invece di perdere; le nuove comunità cristiane necessitano della saggezza e del sostegno di quelle di lunga data per far tesoro dell’eperienza che permette loro di evitare di camminare invano o di cadere negli errori già vissuti.  
Non rimpiango la scelta missionaria, sono contento di esser qui in Africa. Non ho “tagliato” con l’Italia, so di avere con me la mia famiglia, i confratelli della congregazione,  molti amici ed amiche, associazioni, gruppi... molti fratelli nella fede. So che la missione rimane una “sfida” sotto molti aspetti, e questa sfida va affrontata. Attendo con gioiosa fiducia e con cuore giovane il domani.


giovedì 2 gennaio 2020

Veleni e Walozi


Una sola cosa che ho rimpianto e che mi ha deluso lasciando Babonde è il dossier empoisonnement - avvelenamento. Una vicenda strana, per alcuni angosciante, incredibile e vera.
Tornavo in moto da un vilaggio in un tardo pomeriggio e noto lungo il sentiero un grande assembramento di persone davanti l’abitazione del chef de groupement di Babonde-centro. Non mi fermo, ma sono in seguito informato che si trattava di una seduta pubblica in cui un gruppo di nande si difendeva dall’accusa di aver avvelentato una serie di persone.
I nande sono gli appartenenti della omonima tribù originaria della citta di Butembo, noti in tutto l’Est della Repubblica democratica del Congo e non solo, a causa della loro grande imprenditorialità e capacità nel commercio. Sono infatti sparsi un pò ovunque concorrenziando con gli abitanti del luogo dove s’installano nell’apertura di piccoli e medi negozi e magazzini, fin nei più interni villaggi di foresta. Molto coesi e solidali tra membri della stessa famiglia e dello stesso clan si aiutano reciprocamente, si finanziano, tengono regolari riunioni di clan e di lavoro. 

La loro riuscita negli affari e la loro coesione ha però il risvolto negativo di suscitare l’invidia di coloro che nel commercio non riescono e di coloro che lavorano in ordine sparso. Gli autoctoni, i locali, spesso maturano questo tipo di sentimenti che a Babonde è espolso in una specie di ingiustificata caccia all’uomo. 
Tra le altre atività alcuni nande hanno aperto a Babonde delle farmacie e dei dispensari privati, ossia degli ambulatori o piccoli “Poste de santé” che in qualche modo incrementano la vendita delle medicine. Il mondo della sanità, non regolamentato efficacemente dallo Stato è trasformato in un mondo concorrenziale di commercio e di affari. I nande curano in questi dispensari anche dei casi di avvelenamento, e non sono pochi coloro che si “sentono” avvelenati: disguidi falmiliari, disavventure negli affari, malattie di differenti tipi che non riescono ad essere individuate e curate attraverso la via normale sono spesso classificate come “avvelenamento”. 
Da notare che non ci sono laboratori o test che possano stabilire scientificamente se c’è dell’avvelenamento o no.  Ed ecco probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il sospetto che i nande prima spargono un veleno - non si sa bene come, un veleno commerciale – e poi si propongono loro stessi per curarlo, naturalmente in cambio di costosi medicinali e pesanti fatture. Il sospetto diventa psicosi ed un numero sempre più elevato di persone si autoproclama avvelenato dichiarandone tutti i sintomi.
Iin seguito la psicosi si trasforma in accusa aperta, ma le parole di difesa non sono ascoltate ed un regolare processo non può avere luogo; l’inchiesta alla ricerca del veleno di cui è questione sbocca infine sul supposto ritrovamento della prova: tre bottigliette con all’interno dei liquidi di colore differente, probabilmente del semplice olio vegetale di colore giallastro, olio di palma di colore rosso, e olio bruciato che viene dal suo utilizzo nei motori, di colore nero. 
Come dicevamo non ci sono laboratori per testare i liquidi e pertanto la prova diventa non verificabile ma incontestabile. La caccia all’uomo comincia. Alcuni commerci dei nande sono saccheggiati, alcun di essi sono costretti a fuggire nei villaggi vicini e ad abbandonare le attività. 
Nessun consiglio è stato efficace in faccia alla paura divenuta viscerale, dell’ essere di fronte ad un progetto generale di avvelemento della popolazione locale. Fino ad oggi alcuni continuano a dichararsi vittima di avvelenamento, altri mossi da interessi non confessabili (economici, politici, familiari o di prestigio) continuano a fomentare sospetti ed accuse. Fino ad oggi alcuni di coloro che si sono messi in salvo da un probabile linciaggio non hanno avuto modi di fare rientro e certamente non lo faranno neanche in futuro. 

