lunedì 20 giugno 2016

Medici Senza Frontiere al TALITA KUM


Ci risiamo con l’epidemia di malaria. Una stagione secca intensa e prolungata e non sappiamo quale altro fattore generante, hanno innescato anche quest’anno una crisi acuta sul piano sanitario ed in modo particolare per quanto riguarda i bambini. Che di malaria si possa morire e si muoia è un dato di fatto risaputo ma purtroppo ne hanno fatto le spese qualche centinaio di bimbi, e a tutt’oggi all’interno di un raggio di cinquanta chilomentri possiamo contare quasi un migliaio di giovani vite falciate.
Nel lasso di tempo di uno o due giorni dal manifestarsi dei primi sintomi della malattia ogni cura si rivela insufficiente se non con farmaci di nuova generazione e con cure intensive inesistenti nelle nostre strutture. 
Anche le cure di base talvolta sono economicamente irrangiungibili per una gran parte della popolazione. 
Si sono così moltiplicati i lutti nel reparto di pediatria e gli infermieri si sono ritrovati impotenti di fronte all’ampiezza dell’epidemia. 
Bimbi provienienti da tutti i villaggi sono stati accomodati su stuoie gettate per terra poichè i letti non erano sufficienti, in attesa di consultazione e di cure. Proprio in questo periodo la nostra falegnameria con l'aiuto di Alessandro di Bologna e di alcuni suoi amici di famiglia stava producendo una decina di letti per l'ospedale.
Le autorità mediche allertate hanno avuto una pronta risposta positiva da parte di Medici Senza Frontiere che hanno oramai un ufficio operativo stabile nella città di Isiro ed hanno così potuto reagire con una certa rapidità. Sono stati organizzati dei centri di cura intensiva nelle Zone de Santé (le nostre USL in Italia) o centri sanitari di Boma Mangbwetu e Pawa, all’interno del quale anche Babonde si trova. Viste poi le distanze e le difficoltà di trasferire i malati in condizioni gravi su strade dissestate su di una distanza di più di 50 chilometri, alla fine i responsabili di MSF hanno accettato di stabilirsi anche a Babonde, nel nostro ospedale.
Li abbiamo ospitati alla missione il tempo necessario di approntare il loro campo d’urgenza e dopo quasi un mese dal loro arrivo possiamo constatare la sostanziale diminuzione dei decessi di piccoli bimbi ed il regredire del numero dei nuovi casi.
MSF può offrire medicinali e cure mediche gratuite, un servizio di qualità e l’allestimento di una sala per le urgenze. Un servizio taxi in moto per trasportare i malati a partire dai Centres de Santé (ambulatori di villaggio con un infermiere in servizio) più lontani da Babonde.


Anche il nostro Centro Nutrizionale Talita Kum (Bambino alzati) presso la Missione, ha dovuto constatare un aumento impressionante di nuovi casi di malnutrizione. La media di cinquanta prime colazioni e pasti, nei tre giorni di apertura è aumentata in questi giorni a novanta.
Con l’aiuto dei benefattori dall’Italia (Associazione Missioni casa Sacro Cuore e le iniziative di mamma Morena) avevamo pensato di acquistare un piccolo numero di sedie in plastica per educare i bimbi a mangiare seduti e per migliorare l’igiene nelle abitudini alimentari.
Purtroppo la piccola struttura di cui usufruiamo ed il grande numero di malati che accogliamo in questi giorni non può permetterci di fare molto di più al momento per migliorare il servizio reso, sappiamo tra l’altro che molti malati più lontani non arrivano al Talita Kum a causa della distanza. In questo senso siamo in contatto con MSF per sollecitare un loro intervento anche nel settore della malnutrizione e non solo per i casi di malaria. Abbiamo buona speranza in una fruttuosa collaborazione soprattutto per quel che riguarda l’approvvigionamento di latte terapeutico per i bebé e di un cibo speciale fatto di pasta d’arachidi arricchita molto efficace nella cura della malnutrizione.
 


