lunedì 17 febbraio 2020

Italia-Africa (marzo 2019)



Un amico, con il quale ci conosciamo solo da lontano, via mail, mi chiede il perchè di una scelta missionaria. Semplicemente qualche riflessione.
Sono missionario dal 2006, in Africa, repubblica Democratica del Congo a Babonde, dopo aver svolto ministero nella mia città d’origine, Padova, in mezzo ai giovani, in parrocchia prima e poi nell’animazione del volontariato, della giustizia e pace e della missione. La cosidetta scristianizzazione o secolarizzazione o ateismo era già cosa evidente e “crescente” nelle nuove generazioni così come il fenomeno dell’abbandono della pratica religiosa da parte delle nostre generazioni o di quelle che ci hanno preceduto. 

Tuttavia non ho mai sperimentato scoraggiamento o delusione. L’attività con i ragazzi e con i giovani mi ha sempre permesso di spendermi con entusiasmo, di cercare di vivere i valori della vita cristiana e soprattutto di vivere la mia adesione a Cristo, alla sua persona, al suo messaggio e alla sua missione. Questo mi ha permesso anche (non la mia azione, ma la veridicità delle parole di Cristo e l’azione del suo Spirito) di incontrare e conoscere tantissime persone che erano ugualmente “dietro il maestro” e pronte ad agire, mi ha permesso di incontrare tante realtà che vivono il Vangelo non per semplice tradizione ma con convinzione rinnovata e attualizzata all’oggi.  Mi ha permesso anche di incontrare altri che pur dubbiosi o fragili nella fede cristiana ne hanno sentito tuttavia l’attrazione e la bellezza.

In questo contesto la scelta missionaria per l’Africa è stata la fedeltà ad un sogno di bimbo dove ho coltivato il progetto di poter fare del bene a chi ne aveva bisogno, ed è stata allo stesso tempo la possibilità di fare un passo ulteriore nella scelta della vita religiosa. Infatti nella vita religiosa assume un particolare significato il “lasciare tutto” per non appoggiarsi su se stessi e su ciò che si fa e si sa fare, ma su ciò che Cristo può fare attraverso di te. L’approdare a Babonde è stata anche la necessità di reimparare a parlare in un’altra lingua, anzi due, francese e kiswahili, la lontananza da famiglia ed amici in un luogo dove inizialmente non c’era né telefono né internet né servizio postale, differenza di cultura e di cibo, gli attacchi della malaria. In qualche modo è stato l’inizio di una nuova avventura nella fede dove era necessario “osare”. 
Nello stesso tempo ho potuto sperimentare da subito la verità delle parole di Gesù Cristo a Pietro quando lo rassicura con la promessa che colui che avrà lasciato tutto riceverà il centuplo in cambio.

E’ faticosa l’esperienza della missione in Africa ma riempita di tante gioie che vengono dall’accoglienza sincera da parte di un numero sempre crescente di persone del Vangelo annunziato e testimoniato. Una gioia che viene dalla collaborazione generosa di tanti catechisti che sono i responsabili di decine e decine di comunità cristiane sparse su un territorio vastissimo e che collaborano al lavoro della catechesi, allo svolgimento delle liturgie domenicali, alla crescita delle comunità. In questo sperimentiamo che dappertutto, in Italia come in Africa, “la messe è molta e gli operai sono poco numerosi”. 

Una gioia che viene dalla possibilità di fare un sacco di bene con il poco di conoscenze che si hanno e con il  poco di risorse che si hanno e che vengono dalla generosità di  tanti amici, familiari e associazioni che sono in Italia: il Centro nutrizionale per i bambini malnutriti, la scolarizzazione dei bambini pigmei, l’assistenza ai poveri, ai malati, agli orfani, l’aiuto in materiale all’ospedale locale, la costruzione di scuole, il sostegno scolastico,  la preparazione di nuovi insegnanti e professori con gli studi universitari, la promozione dell’agricultura, la falegnameria, la scuola per miratiri... e tante, tante altre piccole gocce da aggiungere al mare di bene che in modo silenzioso e nascosto continua ad essere fatto dappertutto nel mondo.  

Perchè non spendersi in Italia, perchè non immaginare una missione in Italia dove “ce n’è tanto bisogno”? E’ questione di vocazione da parte di Dio e di circostanze della vita che realizzano la vocazione o chiamata. L’amore di Dio non ha confini; il nostro amore, allo stesso modo, non deve avere confini. La nostra Chiesa è cattolica, quindi universale e non ha confini;  se apparteniamo alla Chiesa cattolica la nostra azione, allo stesso modo, non deve avere confini. 