Il dossier empoisonnement è stao ad un passo dall’odio razziale di cuai anche quache nostro confratello nande nella comunità religiosa di Babonde ha rischiato di esserne vittima.
E’ triste la constatazione di come spesso gli spiriti possano essere condotti - nel male e nell’irrazionale – e come la paura possa influenzare in modo così pesante una popolazione che rimane sostanzialmente tranquilla, pacifica ed accogliente. 
Ho lasciato Babonde quando gli avvenimenti erano in corso ed in ogni caso non sono sicuro che le persone coinvolte, i presunti avvelenati, avrebbero potuto accogliere un’altra verità diversa da quella che sommariamente era stata decisa altrove. Sicuramente alle prime vittime si sono aggiunti i nande, a loro turno diventate vittime. Tutto questo lascia un pò di amaro in bocca e il grigio ricordo di brutti avvenimenti nella sempre bella Babonde.

Un solo mese dopo l’inaugurazione di Gbonzunzu all’occasione della festa del primo dicembre, il ricordo di una suora uccisa dai simba durante la ribellione del ’64, i giovani organizzano qualche manifestazione serale con la proiezione di un film. Siamo sorpresi dall’arrivo in massa di tutta una serie di persone che non ha niente a vedere con l’Eucaristia appena celebrata, con i gruppi di giovani che sono arrivati da tutte i villaggi vicini, e con il film che sarà proiettato. 


Eccitati sono accorsi alla notizia che verrà proiettato uno spezzone di video dove si vedrà padre Renzo trasportato per ben tre volte dai walozi fin dall’altra parte della riviera Nepoko, che dista all’incirca quattro chilometri dalla chiesa. Si vedrà inoltre come gli stessi walozi trasportano l’altare della chiesa dall’altra parte della collina Songa, la collina che sta diritta in faccia alla parrocchia. 
Mlozi al singolare e Walozi al plurale, è il nome dato a coloro che sono accusati o si attribuiscono essere autori di fatti di stregoneria, capaci di guarire alcune malattie ma anche di trasmettere il malocchio, di richiamare la maledizione su qualcuno ma anche di attirare la ricchezza e la fortuna.
La notizia si era rapidamente sparsa al centro di Gbonzunzu ma circolava da alcuni giorni fin nei contri più lontani di Bolebole e Ibambi. Agli scouts che venivano a Gbonzunzu per la festa era stato chiesto se venivano appunto per assicurare la protezione fisica del padre Renzo.


Superfluo dire che le informazioni erano assolutamente false, che non c’era nessun video in questione da vedere, che il padre non aveva subito nessun trasporto straordinario del proprio corpo e che l’altare della chiesa era immutabilmente rimato al suo posto. Tattavia siamo stati costretti all’annulamento della proiezione del film anche per impedire a qualche ubriaco associatosi ai curiosi di creare spiacevoli “effetti collaterali”.
Le conseguenze della storia raccontata continuano in ogni caso a manifestarsi, malgrado le vive smentite. Alla domanda che spesso mi sento rivolgere con una qualche insistenza “Habari ya Gbonzunzu?” “Che notizie ci sono da Gbonzunzu” si cela spesso il desiderio di conoscere in prima persona la realtà dei fatti.
Che alcune persone si dichiarino walozi è purtroppo vero, potendo discutere molto sulla reale ampiezza dei loro poteri. Che moltissime persone credano e temano il potere dei walozi è altrettanto inconfutabile. E che numerose altre si affidino alle loro pratiche è purtroppo altrettanto vero. C’è ancora molto da fare sul piano della purificazione della fede dalle supersitizioni e dalle credenze tradizionali, anche sul piano della fede degli stessi cristiani di queste zone. Ugualmente c’è molto da fare sul piano della liberazione dalla paura e da certe paure ancestrali.  Noi ce la siamo cavata per il momento con un piccolo sorriso di labbra.