 





domenica 19 giugno 2016

APDI

La sigla APDI significa Azione per lo sviluppo integrale (Action pour le développement intégrale) ed è una nuova creazione a Babonde nel campo delle ONG ossia una nuova Organizzazione Non Governativa altrimenti detta anche ASBL, Associazione Senza finalità (But) di Lucro. Non sono molte le ONG presenti nel nostro territorio, ed ancora meno quelle che pur avendo uno statuto svolgono regolarmente le loro assemblee, hanno un consiglio direttivo regolarmente eletto e compiono delle vere azioni concrete sul territorio.
L’idea è nata ancora qualche anno fa ma la procedura amministrativa è stata lunga e difficoltosa. In ogni caso alcuni risultati importanti sono stati raggiunti: costituzione dello Statuto, registrato con atto notarile, e del Regolamento Interno, riconoscimento da parte dell’autorità provinciale e del territorio locale con autorizzazione alla operatività, infine la costituzione degli organi associativi e l’inizio delle attività.
L’idea base è la promozione di una mentalità associativa capace di compiere delle azioni concrete per un vero sviluppo del contesto circostante, sia sul piano della sanità che su quello dell’istruzione senza dimenticare quello dei diritti umani. Mettersi insieme e discutere, su base democratica è un primo punto da assodare; mettere insieme le piccole risorse per compiere qualcosa in favore del “bene comune”, è un’altro grande obiettivo; sensibilizzare un sempre più vasto numero di persone ed associarle è un ulteriore passo da compiere.

Sappiamo per certo che delle azioni di grande portata potranno compiersi con un apporto sostanziale di qualche partenaire che venga in aiuto ai progetti elaborati sul posto poichè la realtà economica degli associati, una cinquantina, è decisamente povera, costantemente al livello della sopravvivenza e la loro quota associativa annua non supera i 5 dollari. Per il momento la nostra Missione di Babonde è il principale partenaire, infatti con l’aiuto di qualche sacco di cemento diamo “una mano” all’APDI nella potabilizzazione dell’acqua sistemando in modo conveniente alcune sorgenti circonstanti.
In ogni caso, queste piccole azioni rendono visibile la possibilità di fare qualche cosa con mezzi propri e locali per il miglioramento del proprio ambiente e nutrono la buona speranza che un circolo virtuoso possa essere innescato.

Noi della missione, dopo aver accompagnato gli inizi dell’associazione ci siamo ritirati perchè essa possa camminare con “gambe proprie”, con il nuovo consiglio direttivo,  riservandoci qualche intervento di formazione o di consulenza, cercando anche qualche aiuto che li possa sostenere nel compimento della loro missione: buone pratiche, buone azioni, buon sviluppo. Crediamo che con il tempo altri potranno aggiungersi ed associarsi a noi e alla APDI.





sabato 18 giugno 2016

ATELIER ( MAMMA) MARIE JEANNE


Nell’insieme delle costruzioni che servono alla scuola superiore di Babonde ha preso un posto centrale l’Atelier Marie Jeanne, ossia il laboratorio di Taglio e Cucito – Atelier de Coupe et Couture - ma quello che è interessante è conoscere la sua storia e il servizio che vi si svolge all’interno. L’iniziativa nata ancora molti anni fa assieme a padre Gianni Lamieri, di sostenere alcune mamme e giovani figlie già madri che non potevano accedere alla scuola o apprendere un lavoro ha oggi preso un volto più preciso e dei contorni più solidi maturando nel tempo la propria identità. Il gruppo di giovani madri può beneficiare oggi di alcuni insegnanti qualificati che se al mattino sono dedicati ai corsi normali della scuola supriore, nel pomeriggio possono seguire la teoria e la pratica con coloro che hanno abbandonato da tempo la scuola soprattutto a causa di gravidanze precoci e/o mancanza di qualche piccolo mezzo finanziario per pagarsi i corsi. 
I corsi del pomeriggio li chiamiamo 
Corsi di Recupero.
Un numero sufficiente di macchine da cucire “a mano e a pedale” è a loro completa disposizione. Queste vecchie macchine da cucire dismesse in Europa ha compiuto qualche migliaio di chilomentri e grazie alla generosità di chi le ha donate e di chi ha finanziato il trasporto, rendono ancora oggi un buonissimo servizio per l’apprendistato e la pratica, in un luogo come Babonde dove la corrente elettrica è un bene prezioso, raro e di difficile accesso.


Le giovani madri sono organizzate in un Centro di Recupero all’interno della scuola superiore Ste Marie. In essa l’opzione di Taglio e Cucito raggiungerà nella prossima stagione scolastica il suo quarto anno di funzionamento con gli esami ed il rilascio del brevetto ai finalisti che riusciranno così a terminare il loro programma di ciclo breve professionale. Sarà un buon risultato che si aggiungerà ai molti maturati in questi anni. La buona formazione, il locale ampio, la buona attrazzatura, completa di altre macchine per il surfilage, la broderie e il disegno dei tessuti, lasciano ben presagire. 