L’amore di Dio è infinito, il nostro invece è limitato: non possiamo amare con la stessa intensità due spose, non possiamo amare con le stesse azioni in due luoghi differenti nello stesso momento. Eppure l’essere situati in un luogo ed in un tempo specifico fa sì che siamo complementari e solidali gli uni agli altri arricchendoci reciprocamente piuttosto che separati ed impoveriti gli uni dagli altri. La fede di chi sta in Italia arricchisce la mia e quella di chi è con me oggi...  e viceversa; la carità di chi sta in Italia aiuta me e chi è vicino a me oggi... e viceversa. Se il “flusso” fosse di sola andata non sarebbe un camminare nella fede. Anche il fiume facendo scorrere le sue acque non si esaurisce, ed andando al mare non lo riempie: c’è sempre un ritorno ed una osmosi. Ed alla fine dei conti è Dio che opera e non noi, magari “attraverso noi”, ma non “noi”. Ecco allora la meraviglia che l’Italia, ed il nord Italia, terra di innumerevoli missionari, diventa oggi terra che ha bisogno di sacerdoti provenienti dall’Africa.

L’apostolo Paolo in una delle sue lettere diceva che l’aiuto di una chiesa all’altra non è questione di impoverire l’una per arricchire l’altra, ma di fare equilibrio e di manifestare il reciproco “prendersi cura”.  
Per quel che riguarda le vocazioni al sacerdozio, con sofferenza da anni constatiamo in Europa il vuoto dei seminari, compreso il nostro dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, mentre qui in Congo abbiamo un numero così elevato di vocazioni e ci piange il cuore non poterle tutte accogliere. Al contrario soffriamo la mancanza di mezzi economici sufficienti per prepararle adeguatamente con gli studi necessari, ance se sappiamo che non sono gli studi che fanno il buon discepolo.
Le comunità cristiane di antica data necessitano della freschezza e dell’entusiasmo dei nuovi popoli che si affacciano alla fede e c he sono più capaci di cogliere la novità dirompente del Vangelo che non permette di sedersi soddisfatti per ciò che si è già e che si rischia invece di perdere; le nuove comunità cristiane necessitano della saggezza e del sostegno di quelle di lunga data per far tesoro dell’eperienza che permette loro di evitare di camminare invano o di cadere negli errori già vissuti.  
Non rimpiango la scelta missionaria, sono contento di esser qui in Africa. Non ho “tagliato” con l’Italia, so di avere con me la mia famiglia, i confratelli della congregazione,  molti amici ed amiche, associazioni, gruppi... molti fratelli nella fede. So che la missione rimane una “sfida” sotto molti aspetti, e questa sfida va affrontata. Attendo con gioiosa fiducia e con cuore giovane il domani.


giovedì 2 gennaio 2020

Veleni e Walozi


Una sola cosa che ho rimpianto e che mi ha deluso lasciando Babonde è il dossier empoisonnement - avvelenamento. Una vicenda strana, per alcuni angosciante, incredibile e vera.
Tornavo in moto da un vilaggio in un tardo pomeriggio e noto lungo il sentiero un grande assembramento di persone davanti l’abitazione del chef de groupement di Babonde-centro. Non mi fermo, ma sono in seguito informato che si trattava di una seduta pubblica in cui un gruppo di nande si difendeva dall’accusa di aver avvelentato una serie di persone.
I nande sono gli appartenenti della omonima tribù originaria della citta di Butembo, noti in tutto l’Est della Repubblica democratica del Congo e non solo, a causa della loro grande imprenditorialità e capacità nel commercio. Sono infatti sparsi un pò ovunque concorrenziando con gli abitanti del luogo dove s’installano nell’apertura di piccoli e medi negozi e magazzini, fin nei più interni villaggi di foresta. Molto coesi e solidali tra membri della stessa famiglia e dello stesso clan si aiutano reciprocamente, si finanziano, tengono regolari riunioni di clan e di lavoro. 