Gratuità alla congolese


Il mese di settembre aveva segnato l’inizio del nuovo anno scolare sotto l’egida del nuovo Presidente della Repubblica Felix Tshisekedi, con le regolari iscrizioni degli allievi ed il pagamento delle quote richieste. Elemento quest’ultimo che impedisce ad un buon 50% della popolazione in età scolare d’accedere all’istruzione elementare poichè le famiglie sono nell’impossibilità di pagare le quote mensili richieste per la piccola ricompensa da offrire ai volenterosi insegnanti. Questi ultimi, viste le magre ed intermittenti ricompense che i genitori riescono a garantire, sono spesso persone che mancano dei titoli e della formazione necessaria per insegnare e che riducono di volta in volta l’efficacia e la qualità dell’insegnamento offerto.  


Nel mese di ottobre, tra le ovazioni, il Presidente dichiara solennelmente la “gratuità” della scuola primaria e dei primi due anni della secondaria per i plessi scolari che sono sostenuti dalla Stato, all’incirca un solo piccolo 25% di tutte le scuole esistenti, a causa della mancanza di fondi statali, insufficienti a pagare i salari di tutti gli insegnanti e professori. I soldi raccolti per le iscrizioni nel mese di settembre sono allora restituiti ai genitori. 


Una “prima”, un avvenimento inedito, mai visto nella Repubblica democratica del Congo. I genitori ora si affrettano a togliere i loro bimbi dalle scuole non ufficiali dove ancora è richiesto il pagamento dell’iscrizione e le mensualità per gli insegnanti, per introdurli in quelle scuole che appartengono al ristretto 25% sostenuto dallo Stato. Numerosi di quegli altri bimbi che stagnano nei villaggi e che sono da tempo destinati all’analfabetismo vedono finalmente aprirsi una possibilità di accesso alla scuola e si riversano in massa in quegli stessi plessi scolari. Il numero degli iscritti ora deborda eccedente e gli ispettori concedono ai Direttori la facoltà di accogliere ed introdurre nella stessa classe fino ad un numero di 120 allievi quando precedentemente il regolamento prevedeva un massimo di 55 allievi.

Le classi spesso fatiscenti, prive di banchi, non riescono a contenere un numero così elevato di alunni, l’insegnante è sopraffatto dal disordine e dal vociare di una scolaresca troppo numerosa, non ha spazio per circolare all’interno della sala, la sua voce non può raggiungere efficacemente tutti. I direttori si vedono costretti a costruire in fretta e furia degli hangar di canne di bambù e frasche per riparare dal sole ardente i nuovi arrivati. Molte delle scuole dette “dei Genitori” e di tutte le altre non finanziate è costretta a chiudere per mancanza di allievi, altre arrancano con un numero insufficiente di iscritti.


Appena qualche settimana dopo l’annuncio folgorante della “benedetta” gratuità è smentito per i primi due anni della scuola secondaria, creando confusione e disordine. I soldi prima raccolti, poi restituiti devono infine rientrare nelle casse dell’amministrazione scolare per regolarizzare l’iscrizione al nuovo anno 2019/2020.
Alla scuola primaria succede che nell’impossibilità largamente prevedibile di poter insegnare qualcosa a scolaresche troppo numerose, i direttori si vedono costretti a sdoppiare o triplicare le classi assumendo dei nuovi insegnanti, che non pagati dallo Stato devono nuovamente domandare ai genitori un sostegno economico. I ragazzi che non pagheranno saranno rispediti a casa per cercare la somma richiesta, rientrando così al sistema precedente e all’abbandono scolare di numerosi allievi.

Gratuità alla congolese? 
Ipocrisia dei governanti che pretendono farsi belli di fronte alla popolazione con promesse impossibili a realizzare? 
Strategia e politica scolare per affossare le numerose scuole indipendenti? 
Leggerezza nel prendere le decisioni ed incapacità di calcolo programmatico circa le risorse necessarie da assegnare? “Siamo alle solite Calimero”.

Hangar alla Scuola "Pigmei Gbonzunzu"



Istituto secondario "Zatua"
Embrione di atelier di falegnameria all'Istituto secondario "Zatua"