L’atelier porta il nome di Marie Jeanne, ossia Maria Giovanna, il nome della nostra mamma che ci ha lasciato nel Novembre del 2014. Anche lei era di questo mestiere, fin da quando ragazza imparava l’arte dalla zia Giovanna e nel frattempo conosceva un giovane della famiglia della zia che sarebbe diventato suo marito e nostro padre.  Gli abbiamo così dedicato questo Atelier, ricordo delle tante cose belle che ha insegnato e realizzato, soprattutto del suo donarsi quotidiano nelle cose semplici e piccole come sistemare un vestito o rammendare uno strappo. La gente di Babonde l’ha conosciuta solo per nome, ma a distanza ne ha fatto il lutto quando è venuta a conoscenza della sua morte e sono sicuro che le ha voluto bene senza poterla vedere, come anche la mamma ha voluto bene alla gente di Babonde senza poterla vedere di persona. Che questo legame d’amore possa continuare. 







martedì 10 maggio 2016

Generosi come il Fiume


Anche quest’anno ci stiamo “battendo” per la scolarizzazione del popolo pigmeo o meglio per l’alfabetizzazione dei loro bimbi. E’ infatti attraverso la scuola che possiamo aprire un altro fiume di relazioni che favorisca la reciproca conoscenza, l’accettazione, la collaborazione, l’integrazione tra la minoranza dei pigmei e la maggioranza della popolazione bantu. Non ignoriamo infatti che persistono tra i due gruppi tutta una serie di tensioni e incomprensioni, fino al disprezzo o allo scontro aperto o all’isolamento e alla fuga.


 Il progetto: “Alfabetizzazione del popolo pigmeo” si avvale dell’aiuto di maestri ed animatori sensibili, pazienti ed attenti alle difficoltà iniziali dei bimbi pigmei nell’affrontare una realtà ancora sconosciuta a causa della differenza di lingua, di abbigliamento, di tradizioni ed abitudini e di molte altre cose.

In quest’opera ci troviamo spesso soli all’interno di un sistema scolastico nazionale disastrato come lo è un gran numero di settori dei servizi pubblici della Repubblica democratica del Congo. La stragrande maggioranza delle scuole dell’interno (ossia di foresta), lontano dalle grandi città, si appoggia interamente sulle spalle dei genitori: costruzione delle aule, ricerca degli insegnanti ed il loro stipendio o “premio” di fine mese, gessi, penne, lavagne, libri scolastici... La latitanza dello Stato è cronica e colpevole. Troppo per  genitori dei bimbi pigmei. Senza l’aiuto della missione e del Progetto, la scolarizzazione primaria dei bimbi in età scolare sarebbe ridotta ad un 5% se non meno.
Cerchiamo allora di non dimenticare che l’educazione è uno dei diritti dell’infanzia. Ogni anno, tra mille difficoltà riusciamo a scolarizzare circa 400 ragazzi pigmei, motivando gli insegnati, costruendo qualche aula per loro e per i loro coetanei bantu, acquistando i pochi indispensabili libri di testo. La goccia scava la roccia e dopo anni, uno di quei bimbi d’allora è oggi maestro diplomato dei propri piccoli fratelli, ed altri stanno seguendo l’esempio. La reciproca conoscenza attraverso la frequentazione quotidiana, la conoscenza delle rispettive lingue parlate e delle abitudini, l’apertura di mente e di spirito che la scuola può donare sono solo alcuni dei frutti che stiamo raccogliendo.

Quest’anno cerchiamo di ampliare il progetto costruendo almeno un’aula scolastica in “semi-duraturo”  (assi di legno resistente e tetto in lamiere) che sia dedicata ai piccoli pigmei all’interno di una scuola a ciclo completo di sei anni. Sappiamo infatti che sono pochi i ragazzi pigmei che potranno continuare fino al completamento del ciclo a causa delle molteplici difficoltà, compresa anche la loro vita seminomade che genera molta instabilità e precarietà negli studi.

