
Così attorno alla ricca torta che è il Congo e le sue risorse, si siedono a tavola multinazionali senza volto, Stati europei, americani ed asiatici, i politici locali, i venditori d’armi e i trafficanti di ogni sorta. E’ così che il nostro Congo non sembra affatto uno Stato normale e lo si scopre in fretta. Il mio viaggio inizia all’aereoporto di Venezia, e dopo gli scali a Francoforte e Adissa Beba in Etiopia, sbarchiamo a Kisangani ed il contrasto si nota a partire dall’aereoporto che è come una sorta di biglietto da visita della nazione tutta intera: l’accoglienza dei viaggiatori in un hangar senza sedie e per la metà allagato, la disorganizzazione nel registrare gli arrivi in una sala mal illuminata dove il funzionario si fa aiutare dalla piccola luce di un telefono portatile e, senza neppure un registro, scrive i nostri nomi e numeri di passaporto su di un semplice foglio bianco, la distribuzione dei bagagli con il classico “spingi ed alza la voce”, “alza la voce e spingi”, poichè non c’è fila né ordine ed il “fai da te” è padrone.

Gli addetti al controllo vorrebbero verificare i bagagli all’uscita dall’aereopotrto aprendo le valigie ma la buona parola di un agente amico ci risparmia un’altra inutile prassi che il più delle volte mira ad una piccola mancia supplementare. Infine i venti chilometri dall’aereporto alla nostra comunità, Maison Sacré Coeur, su di una strada che intermezza metri di asfalto con altri di fango, buche e fosse riempite dall’acqua di una pioggia torrenziale appena caduta. In strada è il formicolio di persone a piedi e su motociclette cariche di ogni cosa. Ai bordi vediamo le misere casupole costruite su terreni acquitrinosi con i cortili inondati, mentre gli inquilini in piedi attendono pazienti il deflusso dell’acqua che segue il suo corso.

La vita tutta è viaggio! Anche se l’ultimo ci strappa da
questa vita, per aprirci la porta ad una vita altra! Se la partenza è stata
preparata la si affonta meglio e papà era certamente preparato anzi, questo
viaggio lo stava desiderando. Non mi è stato possibile essere presente per
tempo al funerale, non avremmo comunque potuto dirci qualcosa di più io e papà,
a causa della malattia che ne aveva indebolito l’udito e la voce, ma sopratutto
perchè molte di quelle cose che stanno nei cuori non c’è bisogno di dirle, si
intuiscono e si sanno.
Così ho potuto posare una mano dove il suo corpo è stato
deposto, ascoltare il silenzio, ricordare e fare memoria, perchè lui che non è
più, possa vivere in coloro che sono rimasti e possa infine e più profondamente
vivere in Colui che E’. Tra noi fratelli e famigliari la consolazione reciproca
è stata necessaria, anche lei non fatta di parole ma di presenza e di
fraternità. La Vita continua, arricchita di tutti i frutti lasciati da chi ci
ha preceduto e di tutto quanto ha seminato.


In Italia ho trovato e gustato il sole ed il caldo, non così diversi da quelli equatoriali della missione di Babonde, complice forse l’universale cambiamento climatico. Ho assaporato la vicinanza e l’amicizia dei confratelli dehoniani e degli amici di sempre, ed è stato bello perchè ci si “porta” reciprocamente. In missione porto con me la mia comunità di nascita, i gruppi missionari e le parrocchie del primo ministero in Italia, le comunità dei confratelli, le tante persone che se potessero, in qualche modo vorrebbero anche loro essere dove io sono. A mia volta sono portato da tutte queste persone che senza chiudere le porte conoscono l’Africa, la R.D.Congo e tutti i problemi che l’attanagliano. Conoscono Babonde e conosceranno ben presto Gbonzunzu, la prossima missione per la quale sono ormai partente. Sono portato da tutti coloro che hanno mani solidali e preghiere, ed in questo modo portando me portano tante e tante persone nei loro affanni quotidiani, ne alleviano i drammi, ne alleggeriscono i pesi.

