2 gradi Nord dalla linea dell’equatore : in apparenza tempo di pandemia
anche a Gbonzunzu. Dalla fine del mese di marzo scuole chiuse, di tutti gli
ordini e gradi. Nelle chiese e altri edifici di culto vietate le celebrazioni,
possibili solo a qualche “intimo”. Tutto il resto? normale! Applicazione alla
congolese del confinement, parola
presa dal francese che tutti possono in qualche modo ben interpretare o
tradurre, ma a scanso di equivoci ecco cosa dice il dizionario: “Procedura di
sicurezza che mira a proteggere le persone all’interno di spazi chiusi in modo
da evitare un qualche contatto con una nube tossica o la propagazione di una
malattia infettiva”.

Applicazione alla congolese, dicevamo, in quanto con estrema rapidità il confinement è stato intimato su tutto il
territorio (otto volte più grande dell’Italia) senza badare a dove i casi di
contagio sono realmente e geograficamente presenti, senza prevedere nessuna
gradualità circa le norme di applicazione, anche se al momento la quasi
totalità dei casi – 1500 circa a metà maggio – è localizzata nella sola capitale
Kinshasa che è pressoché l’unico punto di ingresso per i voli aerei
internazionali, dovutamente sospesi assieme a tutti quelli nazionali. La
prudenza obbliga al rispetto del decreto presidenziale e dello Stato d’urgenza,
ma piange il cuore constatare che è un ‘restare a casa’ fittizio poichè
commerci, punti di incontro e di svago, mercati e celebrazioni familiari – vedi
le cerimonie in occasione dei funerali di congiunti – continuano come
d’abitudine mentre al contrario le uniche realtà veramente penalizzate sono le
realtà educative della scuola e della vita di fede. Se è bene confinare la popolazione là dove il
virus si manifesta è difficile comprendere il perchè del chiudere due attività
così importanti lasciando a tutto il resto la libertà di continuare normalmente
quindi senza un reale confinement.
Pazienza. Viviamo nella speranza.
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Sfollati di questi giorni all'est de Congo RDC |
Speranza innanzitutto che il virus non arrivi all’interno della nostra
foresta poichè le strutture sanitarie e le capacità di cura nelle zone rurali
sono totalmente aleatorie. A tutt’oggi, dopo più di un mese dall’inizio
dell’emergenza non un solo test è disponibile in un raggio di duecento
chilometri, non un solo equipaggiamento di protezione è stato fornito al
personale medico, nessun medicinale specifico è disponibile gratuitamente,
quindi, speriamo bene. Le sale di rianimazione e le apparecchiature per
facilitare la respirazione si contano sulle dita di una mano per un’immensità
di territorio e di possibili futuri pazienti.
Speriamo nell’assennatezza delle nostre autorità che spesso non danno prova
di buon senso e realismo. Quelle scolastiche, per dare un esempio, hanno avuto
il coraggio di annunciare la realizzazione di moduli educativi via internet. Di
che prendere in giro la popolazione pensando all’infima percentuale di persone
che dispongono di un computer o di un tablet e di una connessione decente. Molte
decisioni e dichiarazioni sembrano semplicemente imitare le nazioni europee
francofone di riferimento come il Belgio o la Francia ma che risultano
inapplicabili sul nostro territorio. Un vero confinement nella megalopoli Kinshasa che si stima conti
all’incirca nove milioni di abitanti, è semplicemente impossibile poichè la
stragrande maggioranza della popolazione vive alla giornata portando a casa la
sera il necessario di che mangiare. Restare a casa significherebbe condannare
alla fame tutte queste persone e alla fine risulterebbe impossibile.
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Solite code alla sorgente per rifornirsi d'acqua |
Speriamo che gli aiuti internazionali che cominciano ad arrivare siano gestiti
in modo trasparente e a profitto del sistema sanitario congolese e a beneficio
dei malati, vincendo la triste prassi che privilegia il bene personale – leggi corruzione
- a scapito del bene comune.
Speriamo in un benedetto vaccino perchè dopo ebola, con il persistere della
tubercolosi e con la malaria che continua ad imperversare – per la quale un
vaccino non è stato ancora trovato malgrado lungi anni di ricerca – il
coronavirus sembra davvero un di più, di cui non c’era affatto bisogno. E
tuttavia se pensiamo a quella malattia endemica cui siamo assolutamente
abituati, la malaria possiamo argomentare che di malaria si muore; di malaria
ci si ammala; dalla malaria ci si cura e si guarisce. Di malaria ci si ri-ammala
di nuovo. Della malaria non c’è ancora un vaccino nonostante le numerose
ricerche scientifiche e gli ingenti investimenti. In ultima analisi, con la
malaria occorre conviverci al momento e da un sacco di tempo. Sarà la stessa
cosa anche per il COVID19?
Speriamo infine
che dopo oramai due mesi di confinement
‘apparente’ se mai dovesse arrivare veramente l’emergenza sanitaria dovuta al
virus, la popolazione sia davvero capace di rispettare le norme sanitarie basilari
necessarie.
Per intanto
a 2 gradi nord dell’equatore stiamo bene, malgrado la sottile paura che
serpeggia negli animi attendendo un peggio che presto o tardi dovrebbe arrivare.
Ci preoccupiamo di quello che avviene in Europa e in molti altri paesi del
mondo con il numero impressionante di contagiati e di morti. Abbiamo ‘sete’ di
riprendere l’ascolto comunitario della Parola di Dio che educa, illumina e
guida. Abbiamo ‘fame’ di comunicare all’Eucaristia per rinsaldare fraternità e
prospettive di vita eterna. Infatti tra tutte le realtà di questo mondo solo
poche tra queste riusciamo davvero a dominare e a dirigere. Siamo perciò
abbastanza abituati a metterci nelle Sue mani poichè conduca Lui a buon fine
tutte le cose, senza rinunciare a fare la nostra parte, ma riconoscendo il
nostro limite.