La loro riuscita negli affari e la loro coesione ha però il risvolto negativo di suscitare l’invidia di coloro che nel commercio non riescono e di coloro che lavorano in ordine sparso. Gli autoctoni, i locali, spesso maturano questo tipo di sentimenti che a Babonde è espolso in una specie di ingiustificata caccia all’uomo. 
Tra le altre atività alcuni nande hanno aperto a Babonde delle farmacie e dei dispensari privati, ossia degli ambulatori o piccoli “Poste de santé” che in qualche modo incrementano la vendita delle medicine. Il mondo della sanità, non regolamentato efficacemente dallo Stato è trasformato in un mondo concorrenziale di commercio e di affari. I nande curano in questi dispensari anche dei casi di avvelenamento, e non sono pochi coloro che si “sentono” avvelenati: disguidi falmiliari, disavventure negli affari, malattie di differenti tipi che non riescono ad essere individuate e curate attraverso la via normale sono spesso classificate come “avvelenamento”. 
Da notare che non ci sono laboratori o test che possano stabilire scientificamente se c’è dell’avvelenamento o no.  Ed ecco probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il sospetto che i nande prima spargono un veleno - non si sa bene come, un veleno commerciale – e poi si propongono loro stessi per curarlo, naturalmente in cambio di costosi medicinali e pesanti fatture. Il sospetto diventa psicosi ed un numero sempre più elevato di persone si autoproclama avvelenato dichiarandone tutti i sintomi.
Iin seguito la psicosi si trasforma in accusa aperta, ma le parole di difesa non sono ascoltate ed un regolare processo non può avere luogo; l’inchiesta alla ricerca del veleno di cui è questione sbocca infine sul supposto ritrovamento della prova: tre bottigliette con all’interno dei liquidi di colore differente, probabilmente del semplice olio vegetale di colore giallastro, olio di palma di colore rosso, e olio bruciato che viene dal suo utilizzo nei motori, di colore nero. 
Come dicevamo non ci sono laboratori per testare i liquidi e pertanto la prova diventa non verificabile ma incontestabile. La caccia all’uomo comincia. Alcuni commerci dei nande sono saccheggiati, alcun di essi sono costretti a fuggire nei villaggi vicini e ad abbandonare le attività. 
Nessun consiglio è stato efficace in faccia alla paura divenuta viscerale, dell’ essere di fronte ad un progetto generale di avvelemento della popolazione locale. Fino ad oggi alcuni continuano a dichararsi vittima di avvelenamento, altri mossi da interessi non confessabili (economici, politici, familiari o di prestigio) continuano a fomentare sospetti ed accuse. Fino ad oggi alcuni di coloro che si sono messi in salvo da un probabile linciaggio non hanno avuto modi di fare rientro e certamente non lo faranno neanche in futuro. 

Il dossier empoisonnement è stao ad un passo dall’odio razziale di cuai anche quache nostro confratello nande nella comunità religiosa di Babonde ha rischiato di esserne vittima.
E’ triste la constatazione di come spesso gli spiriti possano essere condotti - nel male e nell’irrazionale – e come la paura possa influenzare in modo così pesante una popolazione che rimane sostanzialmente tranquilla, pacifica ed accogliente. 
Ho lasciato Babonde quando gli avvenimenti erano in corso ed in ogni caso non sono sicuro che le persone coinvolte, i presunti avvelenati, avrebbero potuto accogliere un’altra verità diversa da quella che sommariamente era stata decisa altrove. Sicuramente alle prime vittime si sono aggiunti i nande, a loro turno diventate vittime. Tutto questo lascia un pò di amaro in bocca e il grigio ricordo di brutti avvenimenti nella sempre bella Babonde.

Un solo mese dopo l’inaugurazione di Gbonzunzu all’occasione della festa del primo dicembre, il ricordo di una suora uccisa dai simba durante la ribellione del ’64, i giovani organizzano qualche manifestazione serale con la proiezione di un film. Siamo sorpresi dall’arrivo in massa di tutta una serie di persone che non ha niente a vedere con l’Eucaristia appena celebrata, con i gruppi di giovani che sono arrivati da tutte i villaggi vicini, e con il film che sarà proiettato. 


Eccitati sono accorsi alla notizia che verrà proiettato uno spezzone di video dove si vedrà padre Renzo trasportato per ben tre volte dai walozi fin dall’altra parte della riviera Nepoko, che dista all’incirca quattro chilometri dalla chiesa. Si vedrà inoltre come gli stessi walozi trasportano l’altare della chiesa dall’altra parte della collina Songa, la collina che sta diritta in faccia alla parrocchia. 
Mlozi al singolare e Walozi al plurale, è il nome dato a coloro che sono accusati o si attribuiscono essere autori di fatti di stregoneria, capaci di guarire alcune malattie ma anche di trasmettere il malocchio, di richiamare la maledizione su qualcuno ma anche di attirare la ricchezza e la fortuna.
La notizia si era rapidamente sparsa al centro di Gbonzunzu ma circolava da alcuni giorni fin nei contri più lontani di Bolebole e Ibambi. Agli scouts che venivano a Gbonzunzu per la festa era stato chiesto se venivano appunto per assicurare la protezione fisica del padre Renzo.