Tutto questo sarebbe impossibile senza l’aiuto di chi solidarizza con questo popolo nelle mille forme possibili. Perciò il nostro grazie è rivolto ai tanti, famiglie e gruppi, singoli ed associazioni che in molte forme ci stanno aiutando, chi da oggi, chi da tanto tempo. Alcuni sono volti conosciuti, molti altri restano non conosciuti ma amici concreti, vicini ed operosi.
Grazie al questa Generosità che scorre tranquilla, per certi versi simile al grande fiume Congo – chiamato semplicemente Il Fiume - che attraversa questa immensa nazione, poichè questa sensibilità ed azione trasporta quotidianamente il suo carico di aiuti e di sollievo, di amicizia e di attenzione, “erodendo” lì dove qualcosa c’è per portarlo a valle e confidarlo a quel vasto mare che si chiama Bene.


Sappiamo che la piccola “battaglia” quotidiana per la scuola e per l’alfabetizzazione non sarà l’unica. Dovrà essere accompagnata  da quella per i diritti umani, per le cure mediche di base, per la terra... Da qualche parte occorre comunque incominciare.










martedì 15 marzo 2016

Pioggia di misericordia



Siamo vicini alla grande festa di Pasqua e del ricordo di tutte le vicende che hanno portato alla morte e alla resurrezione del Cristo.
E’ la manifestazione del “peso” che ha sull’umanità il male ed il peccato con le sue conseguenze nefaste e mortali, ma allo stesso tempo é manifestazione della grande misericordia e bontà di Dio che scende come la pioggia in maniera indifferenziata sui tutti i suoi figli e come il sole tutti li illumina, di modo che la sua bontà copra il nostro male e la sua grandezza riempia le nostre piccolezze e vuoti.

Nel mese di marzo a Babonde si aspetta la pioggia, dopo oramai tre mesi di stagione secca, di sole ardente, di penuria di acqua e di cibo. A Babonde aspettiamo anche un’altra pioggia quella della misericordia di Dio che ci arriva in molte e disparate forme, nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti e nella lettura della Parola di Dio.

Nel mezzo di tutte queste piogge di misericordia una di esse molto concreta, meno spirituale, è stato l’arrivo del materiale speditoci dall’Italia attraverso un container. Non mettetevi a ridere. Qualcuno si chiederà quale sia la pertinenza di argomento tra il materiale di un container e la misericordia di Dio. Ebbene mi sembra che il il legame sia molto stretto ed evidente.



Innanzitutto per chi vive in un contesto un pò isolato l’arrivo di un qualche aiuto materiale, segno tangibile di un gran numero di fratelli che da lontano non si è dimenticato di voi,  è una vera e grande consolazione che va al di là del contenuto del pacchetto, e se contagiose sono le infezioni, anche il bene è contagioso da parte sua. Un volto sorridente spingerà altri allo stesso sorriso ed una mano tesa nell’aiuto aiuterà altre mani nello stesso gesto di generosità.


Computer, macchine da scrivere e da cucire, martelli seghe, morse e pialle, un apparecchio medico per la rianimazione (concentratore di ossigeno), materiale elettrico... Se non è possibile fare la lista completa delle cose ricevute è però doveroso citare quanti potranno essere coloro che  trarranno beneficio da un gesto semplice di attenzione, di amore, di solidarietà ed infine di misericordia che è nato molto lontano ma che si è fatto toccante e vicino.



Sono infatti gli studenti della scuola di informatica, le ragazze e le giovani ragazze madri del taglio e cucito, gli insegnanti delle scuole che sono collocate ancora più all’interno  nella foresta di Babonde, i ragazzi dell’atelier della nascente scuola di falegnameria, i malati gravi dell’ospedale bisognosi di rianimazione, gli apprendisti muratori dediti alla costruzione della scuola elementare, i ragazzi delle squadre di calcio della missione, i catechisti e i maestri oramai bisognosi di occhiali per leggere... 
Tante, tante persone.


Papa Francesco ha voluto che quest’anno sia un anno di misericordia e che le opere di misericordia si facciano, spirituali e corporali. Per chi non sapesse possiamo citare in disordine: consolare gli afflitti, istruire chi ancora non conosce, dar da mangiare agli affamati, visitare ed aiutare i malati...