Il ritorno è insieme gioioso e difficile perchè all’entusiasmo che nasce dal ritrovarsi si unisce l’ascolto della lista di chi a sua volta ha intrapreso l’ultimo viaggio. Al nome di qualcuno di essi si aggiunge il commento triste che qualcosa si sarebbe potuto fare se solo fossimo stati presenti: qualche medicina amministrata più prontamente, una corsa in macchina all’ospedale meglio attrezzato distante una quarantina di chilometri, un‘operazione necessaria ma troppo costosa per le tasche di chi deve attendere che il raccolto dei campi sia maturo per poterlo infine vendere.
Andata e ritorno, viaggiare e sostare in silenzio,
portare ed essere portati. Sarebbe misera la nostra vita se le porte delle
nostre case fossero solo chiuse, se ai nostri confini ci fossero solo muri e
barriere, se le nostre braccia non fossero aperte. Sì, in Italia ho trovato un
clima generale un pò cambiato, tendente al brutto, alla chiusura, al rifiuto,
alla porta chiusa, Ma allo stesso modo ho sperimentato anche un clima che si
respira più nel profondo, quello che è eredità del Vangelo, che è eredità della
verità e fraternità profonda tra gli uomini. Questo è il “clima” che ho portato
con me.

Il trattore della missione qualche mese fa, sulla via del ritorno da Gbonzunzu ha schiacciato un lungo serpente. Quindi, per mostrare a tutti che la sua fine è stata nient’altro che una brutta fine i giovani che erano presenti in quel viaggio lo hanno messo in bella mostra legandolo alla carrozzeria. Spesso quando un serpente viene ucciso nel villaggio lo si getta in mezzo alla strada in modo che i passanti, in bicicletta o in moto, andando e venendo, lo possano ripetutamente calpestare facendone poltiglia. E’ una sorta di ammonizione indirizzata ai serpenti rimasti: “che la smetta il serpente di insidiarci e di morderci o farà una brutta fine simile a questa”. Sembra una interpretazione stretta del biblico il serpente “ti schiaccerà la testa e tu “gli insidierai il calcagno”. Il sospetto degli uni sugli altri, il dubbio e la paura di chi ha qualche diversità può assomigliare a questo serpente che inietta il veleno della divisione e della separazione, dell’inimicizia e del rifiuto. Non ci ritroveremo tutti nel nostro ultimo viaggio nelle braccia dell’unico Padre? Non bisogna forse schiacciare la testa di questo serpente?
Il trattore della missione qualche mese fa, sulla via del ritorno da Gbonzunzu ha schiacciato un lungo serpente. Quindi, per mostrare a tutti che la sua fine è stata nient’altro che una brutta fine i giovani che erano presenti in quel viaggio lo hanno messo in bella mostra legandolo alla carrozzeria. Spesso quando un serpente viene ucciso nel villaggio lo si getta in mezzo alla strada in modo che i passanti, in bicicletta o in moto, andando e venendo, lo possano ripetutamente calpestare facendone poltiglia. E’ una sorta di ammonizione indirizzata ai serpenti rimasti: “che la smetta il serpente di insidiarci e di morderci o farà una brutta fine simile a questa”. Sembra una interpretazione stretta del biblico il serpente “ti schiaccerà la testa e tu “gli insidierai il calcagno”. Il sospetto degli uni sugli altri, il dubbio e la paura di chi ha qualche diversità può assomigliare a questo serpente che inietta il veleno della divisione e della separazione, dell’inimicizia e del rifiuto. Non ci ritroveremo tutti nel nostro ultimo viaggio nelle braccia dell’unico Padre? Non bisogna forse schiacciare la testa di questo serpente?
Viaggiando in Internet ho trovato queste righe che
possono esprimere in altro modo alcune idee:

che sennò poi
diventate razzisti
e finite per credere
che la vostra pelle è l'unica
ad avere ragione,
che la vostra lingua
è la più romantica
e che siete stati i primi
ad essere i primi

viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né “grazie”
né “prego”
né “si figuri”
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro

viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre
viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.