Superfluo dire che le informazioni erano assolutamente false, che non c’era nessun video in questione da vedere, che il padre non aveva subito nessun trasporto straordinario del proprio corpo e che l’altare della chiesa era immutabilmente rimato al suo posto. Tattavia siamo stati costretti all’annulamento della proiezione del film anche per impedire a qualche ubriaco associatosi ai curiosi di creare spiacevoli “effetti collaterali”.
Le conseguenze della storia raccontata continuano in ogni caso a manifestarsi, malgrado le vive smentite. Alla domanda che spesso mi sento rivolgere con una qualche insistenza “Habari ya Gbonzunzu?” “Che notizie ci sono da Gbonzunzu” si cela spesso il desiderio di conoscere in prima persona la realtà dei fatti.
Che alcune persone si dichiarino walozi è purtroppo vero, potendo discutere molto sulla reale ampiezza dei loro poteri. Che moltissime persone credano e temano il potere dei walozi è altrettanto inconfutabile. E che numerose altre si affidino alle loro pratiche è purtroppo altrettanto vero. C’è ancora molto da fare sul piano della purificazione della fede dalle supersitizioni e dalle credenze tradizionali, anche sul piano della fede degli stessi cristiani di queste zone. Ugualmente c’è molto da fare sul piano della liberazione dalla paura e da certe paure ancestrali.  Noi ce la siamo cavata per il momento con un piccolo sorriso di labbra.











Gratuità alla congolese


Il mese di settembre aveva segnato l’inizio del nuovo anno scolare sotto l’egida del nuovo Presidente della Repubblica Felix Tshisekedi, con le regolari iscrizioni degli allievi ed il pagamento delle quote richieste. Elemento quest’ultimo che impedisce ad un buon 50% della popolazione in età scolare d’accedere all’istruzione elementare poichè le famiglie sono nell’impossibilità di pagare le quote mensili richieste per la piccola ricompensa da offrire ai volenterosi insegnanti. Questi ultimi, viste le magre ed intermittenti ricompense che i genitori riescono a garantire, sono spesso persone che mancano dei titoli e della formazione necessaria per insegnare e che riducono di volta in volta l’efficacia e la qualità dell’insegnamento offerto.  


Nel mese di ottobre, tra le ovazioni, il Presidente dichiara solennelmente la “gratuità” della scuola primaria e dei primi due anni della secondaria per i plessi scolari che sono sostenuti dalla Stato, all’incirca un solo piccolo 25% di tutte le scuole esistenti, a causa della mancanza di fondi statali, insufficienti a pagare i salari di tutti gli insegnanti e professori. I soldi raccolti per le iscrizioni nel mese di settembre sono allora restituiti ai genitori. 


Una “prima”, un avvenimento inedito, mai visto nella Repubblica democratica del Congo. I genitori ora si affrettano a togliere i loro bimbi dalle scuole non ufficiali dove ancora è richiesto il pagamento dell’iscrizione e le mensualità per gli insegnanti, per introdurli in quelle scuole che appartengono al ristretto 25% sostenuto dallo Stato. Numerosi di quegli altri bimbi che stagnano nei villaggi e che sono da tempo destinati all’analfabetismo vedono finalmente aprirsi una possibilità di accesso alla scuola e si riversano in massa in quegli stessi plessi scolari. Il numero degli iscritti ora deborda eccedente e gli ispettori concedono ai Direttori la facoltà di accogliere ed introdurre nella stessa classe fino ad un numero di 120 allievi quando precedentemente il regolamento prevedeva un massimo di 55 allievi.

Le classi spesso fatiscenti, prive di banchi, non riescono a contenere un numero così elevato di alunni, l’insegnante è sopraffatto dal disordine e dal vociare di una scolaresca troppo numerosa, non ha spazio per circolare all’interno della sala, la sua voce non può raggiungere efficacemente tutti. I direttori si vedono costretti a costruire in fretta e furia degli hangar di canne di bambù e frasche per riparare dal sole ardente i nuovi arrivati. Molte delle scuole dette “dei Genitori” e di tutte le altre non finanziate è costretta a chiudere per mancanza di allievi, altre arrancano con un numero insufficiente di iscritti.


Appena qualche settimana dopo l’annuncio folgorante della “benedetta” gratuità è smentito per i primi due anni della scuola secondaria, creando confusione e disordine. I soldi prima raccolti, poi restituiti devono infine rientrare nelle casse dell’amministrazione scolare per regolarizzare l’iscrizione al nuovo anno 2019/2020.
Alla scuola primaria succede che nell’impossibilità largamente prevedibile di poter insegnare qualcosa a scolaresche troppo numerose, i direttori si vedono costretti a sdoppiare o triplicare le classi assumendo dei nuovi insegnanti, che non pagati dallo Stato devono nuovamente domandare ai genitori un sostegno economico. I ragazzi che non pagheranno saranno rispediti a casa per cercare la somma richiesta, rientrando così al sistema precedente e all’abbandono scolare di numerosi allievi.