Mi sento di dire che il materiale arrivato con questo container ci ha consolato ed ha manifestato la misericordia di tanti nei confronti della missione di Babonde. Queste stesse “cose” ci aiuteranno a manifestare una misericordia operosa a tanti fratelli e sorelle, giovani e anziani, sani e malati. La catena di bene non si interromperà. Un grande grazie ed una buona e santa Pasqua, capace di far risplendere sui nostri volti il volto di Cristo e la misericordia del Padre.















lunedì 1 febbraio 2016

LVC

LVC una sigla che sta per  “La Vie est un Combat”, la cui traduzione suona all’incirca: “la vita è una battaglia”. E’ il nome di una compagnia di trasporti che con alcuni bus assicura un servizio regolare sulla strada principale che ci porta da Niania a Kisangani. Ancora una volta ho sperimentato l’avventura del viaggio in questo mese recandomi appunto a Kisangani. Domenica dopo la messa viaggio in moto fino a Niania. Dovendo attendere il bus per due giorni abbiamo preferito, con i miei due giovani compagni di viaggio, cercare un passaggio di fortuna. 
Ce ne sono spesso, sono le automobili d’occasione acquistate a Kampala in Uganda ad un prezzo estremamente economico, e fatte attraversare il confine per trasportarle a Kisangani lungo un percorso di 2000 km circa, per  imbarcarle su di un battello che discende la corrente del fiume Congo e raggiungere infine la capitale Kinshasa.
La nostra occasione è una “noa”, una automobile di 8 posti credo che in Italia la chiameremmo monovolume, non so se il nome “noa” abbia qualche riferimento all’arca di Noé o sia solo un’assonanza. Mi sembra un buon veicolo, anche se i pneumatici a bassa pressione, senza camera d’aria, non mi danno una buona impressione: “è arrivata sino a qui ci porterà fino a Kisangani”.


Partiamo in fretta anche perchè lungo la strada le formalità da sbrigare sono infinite, almeno una decina di posti di controllo che con la scusa di garantire la sicurezza mirano soprattutto a qualche mancia donata volontariamente o estorta. Dopo solo dieci chilometri una doppia foratura ci blocca. L’autista rientra con i due pneumatici su di un camion che viaggia in senso contrario per tentare una riparazione, noi lo aspettiamo pazienti fino alle quattordici accolti nel piccolo agglomerato di case situato nel mezzo della foresta.


Curiosiamo tra le capanne, mentre alcuni bimbi al mortaio puliscono il riso, ed altre bambine pigmee sono stranamente abbigliate mentre i loro coetanei maschi in foresta vivono qualche rito di iniziazione.



La riparazione è stata un “bricolage” nel senso che non c’erano pneumatici di ricambio di quel modello e ne facciamo subito l’esperienza,  due soli chilometri e un primo pneumatico esplode; altri due chilometri e siamo di nuovo a terra. Scoraggiati riflettiamo sul da farsi. Oramai bisogna abbabdonare l’automobile, l’autista cercherà i nuovi pneumatici ma gli ci vorrà qualche giorno. Assieme ci consoliamo con un buon pranzo di “fufu” (polenta) e pesce, ringraziando il buon Dio di essere non in mezzo alla foresta ma giusto nel mezzo di un villaggio un pò “robusto”, con un pò di movimento di persone, riusciamo infatti a trovare due motociclette che possano trasportarci nella cittadina più vicina Bafwasende che dista ancora una cinquantina di chilometri. Fazzoletti sulla bocca per proteggerci dalla polvere che ci avvolge completamente in questa stagione secca e ci cambia il colore della pelle, indipendentemente da quello di origine. “La vie est un combat”  il viaggio si risolve in un avanzare “en cascade”, di occasione in occasione. I molti che non dispongono di 30 o 350 dollari viaggiano sopra i teloni di plastica dei camion merci, con essi i loro bimbi e i loro bagagli. 
Anche le capre abbarbicate sugli stessi mezzi sanno che la vita è una battaglia.  E’ oramai sera e siamo ospitati nella parrocchia, il bilancio di una giornata di viaggio sono quattro forature i 70 chilometri percorsi e tanta stanchezza. Non demordiamo, il mattino dopo all’alba tentiamo un’altra “occasione”, con i cinesi, ossia la compagnia alla quale è stata affidata la risistemazione della strada nazionale sperando che accettino di trasportare dei passeggeri. 
Siamo fortunati.

Due camion di trasprto terra ed una autobotte andranno a Kisangani. Una piccola mancia agli autisti e possiamo partire. Il nostro autista è un congoloese di una sessantina d’anni, parliamo del più e del meno e mi racconta la sua vita.