Gratuità alla congolese? 
Ipocrisia dei governanti che pretendono farsi belli di fronte alla popolazione con promesse impossibili a realizzare? 
Strategia e politica scolare per affossare le numerose scuole indipendenti? 
Leggerezza nel prendere le decisioni ed incapacità di calcolo programmatico circa le risorse necessarie da assegnare? “Siamo alle solite Calimero”.

Hangar alla Scuola "Pigmei Gbonzunzu"



Istituto secondario "Zatua"
Embrione di atelier di falegnameria all'Istituto secondario "Zatua"

Ricominciamo da Gbonzunzu e dal Natale 2019



29 dicembre, festa liturgica della Santa famiglia di Betlemme, d’Egitto e di Nazareth. Quando si dice che l’uomo è “pellegrino su questa terra”, certamente è stato vero per la famiglia umana di Gesù (Betlemme, Egitto, Nazareth) ma lo è anche per il più sedentario e stabile degli umani, non fosse altro per il fatto che i suoi anni sono sempre pochi, passano in fretta e si lascia il posto ad altri. 

Mi affascina il viaggio, posso conoscere il punto di partenza e quello di arrivo ma non posso conoscere tutti i dettagli del percorso, gli incontri che si faranno, le scoperte, gli azzardi, le provocazioni, il bene da ricevere, le accellerazioni e i ritardi. In questo viaggio siamo alla fine di un anno. Guardo indietro e vedo il già accaduto. Guardo avanti ed immagino.


Gbunzunzu, la nuova missione, la nuova parrocchia, la nuova comunità hanno preso forma e si sono messe in moto. E’ come una locomotiva che faticosamente vince l’inerzia con tutto il suo bagaglio di vagoni, di persone, di esperienze, di storia, ma che una volta in movimento sembra andare da sè, senza troppo sforzo: forza della chiesa, forza della struttura e della sua organizzazione all’interno della quale si muove lo Spirito, che tuttavia non può essere contenuto in questa struttura e che sempre la sorpassa per renderla nuova. 




Era l’anno 2005 l’inizio del progetto Gbunzunzu. Era il 27 ottobre 2019 – solo un paio di mesi fa – la data dell’inaugurazione: non male i quattordici anni come tempo di riscaldamento e di preparazione. Solenne celebrazione: vescovo e confratelli sacerdoti, autorità amministrative e politiche, locali e nazionali, amici, fedeli e curiosi. 



L’essenziale era oramai pronto: la chiesa, le sale per gli incontri, la casa per la comunità, gli spazi per le future attività; le persone erano pronte: i confratelli della nostra congregazione per la nuova presenza dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù nella Repubblica Democratica del Congo, i catechisti erano pronti, negli undici villaggi che dipendono da Gbonzunzu assieme ai necessari “consigli” – pastorale, economico, pedagogico, di Caritas e di Giustizia e Pace... - per coordinare le attività ecclesiali e di evangelizzazione che vogliono essere attività condivise e d’insieme, non calate dall’alto, anche se non si può fare a meno di confidare in ciò che viene dall’alto. 

Lascio la mia prima comunità per ricominciare dalla missione di Gbonzunzu, le sfide saranno molte, la presenza di numerose sette religiose, la mentalità tutta particolare di chi vive in zona miniere, la presenza di una popolazione eterogenea proveniente dalle differenti zone geografiche adiacenti...  tra le altre sfide la lingua lingala, che non conosco affatto e che pian piano proverò a fare mia.

Qualche giorno dopo l’inaugurazione abbiamo avuto la fortuna e la gioia di ospitare la nostra “mamma Morena” che con quest’anno ha totalizzato il suo quinto viaggio a Babonde/Gbonzunzu. Infaticabile e tenace, appassionata dei bimbi e tra di essi dei più deboli, è oramai diventata una di noi, conosciuta da quasi tutti per il suo sorriso contagioso e i suoi fragorosi “ciao, ciao” per la simpatia e l’immediatezza delle relazioni che riesce ad instaurare con le persone dei nostri villaggi. E’ grazie a lei e al lavoro di animazione che compie in Italia, di sensibilizzazione e raccolta di aiuti che possiamo prestare man forte ai numerosi bimbi malnutriti che purtroppo soffrono la mancanza di cibo adeguato e di medicine a causa della povertà economica e culturale della nostra zona, e della nostra popolazione.

Il Centro nutizionale che abbiamo chiamato “Talita Kum – bambino alzati” funziona da diversi anni a Babonde ed ora abbiamo azzardato inaugurarne un secondo a Gbonzunzu, all’interno di strutture semplici ma efficaci, in attesa di poter offrire un contesto migliore per le cure necessarie che ogni bimbo merita. 