Lavora oramai da due anni in questa ditta ma continua ad essere un giornaliero; il salario è di circa 130 dollari al mese, a partire dalle 7 del mattino fino alle 18 di sera, il pasto da provvedere personalmente, 7 giorni su 7, nessuna assistenza sanitaria. Il nostro autista lungo la strada fa salire la moglie con i suoi bagagli, una pentola di riso cotto, un’altra con del pesce e del sombe (legumi cotti), un secchio con delle archidi, due pacchetti di sigarette e qualche altro piccolo oggetto, due bidoni d’olio di palma. Tutte cose da vendere ad un centinaio di chilometri di distanza o agli opeai del cantiere, colleghi del marito. Potrà così racimolare qualche dollaro ed approfittare del trasporto per visitare qualche membro della famiglia.
E’ una giovane donna che sprizza vitalità da tutti i pori.Il nostro autista si confida: i figli da far studiare, le malattie che arrivano sempre troppo improvvise e le medicine da comperare, la precarietà del lavoro. Ad un certo momento esclama: “per fortuna la fine del mondo è vicina”.
Appartiene ad una di quelle “chiese del risveglio” presenti oramai a centinaia. Riconosce che queste chiese con i loro pastori hanno l’abitudine di chiedere un pò troppi soldi, ma aiutano la gente con la loro predicazione. Dopo non molto tempo, lungo la conversazione ritorna con il medesimo ritornello stavolta in forma interrogativa: “la fine del mondo è vicina?”. “Nessuno conosce nè il giorno nè l’ora” gli rispondo, “neanche Gesù in persona”.


La vita è difficile, la vita è una battaglia, ma non sarà qualche “sedativo” consolatorio e spiritualista a permetterci di migliorare le cose. Siamo oramai vicini alla città, il nostro autista non ha il telefono così mentre lui guida lo aiuto con il mio e chiamo qualcuno della famiglia perché, una volta arrivato, possa scaricare in velocità qualche asse di legno che trasporta abusivamente per arrotondare il magro salario. In un foglio sono annotati i diversi numeri, ho così l’occasione di parlare con “l’apotre”, ossia il responsabile della sua chiesa. Oggi è il mio giorno fortunato in tutta la mia vita non ho ancora avuto la fortuna di parlare con un Apostolo. In queste nuove chiese i titoli si sprecano e sono attribuiti per autoproclamazione: l’apostolo, il profeta, l’inviato, l’evangelista...

Siamo finalmente arrivati. Tre giorni per i nostri 500 chilometri di percorso. 
Nessun inconveniente maggiore, tutto è andato bene, abbiamo visto e conosciuto molte nuove cose. Tra una settimana il ritorno, stavolta il bus sarà pronto al giorno desiderato. Alla partenza un pastore (responsabile o predicatore) di qualcuna di queste nuove chiese e “convenzionato” con la compagnia di trasporti, inviterà tutti a pregare per un viaggio senza incidenti.  La risposta dei passeggeri sarà fervente. La sua preghiera durerà qualche chilometro tra canti e citazioni dell’Apocalisse, fino al momento di lasciarci non senza essere passato con un sacchettino di plastica per raccogliere qualche offerta prima di scendere. 
La vita è una lotta ed occorre essere attrezzati per combatterla. Nella guerra combattuta dagli eserciti molti si industriano a vendere le armi le più sofisticate per poterla vincere o semplicemente per  creare maggiori disastri in modo che la stessa guerra perduri e con lei gli affari che ne conseguono. La fede cristiana offre anch’essa numerose armi per combattere un’altra battaglia, quella della vita quotidiana, spirituale e morale ma anche la battaglia per la semplice sopravvivenza o per una vita più degna ed umana... più giusta. Qualcuna di queste armi può essere usata in modo improprio o deviato, resta pur vero che ci si deve difendere in qualche modo con quello che si ha, con le armi che si hanno. Una conoscena parziale del messaggio del Cristo, anche questa è un povertà da vincere.

lunedì 4 gennaio 2016

Morena, Tina e la follia

Beh, innanzitutto GRAZIE Morena per la visita e la permanenza effettuata a Babonde, breve ma intensa, come tutte le cose che succedono qui. Ti ci sono voluti lunghi giorni di preparazione, di contatti, di raccolta di aiuti, di giornate di sensibilizzazione in Italia per continuare a far funzionare il TALITA KUM, il centro nutrizionale di Babonde per i bambini malnutriti. Grazie a te e a tutti gli amici che sostengono il progetto.
Grazie sopratutto a nome dei tanti bambini “salvati” – nel senso stretto della parola – grazie anche a nome delle loro famiglie.
Per Morena ci sono voluti in seguito lunghi giorni di viaggio andata e ritorno, passando per Kinshasa ed Isiro, non senza qualche patema d’animo per gli improvvisi cambi di programma da parte delle compagnie aeree, le valigie perdute, le lunghe attese: sono poche le cose che si possono realizzare facilmente in R.D.Congo, il tutto troppo spesso si complica e se non si è equipaggiati di un buono spirito d’adattamento le giornate diventano pesanti. Non abbiamo potuto organizzare qualche breve viaggio di piacere o di conoscenza, pur sapendo che questi giorni sono i giorni di  “ferie” di Morena, visto il tempo ridotto ed il desiderio di stare il più possibile con i bimbi del Talita Kum, semplicemente immersi nella realtà piccola ma umana di Babonde. Sappiamo d’altronde che dove c’é l’umano si è al centro del mondo e non c’è più bisogno di andare altrove.

Delle tante cose che ci siamo detti con Morena e su cui abbiamo riflettuto, sorattutto su come migliorare il servizio ai bimbi malnutriti, voglio ricordare un incontro con una parsona particolare in babonde, l’incontro di Morena con Tina, una giovane ragazza di circa 25 anni, pazza! Nata à Babia, un villaggio ad una trentina di chilomentri, è perennemente in viaggio da un luogo all’altro, da una famiglia all’altra, mendicando cibo e vestiti, con unico bagaglio una gerla trasportata sulla schiena, grazie ad una corda passata attorno alla fronte. Le strade non sono pericolose, e per lei tutti i villaggi sono anche casa sua. Il sapone non fa parte del suo corredo né dei prodotti che gli sono necessari per vivere. E’ un’amica della nostra missione, ogni volta che passa di qua sa che può ricevere un saluto cordiale, una frittella, una maglietta. Di vestiti ne ha bisogno quasi ogni giorno, poichè se qualcuno la fa arrabbiare prendendola in giro o allontanandola con cattiveria, lei per mostrare il suo malcontento si spoglia e si getta per terra. Noi facciamo tutto  il possibile in modo che non si spogli qui al “convento”. 
E’ una folle buona, non ho mai saputo che abbia fatto del male a qualcuno o che abbia rubato qualcosa. Se gli si dà un bimbo in braccio lo sa accudire con grazia anche se solo per poco tempo.  
Ebbene Morena con Tina fa qualche foto e poi me le passa al computer. La sera le riguardiamo insieme e nessuno saprebbe dire che sono le foto, il volto, l’atteggiamento di una “pazza”. Un sorriso soddisfatto e felice, un’espressione distesa e rilassata, a proprio agio con chi la fa sentire accettata, benvoluta, accolta. Tina con Morena si è sentita “compresa”,  anche se l’italiano di Morena e il kilika della Tina non hanno niente in comune, ma il linguaggio dell’amicizia e dell’amore è universale, ed un certo effetto della pentecoste è all’opera in continuità, di modo che tutti possano comprendersi nell’essenziale e d’istinto.
Morena e Tina si “parlano”, si fotografano. Il selfie è di moda.
Dové il limite tra la normalità e la pazzia? Quale è il confine che stabilisce l’al di qua delle cose normali e l’al di là delle cose strane, insensate e pazze? Sono domande molto antiche. Qualcuno conosce molto bene quelle espressioni che affermano essere i pazzi gli individui più felici di tanti “normali”, e tanti nostri comportmenti “normali” possono essere invece segno di una certa pazzia. Sappiamo poi che l’amore rende folli e per amore si fanno cose impensabili.
Immagino che Morena con il suo viaggio a Babonde durante le sue ferie si sia presa della “pazza” da più di una persona. Immagino che Tina nella sua follia assapori più di un momento di quella vera felicità di cui tutti noi siamo costantemente alla ricerca.
Tanti pensieri sparsi, senza una grande logica. Voglio fissare o fermare, tra le differenti considerazioni che si possno fare, la grande pazienza che Babonde ed i suoi numerosi villaggi hanno nei confronti dei pazzi che liberamenti vi circolano e la grande benevolenza nei loro confronti. Nello stesso tempo vorrei incoraggiare tutti noi ad osare di tanto in tanto qualche buona pazzia che ci porti fuori di noi stessi e dei nostri conosciuti binari.