Fin dalla sua apertura anche a Gbonzunzu abbiamo avuto una quarantina di mamme alla ricerca di un sostegno indispensabile per far uscire i loro bimbi da situazioni di sofferenza che talvolta durano mesi e mesi. 

Un mese dopo l’apertura la frequanza media si attesta sulle venticinque presenze giornaliere.   

Siamo stati fortunati nel reperire senza ritardo due persone qualificate in studi infermieristici e già sperimentate nel lavoro pratico in modo da costituire l’equipe medica necessaria. Se a Babonde il centro rimane aperto per cinque giorni alla settimana qui a Gbonzunzu riusciamo per il momento a tenerlo aperto per soli tre giorni la settimana, ma anche così abbiamo già potuto curare e dimettere oramai guariti una ventina di bimbi. 
Questo centro è senz’altro una benedizione per il circondario.


Le strutture sanitarie pubbliche organizzate dallo Stato e i servizi sanitari sono infatti ridotti ai minimi termini in fatto di personale, di attrezzature, di edifici. 


Se l’infermiere responsabile è malato o viaggia, il dispensario rimane sguarnito ed i degenti restano senza consultazione e assistenza necessaria. Il laboratorio analisi è ridotto ad un microscopio e a qualche reagente. Le medicine ciascuno se le compera secondo la capacità delle proprie tasche nelle numerose farmacie adiacenti. 





Le uniche cure gratuite sono offerte per la tubercolosi molto diffusa, per qualche caso ancora presente di lebbra e per il flagello che è l’AIDS, anche se per quest’ultimo si può beneficiare di analisi e cure solamente all’ospedale di Babonde (33 chilometri) o Pawa (50 chilometri). A seconda delle disponibilità di farmaci offerti dal ministero della sanità anche la prima cura della malaria può talvolta essere gratuita. Gli edifici sono costruiti dalla popolazione, grazie all’inziativa di qualche leader locale e al partenariato con qualche organismo internazionale che sostiene le strutture sanitarie con materiale (materassi, installazione a pannelli solari per conservare i vaccini...) e con dei corsi di formazione e aggiornamento per gli operatori. 
Ricominciando da Gbonzunzu collaboreremo con questo nostro piccolo Centre de Santé.

Siamo già a Natale, siamo già alla fine dell’anno 2019 ed il dispensario con annessa maternità è giusto in faccia alla nostra Chiesa, ad una trentina di metri. Quando il 25 dicembre abbiamo ricordato la nascita di Gesù, dall’altra parte della strada potevamo quasi sentire le sottili, acute grida dei bimbi appena nati. Al presepio costruito dai ragazzi nel giorno della vigilia si è quindi associato il presepio vivente delle giovani mamme e dei loro bebè ospitate in condizioni essenziali nella sala comune della maternità.



L’anziano signore che ogni anno modella le statuine da collocare nel presepio anche quest’anno è arrivato puntuale alla vigilia del 25 con, nel suo paniere, “Maria, Giuseppe, il bimbo Gesù, l’asino, il bue ed i pastori”. Con grande sorpresa ha confezionato anche una tartaruga, una tartaruga gigante da gareggiare con l’asino ed il bue per la sua taglia! Non ho avuto la presenza di spirito di chiedergli il perchè di questa aggiunta pensando semplicemente all’espressione, fuori proporzione, di una creatività spontanea.


Poi però ho voluto interpretare personalmente questa eccentrica presenza pensando come tutte le genti sono chiamate ad accorrere per vedere e meravigliarsi della presenza del figlio di Dio fatto uomo. Tutti sono chiamati a glorificare il Padre celeste e a ricevere e costruire la Pace in terra arrivando davanti alla grotta, ciascuno con il proprio passo e la propria velocità. Ecco che anche la lenta tartaruga vi è giunta e quest’anno ha trovato un posto in prima fila. Ho pensato così al percorso di fede di ciascuno, a volte accellerato altre volte dal ritmo lento ed inconstante. Anche per me ricominciare dalla missione di Gbonzunzu significa un nuovo percorso da affrontare, che inizia ugualmente nella dimensione di fede, continuando quel viaggio antico mai terminato.
Alla Santa messa della notte e del 25, al momento della benedizione finale abbiamo chiamato davanti all’altare, vicino al presepio, le mamme con i loro bambini piccoli che portavano in braccio, quindi possiamo supporre dai zero ai quindici mesi, erano all’incirca un centinaio: se il futuro politico ed economico di questo paese è incerto, lo sviluppo demografico al contrario è molto certo. Che ne sarà del domani di questi bimbi? Se l’istruzione scolastica zoppica ed è riservata a meno della metà degli aventi diritto, abbiamo speranza e lavoriamo affinchè anche il cammino lento di questa nazione possa avanzare e siamo certi che l’annunzio del Vangelo e l’esempio di Gesù il Cristo possono irrobustire la speranza di un avvenire più equo, di uno spirtito di servizio e di dedizione più vero, di un amore più universale e solidale. Ricominciamo da Gbonzunzu.





mercoledì 18 settembre 2019

ANDATA E RITORNO



20 Agosto 2019, eccomi di nuovo nel nostro Congo, quello della Repubblica Democratica (RDC), che fu dei coloni belgi e di Mobutu (all’epoca lo Zaire) ma che, anche senza di loro, a distanza di decenni e con nuovi padroni, stenta ancora a voltare pagina e lasciarsi finalmente dietro le spalle una consolidata politica di rapina e di sfruttamento, non solo delle foreste e dei minerali ma anche dei suoi propri abitanti. Si sa che anche i nemici diventano amici quando si tratta di spartirsi una torta che non appartiene loro. 






Così attorno alla ricca torta che è il Congo e le sue risorse, si siedono a tavola multinazionali senza volto, Stati europei, americani ed asiatici, i politici locali, i venditori d’armi e i trafficanti di ogni sorta. E’ così che il nostro Congo non sembra affatto uno Stato normale e lo si scopre in fretta. Il mio viaggio inizia all’aereoporto di Venezia, e dopo gli scali a Francoforte e Adissa Beba in Etiopia, sbarchiamo a Kisangani ed il contrasto si nota a partire dall’aereoporto che è come una sorta di biglietto da visita della nazione tutta intera: l’accoglienza dei viaggiatori in un hangar senza sedie e per la metà allagato, la disorganizzazione nel registrare gli arrivi in una sala mal illuminata dove il funzionario si fa aiutare dalla piccola luce di un telefono portatile e, senza neppure un registro, scrive i nostri nomi e numeri di passaporto su di un semplice foglio bianco, la distribuzione dei bagagli con il classico “spingi ed alza la voce”, “alza la voce e spingi”, poichè non c’è fila né ordine ed il “fai da te” è padrone. 

Infine, come se non bastassero le tante disgrazie economiche e politiche che incombono su questa nazione, anche Ebola, la contagiosissima malattia che a più riprese ha minacciato il Congo da più di un anno continua a mietere numerose vittime (più di 2000). Così, come sbarchiamo dall’aereo laviamo le mani con acqua pesantemente clorata, quale rito di prevenzione contro la famigerata Ebola, anche se logica vorrebbe che venendo dall’estero non dovremmo essere noi i possibili portatori di contagio che, al contrario, potremmo trovarlo sul posto, ma tant’è, le “logiche” che giustificano le azioni non sono tutte uguali, ed in Congo è facile trovare logiche “altre”. 


Gli addetti al controllo vorrebbero verificare i bagagli all’uscita dall’aereopotrto aprendo le valigie ma la buona parola di un agente amico ci risparmia un’altra inutile prassi che il più delle volte mira ad una piccola mancia supplementare. Infine i venti chilometri dall’aereporto alla nostra comunità, Maison Sacré Coeur, su di una strada che intermezza metri di asfalto con altri di fango, buche e fosse riempite dall’acqua di una pioggia torrenziale appena caduta. In strada è il formicolio di persone a piedi e su motociclette cariche di ogni cosa. Ai bordi vediamo le misere casupole costruite su terreni acquitrinosi con i cortili inondati, mentre gli inquilini in piedi attendono pazienti il deflusso dell’acqua che segue il suo corso.

In Italia il mio viaggio è stato breve, a Saonara dove sono nato, Padova e dintorni, luoghi dell’infanzia e della giovinezza, luoghi dei primi anni di ministero sacerdotale. Una visita dettata dalla necessità di stare con la famiglia che rimane quasi tutta nei dintorni fatta eccezione per i cugini di Francia e d’Australia dove gli zii avevano migrato in cerca di lavoro e lì costruito le loro famiglie, negli anni in cui l’Italia non aveva molto da offrire. Non la solita vacanza lunga, ma un viaggio di andata e ritorno veloce, poichè solo qualche settimana prima il nostro papà ha compiuto anche lui il suo viaggio, l’ultimo, quello di sola andata, nelle braccia del Padre celeste, raggiungendo così la nostra mamma.
La vita tutta è viaggio! Anche se l’ultimo ci strappa da questa vita, per aprirci la porta ad una vita altra! Se la partenza è stata preparata la si affonta meglio e papà era certamente preparato anzi, questo viaggio lo stava desiderando. Non mi è stato possibile essere presente per tempo al funerale, non avremmo comunque potuto dirci qualcosa di più io e papà, a causa della malattia che ne aveva indebolito l’udito e la voce, ma sopratutto perchè molte di quelle cose che stanno nei cuori non c’è bisogno di dirle, si intuiscono e si sanno. 


Così ho potuto posare una mano dove il suo corpo è stato deposto, ascoltare il silenzio, ricordare e fare memoria, perchè lui che non è più, possa vivere in coloro che sono rimasti e possa infine e più profondamente vivere in Colui che E’. Tra noi fratelli e famigliari la consolazione reciproca è stata necessaria, anche lei non fatta di parole ma di presenza e di fraternità. La Vita continua, arricchita di tutti i frutti lasciati da chi ci ha preceduto e di tutto quanto ha seminato.



In Italia ho trovato e gustato il sole ed il caldo, non così diversi da quelli equatoriali della missione di Babonde, complice forse l’universale cambiamento climatico. Ho assaporato la vicinanza e l’amicizia dei confratelli dehoniani e degli amici di sempre, ed è stato bello perchè ci si “porta” reciprocamente. In missione porto con me la mia comunità di nascita, i gruppi missionari e le parrocchie del primo ministero in Italia, le comunità dei confratelli, le tante persone che se potessero, in qualche modo vorrebbero anche loro essere dove io sono. A mia volta sono portato da tutte queste persone che senza chiudere le porte conoscono l’Africa, la R.D.Congo e tutti i problemi che l’attanagliano. Conoscono Babonde e conosceranno ben presto Gbonzunzu, la prossima missione per la quale sono ormai partente. Sono portato da tutti coloro che hanno mani solidali e preghiere, ed in questo modo portando me portano tante e tante persone nei loro affanni quotidiani, ne alleviano i drammi, ne alleggeriscono i pesi. 

Il ritorno è insieme gioioso e difficile perchè all’entusiasmo che nasce dal ritrovarsi si unisce l’ascolto della lista di chi a sua volta ha intrapreso l’ultimo viaggio. Al nome di qualcuno di essi si aggiunge il commento triste che qualcosa si sarebbe potuto fare se solo fossimo stati presenti: qualche medicina amministrata più prontamente, una corsa in macchina all’ospedale meglio attrezzato distante una quarantina di chilometri, un‘operazione necessaria ma troppo costosa per le tasche di chi deve attendere che il raccolto dei campi sia maturo per poterlo infine vendere.

Andata e ritorno, viaggiare e sostare in silenzio, portare ed essere portati. Sarebbe misera la nostra vita se le porte delle nostre case fossero solo chiuse, se ai nostri confini ci fossero solo muri e barriere, se le nostre braccia non fossero aperte. Sì, in Italia ho trovato un clima generale un pò cambiato, tendente al brutto, alla chiusura, al rifiuto, alla porta chiusa, Ma allo stesso modo ho sperimentato anche un clima che si respira più nel profondo, quello che è eredità del Vangelo, che è eredità della verità e fraternità profonda tra gli uomini. Questo è il “clima” che ho portato con me. 




Il trattore della missione qualche mese fa, sulla via del ritorno da Gbonzunzu ha schiacciato un lungo serpente. Quindi, per mostrare a tutti che la sua fine è stata nient’altro che una brutta fine i giovani che erano presenti in quel viaggio lo hanno messo in bella mostra legandolo alla carrozzeria. Spesso quando un serpente viene ucciso nel villaggio lo si getta in mezzo alla strada in modo che i passanti, in bicicletta o in moto, andando e venendo, lo possano ripetutamente calpestare facendone poltiglia. E’ una sorta di ammonizione indirizzata ai serpenti rimasti: “che la smetta il serpente di insidiarci e di morderci o farà una brutta fine simile a questa”. Sembra una interpretazione stretta del biblico il serpente “ti schiaccerà la testa e tu “gli insidierai il calcagno”. Il sospetto degli uni sugli altri, il dubbio e la paura di chi ha qualche diversità può assomigliare a questo serpente che inietta il veleno della divisione e della separazione, dell’inimicizia e del rifiuto. Non ci ritroveremo tutti nel nostro ultimo viaggio nelle braccia dell’unico Padre? Non bisogna forse schiacciare la testa di questo serpente?

Viaggiando in Internet ho trovato queste righe che possono esprimere in altro modo alcune idee:

Viaggiate
che sennò poi
diventate razzisti
e finite per credere
che la vostra pelle è l'unica
ad avere ragione,
che la vostra lingua
è la più romantica
e che siete stati i primi
ad essere i primi


viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né “grazie”
né “prego”
né “si figuri”


viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro


viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre


viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.